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sabato 14 marzo 2015

"Adesso puoi baciare la sposa. Di nuovo"

Maggio 2019 - Phoenix

Nonostante la lontananza Stellan stava facendo del suo meglio per recuperare il tempo perduto. Nel corso dell'ultimo anno le visite a Kim erano state frequenti, e il rapporto tra i due si cementificava gradualmente. C'era tanto da imparare, su quella figlia dallo spirito cosi simile a quello della madre, e c'era ancora di più da apprendere da quel padre stregone, formato in maniera impeccabile dalla vita e dai propri avi. Se è vero che è padre chi ti cresce, e non chi ti genera, e che Kim aveva superato da un pezzo la fase di crescita, era anche vero che avevano molto da condividere. Conoscendolo, la strega aveva in qualche modo avuto accesso a una parte del suo passato che considerava ormai persa per sempre. Il ritratto di Luminitza, pennellato dai ricordi di Stellan, prendeva pian piano forma sotto i suoi occhi. Ad unirli, infine, era la passione per determinate piccole cose. E finalmente l'uomo aveva compreso che piacere si provasse nel vedere la propria stirpe accrescere le proprie conoscenze, i propri poteri, condividere con questa il sapere e la felicità dei successi, l'amarezze degli esperimenti mal riusciti. I rapporti tra l'uomo e Neal...beh. Miglioravano. Non si piacevano a vicenda, questo era chiaro anche ai sassi, ma per amore di quella donna - un amore diverso per ciascuno dei due - si sforzavano di convivere pacificamente, senza perdere il gusto di lanciarsi velenose frecciatine appena ne avevano l'occasione. Il signor Larssen non aveva perso tempo, e forte delle sue buone conosce e dei suoi milioni aveva messo definitivamente in regola la figlia. Kim, adesso, non aveva  più bisogno di documenti falsi e passaporti rubati. Era una Larssen, ora, e le faceva ancora strano pensare di essere ancorata a un cognome, a un posto, a un documento dopo tutti quegli anni passati lontano dalla burocrazia e dalla legge. Certe cose, comunque, rimanevano uguali a prima. Lei continuava a presentarsi come Kim Saunders, alle persone, e Neal continuava a chiamarla Kimberly, quando voleva darle amabilmente fastidio. 
Primavera in Arizona significava vita. E lei non poteva fare a meno di pensare quanta vita ci fosse, nella propria esistenza, mentre sfrecciava con il padre verso il complesso roccioso di Mogollon Rim, con accanto suo padre. Era l'uomo a guidare, ed era stato lui ad organizzare quella piccola spedizione che li avrebbe visti lontani da casa per un'intera giornata. Aveva scoperto che all'interno delle grotte di quella zona particolarmente arida cresceva una speciale qualità di mughetti e diversi funghi, dalle interessanti proprietà. Da tempo stava lavorando a un perfetto Elisir di  Trasparenza, e queste piccole aggiunte alla ricetta base potevano rappresentare la differenza. Kim era emozionata, e continuava a stropicciare l'orlo della t-shirt bianca  che indossava sotto ai jeans e alle scarpe da trekking. I bambini erano stati sequestrati da Norwood e Cassandra,  Thomas incluso, la sera prima. Si erano fermati a dormire dai nonni dopo un pomeriggio fatto di giochi, cucina messicana e partite alla televisione. Neal era partito presto, la mattina, per sbrigare degli affari giù a Tucson. Lei, dunque, era libera di dedicarsi al padre, al viaggio, alla magia.

Erano li, in quella grotta umida, ormai dalla mattina. Niente torce, un incantesimo che aveva popolato la grotta di numerose luci baluginanti si era rivelato più pratico ed efficace. Avevano fatto una piccola pausa per il pranzo, prima di proseguire la ricerca. Alcuni dei funghi ricercati erano stati già raccolti, e messi in un'apposita cassetta. Mancavano all'appello i mughetti, motivo per il quale i due camminavano da qualche ora, il rumore dell'acqua delle stalattiti a fare da contorno al loro chiacchierare sommesso, addentrandosi sempre di più nella grotta. 

"Li dev'esserci una cascata!" aveva detto Kim, indicando una biforcazione del percorso col braccio sollevato. Offa percepiva l'acqua, ne sentiva lo scorrere li vicino, ed era una sensazione talmente meravigliosa da mandarla in fibrillazione. Era commovente vedere come l'aura della Strega ricercasse continuamente l'aura paterna, dimostrando tutto l'attaccamento che loro due, per carattere, non riuscivano a manifestarsi troppo platealmente. Avevano deciso di fare una piccola deviazione, per andare a vedere questa cascata. Kim aveva trattenuto il fiato quando, girando un ultima curva, il soffitto si era innalzato. L'acqua sembrava una sorta di tenda, celeste e trasparente, orlata di schiuma bianca e vaporosa, che schermava la visuale dell'esterno. La luce filtrava in quella colonna tumultuosa, spezzettandosi in arcobaleni e illuminando di riflessi suggestivi le rocce, smussate dalla potenza dell'acqua. Il padre le si era accostato, cingendole le spalle con un braccio, e insieme avevano osservato le proprie aure danzare rincorrendo il precipitare brulicante dell'acqua. Il rumore era assordante ma loro non sembravano farci caso. I mughetti erano proprio li, crescevano ordinati in un angolo luminoso della caverna. Stellan aveva urlato a Kim di rimanere pure li a godersi lo spettacolo, dicendo che ci avrebbe pensato lui



Quando era tornato da lei, e Kim si era girato a guardarlo, aveva storto appena la bocca. Aveva privato la pianta delle radici, e solitamente nei filtri quelle erano utilissime, porgendole un mazzo che assomigliava più a un piccolo bouquet che a una vera e propria raccolta di erboristi. Prima di poter chiedere spiegazioni Stellan si era chinato a sussurrare, al suo orecchio

"Sei felice, con Neal?"

Il tono, lo sguardo, la mimica facciale dell'uomo non lasciavano intendere che fosse pronto ad una nuova paternale sui difetti del marito. Sembrava davvero desideroso di avere un ulteriore conferma, da lei. Kim aveva preferito non dire niente, lasciando che fosse il suo viso a parlare. Senza neppure un filo di trucco, sorrideva al padre in un modo che non lasciava dubbi su quanto una certa gioia riuscisse a illuminarla, da dentro. Stellan aveva annuito, poggiandole un bacio sulla fronte. Aveva poggiato le mani sulle sue spalle, e mormorato parole che il frastuono dell'acqua aveva coperto. Ma era impossibile per lei non capire che si trattava di un incantesimo. L'aura dell'uomo si era gonfiata, avvolgendola in una spirale azzurra, plasmandosi in acqua tiepida con fare amorevole e protettivo prima di virare verso la cascata. Lo stregone si era girato, e con un movimento rotatorio del braccio, con la stessa naturalezza con la quale ne avrebbe spostato il tessuto se quella fosse stata davvero una cortina, aveva plasmato l'acqua della cascata, creando un varco. Il fiume attraversava una radura di pioppi, e gli alberi erano in piena fioritura rilasciando nell'aria il loro carico di odori. Il sole stava tramontando, e la temperatura dell'aria era decisamente piacevole. Eppure, qualcosa non quadrava. C'erano balle di fieno, disposte a raggiera intorno a un piccolo arco. Due alberi erano stati disposti vicini, i rami intrecciati carichi di piccoli mughetti, e di tantissime macchie viola che da li Kim non poteva distinguere bene. E, cosa ancor più scinvolgente, c'erano persone. Sedute li. Tante persone. No, un momento. Non erano persone. Era...la famiglia. Gli amici, i parenti. Lei non riusciva a capire, anche se in fondo capiva benissimo. Teniva il mazzo cosi stretto che la linfa cominciava a grondarle tra le dita, mentre Stellan la prendeva sotto braccio e la scortava fuori. Camminavano su pietre che l'uomo aveva sollevato, con un semplice gesto della mano, ricreando un ponticello dalla cascata alla riva. Ma fu solo quando gli occhi le si posarno su Neal, in piedi sotto l'arco con Joel in braccio, che cominciò a realizzare che era vero, era tutto vero. Indossava un vestito nero, elegante, e al di sotto della giacca invece della classica cravatta e camicia aveva messo una canottiera bianca. La trasparenza del tessuto mostrava l'intricato disegno colorato che i tatuaggi ricreavano sul suo dorso, e sorrideva soddisfatto. Era bellissimo, e lo stomaco si era contratto in una fitta che, al momento, si stava sciogliendo in qualcosa di più piacevole all'altezza del basso ventre. Era bellissimo, sorridente, intrigante. E la stava per sposare. Di nuovo.

Durante il tragitto Kim non aveva fatto altro che ridere. Una risata nervosa, che si affannava a nascondere dietro il mazzetto, e che peggiorava quando l'occhio coglieva nuovi dettagli. Le persone erano sedute su balle di fieno, decorate in modo suggestivo dai fiori che si rincorrevano lungo tutto il percorso. I maschi di casa erano tutti vestiti allo stesso modo, sfoggiando completo e canotta del medesimo colore. Persino Joel, che mentre Kim si avvicinava era stato ceduto a Cassandra, aveva un completino in miniatura. Le macchie viola che aveva intravisto da lontano altro non erano che piccole Tillandsie, il tipo di fiore che vive d'aria ed è privo di radici che Neal le aveva regalato anni prima, e che ora ornava la loro nuova cucina. Colpo di scena finale c'era Aria, accanto a Neal. Teneva in mano un grosso librone, ed era elegante e sorridente. Stellan si era fermato di fronte a loro due, sciogliendo la presa sotto il braccio senza allontanarsi. Kim aveva approfittato del minuto di serietà per uscirsene con un 

"Ciao...posso sapere che cazzo sta succedendo!?" verso il marito. Mannari, membri della comunità Navajo, e altri amici di famiglia erano scoppiati a ridere. Neal aveva infilato le mani in tasca, schiarendosi la voce.

"Prima che tu me lo possa rinfacciare per i prossimi dieci anni come hai fatto col rito indiano" aveva fatto una piccola pausa, per tormentarla ulteriormente "Kimberly Morrison Larrsen Saunders Vattelapesca. Se non hai da fare, ti andrebbe di sposarmi di nuovo, oggi?"

Stavolta gliel' aveva chiesto. Kim aveva risposto dandogli un pugno sul braccio, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime e Aria si affrettava a spiegare che sarebbe stata un unione civile, dal momento che lei aveva l'abilitazione a farlo. In quel momento la nostra povera Strega era cosi sconvolta che anche la presenza di un elefante in qualità di paggetto non l'avrebbe turbata oltre. Si era solo data un'occhiata ai vestiti, e in quel momento Stellan si era chinato a sussurrarle qualcosa, nuovamente.

"Pensa all'abito che vorresti indossare. Pensalo esattamente come lo vorresti"

Lei aveva chiuso gli occhi, il cuore in festa, l'aura tremante. Modulandosi al ritmo dei propri pensieri la t-shirt si era illuminata, sfaldandosi in piccole bolle d'acqua che erano scese a coprirle il corpo. Tra i sussurri meravigliati delle persone, aveva smesso le vesti da esploratrice, e si era trasformata in una splendida sposa. 



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Era stata un matrimonio perfetto, che rispecchiava esattamente il loro stile. La presenza di Aria, in qualità di celebrante, aveva reso le cose più leggere e gradevoli a entrambi. Kim aveva solo versato qualche lacrima, nel vedere Neal metterle le anello al dito, prima di farsi infilare all'anulare la propria fede. L'anello, in semplice oro bianco, andava a sottolineare il nome di lei tatuato sull'anulare, senza coprirlo. Si respirava un atmosfera rilassata e felice, e c'erano grandi facce sorridenti. Sorridevano Jackson e Juniper, presenti in qualità di testimoni, sorrideva Selene che invece di un vezzoso abitino sfoggiava pantaloncini di Jeans e canotta. Sorridevano Gwendolyn, Joy, Jeanne. Sorridevano tutti, insomma. Il punto della cerimonia in cui Aria sanciva la coppia come marito e moglie, era stato accolto da urla tipicamente mannare e grandi applausi. Neal si era chinato, per agguantare la moglie dalle chiappe e tirarsela addosso, in un bacio che aveva scatenato la folla, e fatto storcere la bocca ai bambini. Un lunghissimo tavolo imperiale era stato allestito poco oltre. La cena era abbastanza in voga con le tendenze del gruppo, con pietanze al buffet e tantissima carne arrosto che veniva preparata al momento da alcuni membri del branco. L'alcol scendeva a fiumi, e c'era persino una pista per ballare. Una band abbastanza conosciuta a Phoenix stava scaldando l'atmosfera, e Kim ne aveva approfittato per riformulare i propri pensieri. Il secondo abito incontrava sicuramente più del primo i gusti dello sposo, ed era adatto per scatenarsi.Un vertiginoso spacco lasciava nuda la gamba sinistra, e un pizzo sottile ornava le maniche e la scollatura delicata che orlava a forma di cuore i seni. Neal l'aveva accolta tra le braccia con un mormorio soddisfatto, mentre aprivano le danze, accostandosi al suo orecchio per mordicchiarlo e sussurrare

"Donna, se non la finisci di provocarmi finirà che dovremo ritirare fuori le culle molto, molto presto"


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Ho riso, ho pianto, ho gridato, ho ballato, ho bevuto. Sono stanca da morire, felice da morire, e fottutamente innamorata di questo stupido malefico lupastro. Ci ha tenuto a precisare che ha delegato le cose da checca tipo i fiori a Dakota. Ma è stato lui, a pensare a tutto. A contattare a mio padre, a proporre la cosa ad Aria. E questo spiega perchè tutta quella dannata fretta di mettermi in regola con i documenti. E' stato lui a invitare le persone, ad ingaggiare la band, a decretare che ci si doveva divertire alla maniera mannara. Si è ricordato tutto, tutto quanto. Ho il cuore a pezzi, da quanto sono felice, e il ricordo di lui senza giacca, in pantaloni e bretelle, che culla con Selene addormentata sul suo petto rimarrà nei prossimi giorni a scaldarmi l'anima. Dio, ho un uomo bellissimo. Più lo guardo più mi sento male dalla voglia che mi fa salire. Vorrei essere cosi forte da stringerlo a tal punto da imprigionarlo dentro il mio corpo, e rimanerci legata per sempre. Stavolta c'erano tutti, tutti quelli per cui valesse la pena esserci. Stavolta è stato...fantastico, dettaglio dopo dettaglio, minuto dopo minuto. Era figa persino la torta, metà dedicata al bosco, metà a rappresentare acqua ed aria. Davon e Thomas avevano briciole di cupcakes nei capelli, perchè hanno ingaggiato una piccola battaglia di cibo. I mannari del gruppo hanno fatto una gara a chi riusciva a sollevare più donne contemporaneamente. Le ragazze hanno cantato, con me, e ballato fino alle stremo. Persino Jeanne rideva. Da quanto tempo, non li vedevo? Elinor è cresciuta cosi tanto, Juniper sembra più piena. Non in corpo, intendo nell'anima. O forse è che sono cosi allegra che tutto il mondo mi sembra bellissimo. C'era la mia famiglia stavolta. C'era mio padre. Mi ha portato all'altare mio padre. Cazzo, sono...ho bisogno di bere. E di fumare. E di mio marito. Ho bisogno di questa nuova prima notte di nozze. Ho bisogno di credere che la nostra vita sarà cosi intensa, per sempre. E guardarlo negli occhi, e sentirmi amata. E guardarlo negli occhi, e sentire che lo amo. 

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Avevano disposto nel bosco diverse tende, e tepee, per gli ospiti che volano passare li la notte. Kim e marito avevano un tepee più appartato, lontano dal gruppo. Neal sorrideva nel sentire, in fondo, i bambini gridare allegri mentre Aria raccontava loro una favola della buonanotte ricca di colpi di scena. La voce di Kim, da dentro, l'aveva fatto girare, in mano l'ultima bottiglia di birra della serata che consumava allegramente. L'aveva sbattuto fuori poco prima, perchè "doveva sistemare", e ora lo interrogava.

"Neal sai cos'altro manca per rendere il matrimonio davvero perfetto?"
"No, senti Kim. In Italia non ci torniamo. E non andiamo in nessun fottuto posto che preveda l'aereo. Se vuoi una cazzo di luna di miele ci si va in camper, che ormai la prima te la sei fatta, non sei propriamente vergine di nozze, amore mio"
"Neal.."
"...Insomma, c'erano persino i fiori stavolta!? Non ti pare di pretendere troppo da un povero lup.."

Si era bloccato, perchè lei era uscita dalla tenda. Si era cambiata, di nuovo. O meglio svestita. Gli sorrideva, maliziosa, felice dell'effetto ammutolente che la visione del proprio corpo riusciva a procurargli. Era nuda, dalla cintola in su, i capelli sciolti sulle spalle. Indossava autoreggenti bianche, una sottile fascia di pizzo le cingeva le cosce sottili. Gli slip che indossava erano in tulle completamente trasparente, orlato ai bordi da piccole rouches. 

"Non mi riferivo alla luna di miele, parlavo del velo. Sai, quella cosa che indossano le spose?"


Nel dirlo si era girata di spalle, mostrandogli la schiena. Nel retro dello slip era stato appuntato un pezzo sottile di tulle, ornato da piccoli pois e cinto da un fioccho. Che, effettivamente, ricordava il velo nuziale

"Ti andrebbe di sollevarmelo e di rispettare la tradizione?" aveva sussurrato, girando di poco il viso per lanciargli un'occhiata allusiva da sopra la spalla. Il mannaro aveva lasciato cadere la bottiglia di birra a terra, prima di avvicinarsi e agguantarla dalle chiappe, la fretta di chi ha rimandato per troppo tempo qualcosa che desiderava fare da molto prima.
Come tradizione, quella fu una prima notte ricca di gemiti e miele, sotto una luna decisamente propizia ai nuovi sposi. Vecchi sposi. Insomma, avete capito. 



mercoledì 1 ottobre 2014

Ti ringrazio, mia Dea



I miei figli stanno crescendo. Mi sono ritrovata a  pensarlo, per la prima volta, quando Selene ha tirato su la schiena, decretando che era il momento di stare seduta autonomamente. Poco importa che, poco dopo, sia capicollata all'indietro. E' stato il suo primo atto di indipendenza, dalle mie braccia, e la scarica di orgoglio che ho avvertito ha fatto seguito ad una nuova consapevolezza. Stavano diventando grandi. Presto non sarebbero stati più bebè, ma bambini. I miei bambini. E di Neal, ovviamente, che continua a spupazzarseli con nonscialans aberrante, muovendoli come fossero due wurstel piuttosto che due creature vive. Le vesti di padre gli si addicono particolarmente. Non è il classico papà, quello in giacca e cravatta che va a prendere i figli a scuola nell'auto di lusso.
 Ma è quello che se li carica sul petto, entrambi, tra quelle sue enormi braccia colorate come un album di acquarelli e che racconta loro favole strampalate, metà indiane e metà vissute da lui o da suo padre in persona. Alcune storie le conosco già, ed è buffo come ritocchi un pò le cose per sembrare ancora più forte e cattivo di quanto realmente non sia. Sicuramente i cuccioli cresceranno con una spiccata predilizione per i racconti horror e splatter. Quanto meno non avranno paura di qualche film visto in notturna, il che dal mio punto di vista è un bene.
E' il padre che si vanta, con i suoi amici, di quanto siano cazzuti. E dipinge loro finti tatuaggi sulle braccia, se li porta a spasso mostrandoli con orgoglio e parlando di prodezze a modo suo. Tipo che Devon ama i capezzoli. Pare essere qualcosa che lo rende infinitamente fiero di lui.
Il padre che si accerta, quando torna tardi la notte, che siano al caldo e dormano tranquilli prima di accoccolarsi vicino a loro, ed a me, nel lettone.
Quello che ringhia se, nel sonno, li sente tirare via come se li volessero rapire. Trovo estremamente rassicurante, questa sua ferocia, perchè parte anche della mia cultura. Per quale motivo dovresti vivere se ti viene in mente di toccare qualcosa di mio?
E' un padre tremendamente innamorato della dolcezza della figlia femmina, e scioccamente contento di quanto gli somigli il maschio, nell'aspetto quanto nei comportamenti. E' un buon padre, insomma.

Com'è, invece, mio padre? Me lo chiedo sempre più spesso, mentre guardo Neal prendersi cura dei bambini. Sarebbe stato buono con me, se mi avesse avuto vicino? Chissà. Forse ha la barba come quella del mio uomo, ed anche a me sarebbe piaciuto tirargliela. Oppure no. Magari le sue guance sono lisce e sbarbate di fresco, profumate di tabacco e erbe di campo. Le sue camice odorano come certe giornate estive: di cielo, di vento e di pulito. Forse è  uno stregone, ed io ho ereditato anche un pizzico dei suoi poteri. Oppure un semplice umano, e sarebbe stato sconvolto dalle cose che sua figlia è in grado di fare. Forse. Non ho certezze, in merito. Vorrei tanto che, tutti questi tempi al condizionale, divenissero presente indicativo. Vorrei tanto sapere qualcosa in più di lui, che vada oltre le mie supposizioni, oltre i miei sogni di bambina. Tutto questo potere che mi pulsa dentro, legato al mio sangue, potrebbe essermi utile in tal senso? Secondo Jeanne vale la pena provare. Ma...non mi sentirò un pò una deficiente a chiamare qualcuno "papà" alla mia età? Dopotutto non sono più una bambina. Ok, Neal mi da della bambina cattiva di tanto in tanto ma...ecco, è un contesto totalmente diverso il nostro.

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Boston - 1985

Ne era attratto, e non sapeva neppure bene perchè. Certo, era bella. Ma quante belle donne c'erano, nel mondo? No, assolutamente. Quello che gli piaceva, in Luminitza, non aveva solo a che fare con la bellezza. Leggeva la sorte all'angolo della strada, e si era fatto leggere la mano in cambio di qualche dollaro solo perchè lei aveva insistito, spiegandogli che non accettava l'elemosina. Lei aveva mani forti, ruvide di lavoro, ma anche terribilmente ospitali. Il gelo di Boston rendeva quelle lisce ed eleganti di Stellan perennemente confinate nelle tasche. Certo, non era paragonabile ai climi della Svezia, ma lui era sempre stato di salute piuttosto cagionevole. Incontrare la mano di Luminitza, però, si era tramutato in una sorta di toccasana. Giorno dopo giorno, quel contatto fugace si era rivelato - per il giovane medico - una sorta di rituale del buongiorno. Qualcosa con cui iniziare bene la propria, faticosa, giornata ed il pretesto ideale per continuare a sondare in quegli occhi scuri e neri, macchiati di tristezza, terribilmente in contrasto con quella bocca che conosceva tanto bene il sorriso. Insomma, ogni qualvolta lei gli prendeva la mano, tra le sue, a Stellan sembrava che il proprio arto fosse una nave che, dopo una lunga e burrascosa tempesta, trovava finalmente riparo in un porto sicuro.

"Cosa significa, Stellan?"
"Significa tranquillo. E Luminitza, invece?"
"Luminosa"
"Trovo che ti stia molto bene, come nome"
"Perchè indosso sempre molti gioielli?"
"Perchè...è come se brillassi. Da dentro. Di tanto in tanto ti accendi"

E la mano di lui, lentamente, era scivolata dal palmo al polso di lei, carezzando la pelle olivastra e avvertendo, sotto la pressione lieve dei polpastrelli, l'aumentare leggero del battito cardiaco. Pulsazione dopo pulsazione, quella fragilità nascosta sotto strati di abiti colorati e chiassosi, sembrava affascinarlo sempre di più. Come una maledizione o, ancora meglio, come un potente incantesimo. Luminitza emanava magia, pur essendo sprovvista di Aura, ogni suo gesto era pregno di una forza nascosta eppure allettante, potente. Persino l'aura di Stellan, se n'era accorta, sviluppando nei confronti della donna una propria personale predilizione e ritrovandosi spesso a far fioccare, sui suoi capelli scuri, una fitta pioggia di fiocchi di neve che lei, ovviamente, non poteva vedere.

"Ogni tanto mi ricordi l'inverno"
"Perchè mai?"
"Perchè io amo, l'inverno"





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"Sporcaccione"
"Non sai quanto.. stavo giusto pensando ad un incontro ravvicinato con quel bel culo che hai avuto la premura di sbattermi sotto gli occhi"
"Non sporcaccione in quel senso. Nell'altro. Però, magari, se un bravo padre mette i cuccioli a dormire, una brava madre potrebbe sbattere di nuovo il culo, dove le pare»
"Sono sicuro che i bambini sapranno come dormire da soli. Una ciucciata di birra a loro, un’altra di altro genere a te e vi prometto che vi mando tutti a dormire contenti e sfiniti "

Lui caccia, anche mentre scopa con me. Lo fa come se sfogasse un bisogno istintivo, animale, come se non potesse fare a meno di prendermi e di farlo in un modo tale da sottomettermi per sempre. Oh si, giocare gli piace, ed è alquanto compiaciuto quando sono io a prendere l'iniziativa, a condurre i tempi standogli addosso. Ma queste non sono che parentesi, in un continuo dove è lui a comandare. E' il maschio, della coppia, e neanche dei più tranquilli. Al punto che non si accontenta di spogliarmi, e si limita a seguire l'istinto, strappando via i vestiti, timbrandomi la pelle con lo schiacciapugni, prima di schiacciarmi con altro. Esiste qualcosa di più deliziosamente penoso, del peso del suo corpo contro al mio? Dentro, al mio? Il cuore mi batte talmente forte, nello sterno, che quando afferra il seno nel suo palmo è un pò come se mi stringesse il cuore tra le mani. Non c'è che uno strato sottile di carne tenera e pelle odorosa a separare la sua stretta dal lavorare incessante dei ventricoli. E la sua pelle è cosi calda, cosi profumata, cosi saporita che è un pò come una rara malattia africana. Mi infetta il cervello, e mi ritrovo la bocca riarsa, mi ritrovo a delirare, ad avere caldo, ad avere freddo. Sono malata di lui, eppure lui è la mia cura. Una cura che scivola verso il basso, con la bocca, e lo fa con una lentezza tale da farmi soffrire


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Un anno fa, circa, i miei poteri venivano a galla. In un bosco popolato da presenze mistiche di ogni sorta, tra driadi danzanti e satiri brilli, lo spirito dell'Aria mi veniva incontro e liberava l'energia che ora mi scorre dentro, in un fiume impetuoso di elettricità e vento. E' stata un'esplosione, come quei documentari sui gayser, dove la pressione dell'acqua e del vapore arriva a spezzare la crosta terrestre con la stessa facilità con cui io rompo il guscio di un uovo alla coque, col cucchiaino. Un anno fa, Santiago entrava nella mia vita in un ruolo nuovo, e con lui Melissa. La cicatrice sulla mano pulsa, maledettamente, ma penso sia solo suggestione. E' necessariamente cosi. Dei tanti tradimenti, subiti nella mia corta vita, e delle ingiustizie sopportate quello della Coven non sarà di certo l'ultimo degli esempi. Eppure mi chiedo possa esser capitato, di cosi terribile, da compromettere il sano e rendere guasto il puro. Sono dubbi che mi sfiorano, di tanto in tanto, con la stessa leggerezza con cui la brezza fuori casa mi mescola i capelli. Il vento sta cambiando, le foglie del bosco accanto si stanno macchiando di oro e arancione, come la prima volta che ho messo piede qui.
Ero un mucchietto di stracci colorati, una giacca da uomo a coprirmi le spalle, lo stomaco quasi mai pieno e le ossa infreddolite fino al midollo. Non avevo altra aspettativa che arrivare al giorno dopo, e il giorno dopo arrivare a quello ancora seguente.  Ma ero libera. Infinitamente libera. Di fare, dire, prendere e volere quello che più mi pareva. Adesso, mi rendo conto, è tutto molto diverso. Non posso buttare due stracci in un borsone e spostarmi in un altro punto, a me più congeniale, sulla cartina. Ho i cuccioli, a cui badare, e Neal. Non so bene se siano o meno due mannari, due streghe, due ibridi o chissà cosa...ma chiamarli cuccioli mi piace sempre un sacco. Mi da l'idea che debbano essere maggiormente protetti, e accuditi. Comunque, dicevo, non posso muovermi cosi, come se nulla fosse. E devo ammettere che l'altro giorno, quando ho visto scivolare via verso l'orizzonte della stataleun'ordinata carovana di camper, ho sentito un morso al cuore che conosco bene. Non sono mai stata tanto a lungo in un posto, e sebbene mi piaccia Bon Temps certe volte mi sembra di impazzire nel vedere le solite facce, i soliti muri, le solite cose. Certe volte il desiderio di prendere la mia famiglia e andare via, anche per un pò, si fa cosi disperatamente intenso da farmi bruciare la gola. Ma non ho cuore di parlarne con Neal, non dopo quello che sta passando il suo branco ultimamente. Non se ne andrebbe mai da Bon Temps in una situazione cosi delicata qual è quella attuale. Sarebbe da vigliacchi, da parte sua. E lui non è codardo, Dio solo sa quanto. Cosi mi faccio forza, inghiotto la prepotenza con lui la libertà viene a sussurrare al mio orecchio, e mi dedico alle piccole cose di ogni giorno. Ai bambini, certamente, a lui. Alle mie amiche. Ad Aria. Al negozio. E quando il vento torna a fischiare, prepotentemente, e sbatte addosso alle imposte della mia casa gridandomi di dissolvermi con lui, di andare via a provare il mondo, io giro il viso dell'altra parte, e do ascolto all'Acqua dentro di me. Acqua che nasce dalla roccia, che si crea in un punto preciso. Poi, però, penso che anche l'acqua scorre via. E allora, per distrarmi, mi metto a fare qualcosa in cui sono tremendamente poco brava. Sbuccio patate. Le pelo davvero di merda, e farlo mi richiede una concentrazione tale da farmi dimenticare il desiderio di vagabondare. Almeno per un pò.



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"Volevo mostrarti il mio nuovo potere ma..."
"Fammi diventare il cazzo ancora più duro. Consideriamolo con un vecchio potere" 

Stronzo. Giuro, glielo strapperei dalla faccia quel sorriso da stronzo che ha, sollevando un vento cosi forte da scorticargli la pelle. Questa prepotenza, e questi modi bruschi. Stronzo. Dio, non voglio che smetta. Non adesso. Ora che mi è di nuovo dentro, e che la sua natura si scontra con la mia, mentre altro di noi due si scontra. E lo fa talmente bene che sembra essere stato fatto apposta per scoparmi. E lo fa cosi divinamente che non importa quante volte capiti, da quando stiamo insieme, in ognuna riesce a levarmi il respiro, e la voglia di andare a godere altrove.

"Hai voglia di scopare sotto i fulmini, Neal?"
"Puoi parlare, puoi gridare, puoi concentrarti e scagliarmi tutti i cazzo di fulmini che vuoi...non smetterei comunque di fotterti "

Ha la voce rauca, impastata ad un ringhiare dannatamente eccitante, che non ha nulla di umano. Cosi come non ha niente di umano la pioggia che comincia, silenziosamente, a scivolare addosso a noi due. Gli ho scritto il mio nome sulla schiena, con le unghie, fino a sentire il sangue sui polpastrelli mentre la pelle si rimargina, Adoro il modo in cui geme, in cui lo faccio gemere. Adoro lo scintillio dorato che assumono i suoi occhi. Lui è un lupo, e me lo dimostra ogni volta. Ma io sono una Strega. Il piacere si condensa in gocce che cadono, una dopo l'altra, sulla nostra pelle accaldata, tra le bocche aperte, nell'incrocio tra i sessi. Piove, e lo sto facendo accadere io. Piove perchè mi ha provocato, eccitato, preso, rivendicato. Piove ed il mio corpo esulta, pago dei brividi che l'acqua mi fa sentire. Si impiglia tra i capelli, scivola sulle curve del mio corpo rendendole lucide e accattivanti allo sguardo. Lui mi gira, ed io semplicemente smetto di pensare. A quattro zampe, come gli animali, a questo punto è troppo tardi per entrambi. Nessuno dei due ha pensato di infilarsi su un pò di ragione, figuriamoci un preservativo.

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Io ti ringrazio, Dea, per quello che mi hai dato. Ti ringrazio vestita d'oro, nel tepore della mia casa, tra la luce di candele marroni e il fumo denso di mirra e di pino. Con una tavola ricca dei tuoi frutti...e di quanto comprato alla tavola calda. Grazie. Mai, come quest'anno, il mio raccolto era mai stato cosi ricco. E tra le mie messi, ho due splendidi bambini, e un marito che mi toglie il fiato. Selene è bella come la luna, le sere d'estate, ogni suo sorriso mi ricorda l'immensità dell'astro, il candore con cui illumina la notte. Va matta per il calore, per l'odore del padre, ed è d'indole abbastanza impulsiva. Lei è la mia piccola esploratrice, irrequieta quanto solo uno spirito libero può esserlo. Ha i miei lineamenti, i miei colori. Chiamarla principessina mi sembra offensivo, noi non siamo tipe da tutù e merletti. Ci vestiamo di sorrisi, e ricopriamo il nostro corpo di magia. Ci sarà altro per lei che un tenue pizzo a renderla accattivante agli occhi altrui. Devon è il mio piccolo uomo, pacato come i laghi d'estate, come le mattinate tra i ghiacci. Mantiene sempre la calma, ma sento che è solo apparenza e che dentro di lui scorre l'impetuosità dei fiumi, la forza degli uragani. Odia l'acqua, intensamente, e fargli il bagno è una tragedia. Ed ama le tette, visceralmente. Quando non ci sta attaccato con la bocca le palpa senza alcun pudore. Mi guarda e tutto ciò che ho intorno si dissolve, perchè riesce a riportarmi indietro nel tempo. Alla prima volta in cui suo padre mi ha sorriso, con quell'aria saccente da sbruffone, e i modi nervosi di una bestiaccia. Lui è il mio piccolo sole, e come tale riesce a dissipare le nebbie di stanchezza che delle volte avvolgono le mie giornate. Neal. Neal è...beh. E' quando hai troppo da dire, e ti accorgi che le parole si incastrano con le corde vocali, annodandocisi. Formano un groppo che non va nè su e nè giù, se ne sta li a fare compagnia alla scarica di emozioni che senti. Lui profuma di adrenalina, di sangue, terra e amore. Si. Se un giorno i miei figli dovessero chiedermi se l'amore ha un nome, io risponderei che si. Che ha l'odore di lui. Ha l'odore del cuscino, quando la mattina si sveglia per andare a farsi la barba e mi lascia li la sua impronta, tiepida e assonnata. Aly tempo fa mi ha detto che Neal nel branco è temuto da tutti. Ma è pur sempre lo stesso uomo che quando mi vede tornare distrutta, da lavoro, mi porta a cena fuori. Solo io e lui. Ti ringrazio, Dea, per questo raccolto.
E ti ringrazio per Jeanne. Per Joy. Per Rahsan. Ognuna di loro è un piccolo mondo, un piccolo universo. Ognuna di loro fa parte della mia fortunata e ricca stagione. Tutti loro, sono la mia luce


"Nel mese del passaggio, nel difficile varco fra i mondi, ci diamo qui oggi l'augurio di custodire, mentre il buio avanza, la memoria della luce"



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Assieme ai miei gemiti, assieme al piacere, cresce qualcos'altro. Finchè la passione non diventa talmente spiccata da abbattere gli argini. E se Neal mi prende, di nuovo, sono io adesso a lasciar defluire via una parte di me.

"Cazzo!"
"Si proprio quello che ti sto’ dando. Fallo ancora…"

Il rumore del fulmine caduto a un passo da noi fa ancora fischiare le orecchie. Espressione palpabile della violenza che mi fa scorrere dentro. I discorsi si fanno sconnessi e non sono che richiami rochi e gutturali. I miei gemiti cercano i suoi, in una corsa sfrenata vicino a un capolinea che conosciamo cosi bene. Sta facendo l'amore con me, con tutta me. Con i miei poteri, con le mie emozioni, con la mia testa. Mi scuce di bocca volgarità e moine, carezze e schiaffi. Ho la schiena  a pezzi,  il corpo mi fa male, e la testa martella violentemente. Ho il suo odore, e i suoi umori addosso, assieme a lividi e graffi che mi sono cercata. Ci sono dolori di cui non potrei mai fare a meno. Ci sono momenti che vorrei portare con me per sempre. Belli e terribili, come il lampo di un fulmine, lo schioccare della saetta. Belli e dolorosi, come un fiume che spezza via gli argini, e la grandine sui vetri, l'uragano tra le assi di una vecchia casa

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Kim sorride, soddisfatta, mentre rivede sul cellulare la foto di Jeanne. L'ha scattata qualche sera prima, la stessa in cui hanno fatto il rito di protezione a cui ha partecipato un ospite inatteso. Gabriel Blanchard. <Pallone gonfiato> Kim lo borbotta, guardando la foto dopo, che ritrae tutti loro intenti a bere vino. Le piace e non le piace. Un pò le sta sul culo un pò...pure. Sta al parco, attende che Neal la raggiunga per fare insieme una passeggiata coi bambini. Rimette il cellulare in tasca, e si china per prendere il pezzo smontabile dell'ovetto e sistemarlo sulle ruote, quando si sente afferrare da dietro. Spaventata, si gira, raddolcendosi quando gli occhi di Neal le sorridono sbarazzini. Con una mano ha afferrato il passeggino, come fosse una bustina di carta velina, sistemando l'ovetto al posto giusto. L'altra mano ha preso Kim dalla vita, scivolando sicura lungo la schiena e fermandosi sul culo. Che sprimaccia, tirandosela vicina

"Ciao, Djali. Qualcuno qui era nostalgico oggi?"
"Ciao BigFoot"

C'è un bacio, una di quelli poco mansueti, eppure sorprendentemente dolci, delicati, sul finale. E poi si spostano, verso le giostrine. L'uomo al chioschetto osserva, interessato. Se avesse una memoria migliore, ricorderebbe. Quella ragazza sporca, che dormiva nel tubo vicino alle altalene dove ora - la stessa ragazza - si diverte a dondolare i bambini. E quel ragazzo sbruffone, che le ha messo una mano sul collo non appena lei si è avvicinata a pulirgli il mento dalla maionese. Ricorderebbe come si guardavano, con diffidenza, e noterebbe quanto diversi siano adesso. Erano arrivati li, un anno fa, ognuno per fatti suoi, con i propri problemi, la propria vita, le proprie tristezze. Adesso erano ancora li, non come singoli ma come famiglia. Altri problemi, altri fattacci, altri tristezze. Ma, stavolta, li affrontavano insieme. In due. In quattro, se ci infiliamo dentro pure i due blablavendoli che si portavano dietro.


giovedì 21 agosto 2014

9 mesi senza tequila. E non c'è niente da ridere.

"Amore...le tette sono carine, ma io preferisco di gran lunga il tuo cazzo"

Non ero mai stata con una donna. Ma Offa, si può considerare davvero come qualcosa di diverso da me? Ha il mio odore, il mio sapore, sa cosa mi piace e come mi piace. In pratica, è come masturbarsi con una bambola che ti somiglia e ti legge nel cervello. E tuo marito nel mezzo, che prende solo il meglio da questa esperienza. Lo ammetto, all'inizio ero gelosa. L'idea che toccasse un altro corpo, che si prendesse i suoi sospiri oltre che i miei. Ma è anche che sono una piccola nube di ormoni impazziti, sono gelosa anche della cameriera baffuta del bar sulla statale dove prendiamo le ciambelle. Insomma, non proprio una bellezza latina, quanto una nutria obesa e dai capelli bisunti. Si, sono gelosa pure di lei, ok? E' stata Aria, a convincermi a lasciarmi andare. Male non poteva farmi, e lei è parte di me. Non come una sorella, o come una figlia...ma come una mano, un piede. Un prolungamento del mio corpo. Inoltre Offa rompeva le palle. Giustamente, corpo da donna, tendenza al libertinaggio, voleva sperimentare il sesso anche in questa nuova forma. A quanto pare le è piaciuto. Ed io...beh, in tre è sicuramente divertente. Davvero. Però non vado pazza per la patata, sono per altri tipi di ortaggi.Ortaggio, singolare. Quello di mio marito è più che sufficiente. Ciò che mi chiedo, però, è se anche lui sarà di questo avviso una volta terminata l'esperienza. Perchè terminerà, poco ma sicuro, Ofelia non può rimanere in queste condizioni a lungo. A momenti si scopava un vampiro in negozio. Infine, qualsiasi cosa capiti al suo corpo si riflette sul mio. Non è esattamente sicuro andare in giro con una svampita e sventata ragazzina stravolta dagli ormoni. Però, mi chiedo...e se una volta provato il menage a trois volesse ripeterlo sempre ed io da sola non gli bastassi più? Non capisco perchè ogni cosa positiva che mi accade deve tirarsi dietro almeno tre conseguenze negative. Probabilmente, però, è quest'ansia da gestazione a rendermi il tutto complicato e a farmi concentrare su problemi che in realtà non esistono. Credo. Forse. Non lo so. Fanculo. Niente alcol, niente sigarette. Qualsiasi persona normale di mente, impazzirebbe.






Si sono consumati a vicenda, e divorati, presi con quella fame che li contraddistingue e che segna ogni loro rapporto da quando si conoscono. Ofelia è rimasta a giocare coi corpi dell'una e dell'altro, finchè non ne ha avuto abbastanza, decidendo di dedicarsi ad un'altra delle sue grandi passioni terrene: la doccia. Ci passa le ore, li sotto, ridacchiando felice e canticchiando serena, giocando con l'acqua come una sirena strappata al mare e alle onde. Kim e Neal, invece, sono rimasti appiccicati a letto, poco intenzionati a lasciar scemare quella voglia che era risalita prepotente e arrogante, senza  altro in mezzo che non fossero i loro corpi. Sudati, accaldati, eccitati. Pronti a fondersi, nuovamente, in una soluzione priva di capo e coda, un continuo di piacere e ansiti. Finchè Kim non ha tirato fuori le unghie, letteralmente. Frenetica, ha affondato le stesse nella carne dell'uomo, tracciandogli addosso, in tratti spezzati e vermigli, il proprio nome. Sul petto, tra l'odore del sangue e combattendo strenuamente contro il rimarginarsi delle ferite, sulla pelle olivastra del mannaro ha fatto sbocciare le lettere necessarie a comporre "Kim", rivendicando il possesso di quel corpo molto meglio che se avesse usato decine e decine di futili, inconsistenti, parole. Certe pretese, la ferocia e la dispoticità con cui Kim le avanza, sembrano sempre avere un certo effetto sull'uomo

"Davvero, vuoi giocare a farci male? E vedere chi appartiene a chi?"  Neal ha ringhiato, poco prima di rigirarla sul letto, e spingersela contro da dietro, avvolgendo il palmo attorno ai suoi capelli, neanche fosse un nastro di seta scura, una corda come un'altra da usare nei loro giochi, per sentirla più vicina, più sottomessa, più sua. Ancora.


L' uomo che le ha lasciato lividi viola, sulla pelle chiara, e che poco prima la prendeva con  violenza è lo stesso uomo che le passa i polpastrelli addosso, adesso, col timore reverenziale che un monaco riserverebbe alla delicata statua in porcellana di una piccola, eterea, Madonna. Nello sguardo del mannaro, mentre le bacia piano la spalla e risale lungo la gola, fino a trovarne le labbra, c'è racchiuso un universo di delicatezza, e di tenerezza. Placato l'istinto, l'appetito, è l'amore ad affiorare dalla crosta di quell'armatura di indisponenza e cinismo che si porta dietro. In ogni suo sguardo, in ogni suo sorriso, c'è quel calore che Kim cercava, nei freddi inverni passati in solitaria. E la rassicurazione, in fondo a quegli occhi, che non esiste acrobazia sessuale o aura incarnata in grado di allontanarlo da lei. Qualsiasi cosa accada, qualunque persona arrivi nelle loro vite, si appartengono cosi intimamente che non è possibile distinguere il punto di giunzione tra le loro anime, quando stanno cosi vicini.


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Bon Temps - Giugno 

Kim si è sentita male in negozio. Talmente male che Ofelia ha dovuto chiamare Neal, sotto sua richiesta, perchè l'andasse a prendere. E il marito si è precipitato, portandosela via, a casa. Ha capito che non era qualcosa di prettamente fisico quando l'ha guardata in faccia, ed ha letto nello sconvolgimento del suo sguardo tutta l'angoscia che le avvolgeva fittamente i pensieri. Se l'è portata in veranda, una volta a casa, stabilendosi sul dondolo che da sul giardino. Ofelia è stata mandata dentro dal mannaro, a scongelare una classica porzione di lasagne preconfezionate, mentre lui seduto tiene Kim addosso a sè, in un abbraccio non troppo opprimente. La sente più tranquilla, lo avverte dal modo in cui il cuore di lei batte contro al proprio, e lascia scivolare una mano sul pancione, in un'ampia carezza. Si è talmente placata al punto da appisolarsi, cullata dal dondolare sommesso e dal tepore piacevole del corpo di Neal, dal suo odore. Quando apre gli occhi, per guardarlo, una fessura azzurra e assonnata va a posarsi nello sguardo attento e concentrato di lui, quasi bastasse quello a chiederle cosa fosse successo. Non le dice niente, però, perchè il cuore di Kim ha di nuovo cominciato a battere all'impazzata. L'ansia è qualcosa che non riesce a controllare bene in questo nuovo stato in cui si trova, si è capito. Lui si limita a spostarle via i capelli dal collo, a rinsaldare la presa del braccio intorno a quel corpo che muta, giorno dopo giorno, scalpita di vita. E a dare più slancio coi piedi al dondolo, per riprendere a cullarla. Non può cancellare quello che lei ha visto - qualsiasi cosa fosse - ma può indicarle l'orizzonte, dove pennellate arancioni stingono in un cielo viola, e le stelle si accendono una ad una. Può riempirle lo sguardo di bellezza, sapendo che la mente rimuginerà sull'orrore ancora a lungo. 

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Molte cose sono successe, in quest'ultimo periodo, e non tutte meravigliose. Jeanne si sta radicando nel mio cuore, con la facilità con cui l'edera si arrampica su di un tronco forte, vigoroso. Non ho approvato ciò che ha fatto ad Hallan, e il fatto che me l'abbia tenuto nascosto. Ma più affondo le dita, nel suo passato, più emerge prepotente e netta la somiglianza tra i nostri vissuti. Amarezze e delusioni, omicidi e perdite. In lei, questa tristezza, si è ricamata nello sguardo, tremante di solitudine e di malinconia. In me è sfociata in altro, in  un desiderio smisurato di vita, di gioia, di rumore. Qualcosa di talmente intenso da fare male alla bocca dello stomaco. La stessa intensità che lei pone nel ricercare la vendetta, io l'ho impiegata nel tentare di andare avanti, di rubare la felicità di bocca a chiunque mi capitasse a tiro. Siamo diventate più forti, io e lei, e abbiamo trovato una nostra nuova dimensione. Joy, Rahsan e lei vengono a casa mia e insieme, nel bosco, ci alleniamo o celebriamo i riti sacri ai nostri spiriti. Onoriamo la vita, onoriamo la morte. Di sicuro non ci scopiamo su un vecchio divano mentre ci facciamo foto col fottuto telefonino. Di sicuro non tentiamo di stuprarci, o di ucciderci. Non so se farò di nuovo parte di una Coven, un giorno, perchè dopo la delusione ricevuta non ho motivi validi per desiderare di prendere un'altra inculata. Ma questi appuntamenti con le ragazze, la quotidianità con cui ci sentiamo, lo studiare e il crescere insieme...hanno, indubbiamente, il loro fascino. Una sensazione di piacevolezza che mi riesce impossibile non provare. Adesso stiamo finendo di mettere a punto un rito per far ritornare la aure al loro stato originale. A breve, Offa se ne andrà. Mi mancherà intrecciarle i capelli la mattina, e le sue buffe premure. Anche se per portarti un'aranciata te la butta addosso, anche se cucina peggio di me. Mi mancheranno le sue domande incessanti, come il battere della pioggia sui vetri,  e l'interesse che metteva nell'ascoltare ogni spiegazione. E sono sicura che mancherà anche a Neal. Quel borioso lupastro si è affezionato. Non lo ammetterà mai, ma patirà il fatto di non poterla più vedere e sentire in un certo modo. Per cui, ci stiamo ingegnando. Abbiamo confezionato dei doni, per lui, e stiamo preparando una mini - cerimonia casalinga, per festeggiare il suo nuovo ruolo di capo branco. Si, perchè il signorino si è presentato nuovamente vestito di sangue e sprazzi di frattaglie, annunciando glorioso che era diventato capo branco e che una nuova minaccia incombeva su di lui e i lupi. Certe volte, mi chiedo se non ci provi godimento, ad avere dei problemi. E se riflette mai, prima di venirmi a dire cose tipo "Sai, stavo per morire".


"Ma insomma donna, sono il capobranco dovresti dirmi..non so'...oh che bello ho un marito lupo ultrafigo, non SEI FERITO. Va bene, comunque non sono ferito..ma quel demente mi ha dato un pugno sulle palle. Le mie palle puoi romperle solamente tu e l ho fatto presente mangiandolo. Ti amo"

"OH SCUSA SE MI PREOCCUPO CHE MIO MARITO POSSA AVER PERSO UN BRACCIO NEL MENTRE E NON VADO A SUBITO A COMPRARE DEI FUOCHI D'ARTIFICIO! Sciocco lupastro, mi è preso un infarto...ok, non sei ferito. Stai bene. Hai fatto bene ad ucciderlo, solo io posso toccarti le palle. Comunque non preoccuparti se fai tardi, io non sto più male e poi c'è Ofelia con me. Festeggia pure con il branco. Quindi...io adesso sono la moglie di un capo branco. Che si è guadagnato il posto in battaglia. :3 Dio, come suona bene. 
Sono davvero tanto fiera di te. Cazzo le altre zingare sarebbero morte d'invidia a sapere che sto con uno così forte e potente. Ti amo tanto anche io. Se quando torni dormo già (probabile visto che da quando sono incinta ho il sonno leggero) svegliami che voglio sentire com'è andata. Ti ho lasciato la cena in caldo, in forno"

"Tu sei per prima cosa la moglie di un marito che e' pazzo di te e che darebbe la sua vita per te. Poi sei la moglie di un lupo che ti proteggera' ogni giorno della tua vita e ti fara' sentire davvero al sicuro..e poi di un capobranco. Visto, Aly e Jackson ti adorano.. sono stato contento che li hai conosciuti..la prossima volta ti faro' conoscere anche gli altri al LouPine, e' gente in gamba ed anche molto grossa, sono sicuro che sarai più tranquilla a sapermi in mezzo a certi tipi. In ogni modo festeggio con gli altri perchè se lo meritano e perchè mi pare piu che giusto fa' baldoria, ma poi voglio festeggiare anche con la mia donna..ho voglia di scoparti forte"

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"I cuccioli stanno crescendo e la tua pancia anche. Anche se e' bellissima eh. Li sento in maniera nitida muoversi sotto i miei palmi, e sono sicuro che anche loro sentono me. Credo che gli piaccia quando gli parlo e quando mangiamo il cioccolato insieme. Non vedo l'ora che anche loro, come Offa, prendano vita in maniera ben piu plateale di questa. Saranno la cosa piu bella della mia vita, e la cosa piu grande che tu possa regalarmi..anzi, in realta' gia lo sono. Insieme a te. Dalla fine della prossima settimana avevo intenzione di rimanere a casa con te, rimandero' i lavori fin dopo il tuo parto."

OK, anche se mi vergogno come un cane a dirglielo, perchè mi sento una bimbaminkia di tredici anni, quando mi arrivano sti sms mi si scioglie qualcosa, all'altezza della gola. Non è catarro, ne sono sicura. E' che...boh. Non sono abituata. Sono abituata ai mariti violenti. Alle donne che si fanno il culo durante tutta la gravidanza, continuando a pulire per terra come se non vi fosse un pancione d'ingombro, in mezzo. Sono abituata all'idea che l'uomo non se ne curi più di tanto. E invece...invece lui si interessa. E non solo dei bambini, ma di me. Non mi fa fare quasi nulla. Se salgo sulla scala per pulire i vetri viene a recuperarmi tirandomi per l'orecchio. E poi mi brucia la scala. Cosi non posso più salire. L'idea che si prenda del tempo, per assistermi, mi fa venire i brividi. No, no non di orrore (anche se, Cristo, quando si mette a cucinare lui altro che brividi, la cucina sembra uscita da un set di Dario Argento). Mi da premure a 360°. Che si tratti di sequestrarmi il cellulare quando Joseph manda messaggi che mi innervosiscono, o semplicemente di riempirmi il soffitto di palloncini, e il frigo di burritos. Sarà un buon padre. Uno di quelli che adorano la propria famiglia. E stento a credere che sia lo stesso ragazzo che aveva il labbro spaccato, quella sera, e che si è fatto medicare solo con l'idea di riscattarsi un bacio. La pancia continua a crescere, i disturbi ad aumentare. Però, adesso, i bambini fanno compagnia con un mare di calci e scossoni. Adesso si sentono, nitidamente. E mi ritrovo a sognarli, la notte, ed hanno qualcosa di entrambi.
La faccia da cazzo del padre, il culo della madre. Dio, che figli fighi che avremo.


sabato 12 luglio 2014

Per ogni giù, c'è sempre un su.


Ho cercato la parola "piacevole" sul dizionario, per essere certa del significato che l'uso comune gli attribuisce. E, sempre secondo il dizionario, si definisce cosi qualcosa che provoca piacere di varia natura o che comunque stimola un senso di benessere. Si, decisamente, la serata di qualche giorno fa è stata piacevole. Nonostante la casa di Gwendolyn fosse piena zeppa di orride piantacce - maledette Rahsan e Melissa e il loro terroso senso dell'addobbo - e nonostante a un certo punto ho davvero creduto che Neal stesse per rompere il braccio a Melissa in quell'assurdo braccio di ferro. E tralasciando il fatto che, Jeanne, a tratti si rabbuiava, specie quando io e Mel le abbiamo passato entrambe contemporaneamente da bere e, scherzosamente, abbiamo fatto una battutina sui riti. Santiago è ancora molto lontano, nella Coven tutto è incerto, ma ieri sera ho respirato aria di casa. Quando ci sono i compleanni non posso fare a meno di pensare a quelli festeggiati con la nonna e, inevitabilmente, mi viene da sorridere. Lo decidevamo noi, il giorno, ed io festeggiavo quando mi pareva. Gwendolyn sembrava commossa...e felice. E Neal ha portato l'alcol, talmente tanto che alla fine brindavamo ognuno con la propria bottiglia. Jeanne gli sta simpatica, lo si vede dal modo in cui la punzecchiava. Ma penso che Melissa e il suo "caratterino" siano ciò che gli va più a genio. Unica pecca...il mio stomaco. Il giorno dopo ho rimesso anche l'anima, eppure non ho bevuto troppo. Tanto. Insomma, al solito. Ho fatto di peggio. Inizio a pensare di avere qualche merdoso virus, di quelli che ti regalano scagazza per dieci giorni. Ma ho paura che Neal si ripresenti con qualcuna delle sue tisane all'aglio, mefistofeliche. Per cui mi terrò il dissesto di budella e amen...passerà. Ne sono passate tante. Spero solo che in futuro ci siano più serate del genere, spensierate e rilassate. Voglio dire, sono pronta a sopportare un pò di diarrea per questo.

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Settembre 2008 - San Diego

Baba era morta da un giorno. E Kim stava sdraiata sul letto, a fissare il vuoto. Il tramonto era passato da un pezzo, e l'interno del carrozzone si tingeva di un nero che sembrava abbinarsi bene all'umore dell'appena ventenne zingarella. Si sentiva incredibilmente sola, adesso. Ora che la nonna era morta, che era stata seppellita, non gli restava che quel carrozzone e la propria carcassa a farle compagnia. Sapeva che d'ora in avanti, quando avrebbe aperto la porta, non ci sarebbe stato il suo sorriso ad accoglierla. Che quelle mani sempre piacevolmente calde non le avrebbero più riservato carezze, e che avrebbe dovuto fare a meno del suo profumo, del battito del suo cuore che ne aveva cullato i sogni da bambina. Con la morte di sua nonna qualcosa di tremendamente importante era finito, ed iniziava per lei un salto nel vuoto da un'altezza considerevole. D'ora in avanti non ci sarebbero stati consigli, rimproveri, divieti, concessioni. D'ora in avanti c'era solo lei, la propria intraprendenza, tutto ciò che le era stato insegnato ed un sano quanto radicato spirito di sopravvivenza. Era immersa in quel denso e freddo torpore che avvolge le persone dopo un lutto, quando gli uomini erano entrati. Prima ancora che potesse rendersene conto l'avevano afferrata e trascinata fuori. A nulla erano valse le urla, le proteste. Kim sembrava una gattina selvatica, a cui avessero bloccato le zampe. Soffiava, rizzava il pelo, miagolava disperata...ma era assolutamente impotente. Una volta fuori, c'era Gaspar ad attenderla, e un circolo di uomini a fare da schermo al resto del campo. Lei era nel mezzo, e si dibatteva selvaggiamente, mentre il capo continuava a parlare

"La morte di tua nonna è stata una liberazione. Non vogliamo figlie del demonio, tra di noi, e se l'abbiamo tollerata in questi anni è stato solo perchè..."
"TU! Avevi paura di lei!"
"...solo perchè era anziana. Tutto qui. Ma non è il tuo caso. Sei giovane e potrai andare dove ti pare. Senza, ovviamente, il carrozzone. Che resta a noi"

Kim era impallidita. La sua casa, la sua splendida piccola casa. Il suo mondo fatto di ricordi felici, di risate, di coccole, di affetto. Aveva scosso la testa, in segno negativo, incapace di parlare, convinta che fosse semplicemente un incubo, che davvero non le stavano togliendo anche l'ultima cosa cara che le era rimasta. A dispetto delle sue convinzioni, però, gli uomini avevano cominciato ad entrare all'interno dell'abitazione mobile. Sentiva il rumore di vetri rotti, cassetti che venivano aperti, cose gettate all'aria, sporcati da un contorno di risate maschili, imprecazioni, commenti. A quel punto, l'ultimo barlume di ragione nella testa della ragazza si era dissolto. E aveva puntato gli occhi azzurri su Gaspar, schiudendo con sdegno la bocca

"Io ti maledico Gaspar Joyce. Che il marchio della Scimmia ti brilli sulla fronte, ti spunti la sua coda, e tu ne abbia la risata. Ti maledico, scimmia, figlia di scimmie, procreatrice di scimmie!"

E nel concludere la frase aveva raccolto la saliva in bocca, arcuato la schiena sfruttando il fatto che due uomini la tenessero tra le braccia per prendere maggior slancio, come fosse lei stessa una fionda, e finendo col colpire il viso di Gaspar col proprio sputo. Lei non era ancora una Strega, i suoi poteri rimanevano ben celati in quel corpicino fragile e delicato. Ma i romanichal erano un popolo molto, molto, molto superstizioso. Nelle credenze comuni, la Scimmia era un animale immondo, grande portatore di sfortuna, e neppure l'uomo più coraggioso usava pronunciarne il nome. Lo sputo, inoltre, sanciva qualsiasi tipo di maledizione. Dunque, le parole di Kim, non erano affatto leggere e sottovalutate, non in una comunità dove l'ignoranza e la ristrettezza mentale dilagavano. Gaspar era rimasto a fissarla, in parte terrorizzato, in parte arrabbiato. Poi si era allontanato, ripulendosi col dorso della mano il viso, e quando era tornato dalla ragazza stringeva, tra le mani, un frustino da cavallo. Se si concentrava, a distanza di anni, lei ricordava ancora il sibilare della frusta nell'aria, e il dolore lancinante che ogni impatto le causava sulla schiena. Se quello era un gruppo, una famiglia, lei era felice di essere rimasta da sola


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Da dove comincio? Da Melissa che mi dice che io non so cosa sia una famiglia, da Reverie che ripete davanti a lei e Santiago che mi ucciderebbe se non fossi un membro della Coven? Da Santiago,  che attribuisce tutte le mie preoccupazioni riguardo quella vecchia a scazzi tra donne mestruate? Non c'è un inizio, in realtà, perchè non c'è neppure una fine. E' tutto un guazzabuglio confuso di cose inspiegabili. Come si può difendere qualcuno che conosci da appena un mese inculando chi  ti è stato vicino durante battaglie importanti, nei momenti del bisogno prima ancora che in quelli allegri? Che logica c'è nel voler aver accanto qualcuno che ammazza chi gli sta sul culo, minaccia random, oppure giustifica lo stupro come l'inevitabile conseguenza in cui imbatte un uomo tremendamente sexy?

Non ho dormito. Ho provato a dare un senso a tutto questo, più e più volte. A pensare che dev'esserci un motivo se Santiago ha agito cosi, che non può essere vero, che davvero non possono essere tutti impazziti come se - improvvisamente -si fossero messi d'accordo. Magari in un'altra vita, un'altra dimensione. Poi, però, ho capito che non c'era da capire. Probabilmente Reverie, a giudicare da tutti quei vezzeggiativi, da come calcava spesso quanto fosse amica di Santiago, e da come la sua aura gli si strusciava addosso, è stata una sua trombamica. O lo è ancora. Qualcosa del genere, insomma.
E Melissa...Melissa. A lei ha offerto un posto di lavoro, e a quanto pare vede del buono in quell'inutile coglione che ha provato a farsi Rahsan dopo lo scoppio del potere. Ha delirato, al granaio, e quando le ho chiesto se lei avrebbe dato modo a un pazzo armato di accetta di farle vedere quanto fosse brava ad utilizzarla ha detto che se il pazzo era lui...si. L'avrebbe fatto. 

Che dire? Se metti tanti psicopatici in un'unico posto non hai una Coven. Hai un manicomio. Ed io, con gente del genere, non voglio avere niente a che fare. Ho lasciato il gruppo, senza alcun rimpianto se non quello di aver aspettato mesi nel ritorno del Messia-Santiago, credendo ciecamente nel suo raziocinio. A sapere, che era già tutto deciso, tutto prestabilito, tutto architettato, avrei semplicemente fatto prima questo passo.
Jeanne e Joy se ne sono andate via, con me, ognuna per le proprie ragioni. Chi semina vento raccoglie tempesta, e se loro seminano teste di minchia, si ritroveranno con un gruppo di cazzoni in mano. Dunque...eccoli accontentati.

Di nuovo, mi sento sola. E delusa, e tradita, e sfiduciata nel concetto di gruppo. Di nuovo, mi sento schifata da persone che credevo a me vicine, e che si sono rivelate false, volta gabbana, bandiere esposte al volere del vento. Domani starò meglio, lo so già. Domani è un giorno diverso, ed io sono abituata ai cambiamenti. Ma oggi...oggi non posso fare a meno che sentirmi sola. Ho sempre Neal, Aria...i miei amici. Ma questo è un tipo di solitudine diversa. E' il tipo di vuoto che ti crea l'idea di non rivedere più Maya, il granaio, di non sedermi più su quel divano a stupideggiare. Tanti angolini di quel posto sono pregni di ricordi. Gli allenamenti con Heikki, le chiacchierate con Rebecca, la prima pozione insegnata da Santiago. L'attacco di Enoch, la cerimonia d'iniziazione. Rivedo ogni momento, come un mosaico fatto di minuscole e colorate tesserine. Finchè non arriva il vandalo di turno, che afferra il primo martello utile, e rompe l'armonia dell'insieme. Del mosaico, non resta che la polvere.
Cosa fa, un'Elementale d'Aria, di fronte a un mucchietto di polvere vecchia e maleodorante? Soffia. Soffia forte. Finchè ogni minima traccia non è andata via, altrove, disseminata in un posto lontano.
Rimboccati le maniche, Kim. E' ora di ricominciare. Se solo questa stupida nausea volesse andare via...



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"E' tutta questa notte che sento una cosa strana su di te. Mentre dormivi ti ho annusata piu e piu' volte, non saprei dire cosa..Hai il mio odore. Ok, hai quasi sempre il mio odore ma questa volta e' diverso. L'odore non profiene dalla tua pelle, esternamente. Come quando ti tocco, e' come se tu avessi oltre al profumo della tua carne, anche il mio. E' una cosa davvero molto, molto strana."


"E'...un modo carino, per dirmi che sto per morire? Boh...io non sento niente. Forse dipende dal fatto che ieri, sotto la doccia, ci hai dato dentro nel venire, no? Buh. Devo...preoccuparmi?"

"Non e' la prima volta che ti vengo dentro in un certo modo, e poi non parlo dell'odore del mio sperma dentro le tue gambe. Parlo della mia traccia olfattiva dentro la tua traccia olfattiva, non so come spiegarti. E' come..se il profumo del cioccolato non fosse piu corrispondente solo al cioccolato ma diventasse cioccolato e vaniglia senza che vi sia traccia di vaniglia. Piu o meno.. Comunque non e' il mio naso che fa' le bizze, sta mattina ti ho annusata di nuovo. Ad ogni modo non puo' essere nulla di male..si tratta di odori e si tratta del mio odore, non c'e' da preoccuparsi. E' che non era mai capitato, magari sta sera gia non c'e' piu"

"Forse a furia di tenere la vaniglia appiccicata al cioccolato si sono impregnati. Tu non hai il mio odore, dentro? Cioè, è una cosa che hai notato solo su di me, non anche su di te? Si, magari..magari tutti quei cazzo di fiori ieri hanno fatto qualcosa ai nostri odori. Li ha fatti Melissa, magari erano stregati e ci hanno confuso la pelle. Non lo so. Io comunque sto bene, a parte i postumi da sbornia."

"No, io ho solo il mio odore addosso..in realta' tutti hanno solo il proprio odore. In piu sul proprio odore possono avere di deposito quello di qualsiasi altra cosa, ma ognuno ha un solo ed unico odore..distinguibile da tutto il resto del mondo. E' questo quello che mi confonde. E' impossibile averne due. Tu hai il tuo ed il mio. Si tratta della tua pelle, non c'entrano nulla i fiori. L'aroma che traspira dalla tua pelle e' il tuo. Comunque non so' che dirti..magari il mio naso  che fa' le bizze."

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Kim ha intenzione di starsene sdraiata tutto il giorno a crogiolarsi al sole estivo,ed al momento se ne sta in piedi, in cucina, vicino alla penisola. La gamba destra sostiene il peso del corpo, la sinistra è lievemente piegata, e lei è intenta a farsi una limonata. No, non parliamo di effusioni di bocca, quanto del rimescolare dello zenzero dentro un bicchiere colmo di succo di limone con un cucchiaino. Si è di nuovo svegliata con un fastidioso senso di nausea, e comincia ad essere certa di aver preso un bel virus intestinale alla cena da Gwendolyn.

"Stupidi compleanni. Ecco perchè non lo festeggio" -  Ieri ha rimesso parecchie volte, ma aveva attribuito la cosa ad un attacco di nervi per la vicenda del granaio. Non ha detto nulla a Neal, che però non avrà faticato a sentire odore di bile nel bagno, nonostante le pulizie di lei

"Neal, hai visto le mie sigarette?!"

Non le trova da ieri sera, eppure era certa che il pacchetto fosse pieno e di averlo lasciato in questa stanza. Non urla, perchè sa che lui può sentirla tranquillamente anche se al momento si trova in giardino a parlare col padre, al telefono. «In questa cazzo di casa le mie cose sembrano avere i piedi» brontola, mentre l'altra mano si sposta a carezzarsi lo stomaco. Dalla finestra che da  proprio verso quello squarcio di terreno li di fuori per lei è possibile vederlo, seduto su una sdraio a tracannare la prima bottiglia di birra della giornata e a parlare al telefono con il padre anche se d'un tratto ha cambiato letteralmente espressione. E' saltato in piedi con la bocca aperta, neanche qualcuno gli stesse dicendo che ha appena vinto alla lotteria. Poi ha iniziato a fare avanti ed indietro piu e piu volte blaterando al telefono.Blocca finalmente da quell' andirivieni in giardino e poi fa un enorme sorrisone buttando successivamente tutta la bottiglia di Birra in gola, neanche ci si volesse affogare. Attacca il telefono e lo getta sulla sdraio, neanche volesse assicurarsi che stia zitto, non per niente si ritrova a fissarlo e passarsi le mani sulla faccia piu e piu volte. In tutto ciò lui Kim la sente, l'ascolta sempre. La sente blaterare di compleanni ma soprattutto di sigarette. Corre in casa con l' aria stralunata di chi non ci sta capendo nulla, sniffa l' odore del tabacco e senza troppi preamboli stritola il pacchetto fra le mani e lo butta nel cesto "No non le ho viste.." la osserva aspirando nuovamente il suo odore, il loro odore, poi ci si avvicina non sapendo bene come fare o cosa dire. 
"Hey..ciao.."
"Bene. Mi dai le tue? Pomeriggio le vado a comprare"  L'odore dell'uomo lo precede, mentre le si affianca, e quando solleva lo sguardo da lui al giornale se lo ritrova stralunato e...salutante. Batte le palpebre
"Ciao, come stai? Ci siamo visti meno di dieci minuti fa, ma...ehi, quanto tempo"
Lo prende in giro, per quel saluto, poco prima che lui tenti di prenderla per le mani e di metterla seduta 

"Mettiti a sedere, non dovresti affaticarti..ci penso io stai buona tu.." inizia gia con le premure, anche se ora parrebbero tanto insensate. " Evita lo sgabello potresti cadere..mangiamo in sala.."  Lei ha provato a fare una debole protesta, dal momento in cui l'ha afferrata dalle braccia facendola sedere, lanciando un'occhiata scettica alle  proprie gambe. Gambe chilometriche, che anche da seduta arrivano ampiamente a toccare il suolo, azzerando la possibilità che lei cada da li facendosi male. Neal si umetta le labbra e poi si gira verso la zona cucina iniziando a prendere un pò di roba, tra cui i piatti ma sarà un pò l'emozione o l'enfasi del momento riesce perfino a spaccarli fra le dita facendo rovinosamente cadere i cocci. " Cazzo"  borbotta, poi ritorna a parlare ad alta voce " Nulla..questi stupidi piatti sono cosi..fragili..ora sistemo io rimani li eh "Kim sposta, su di lui, uno sguardo preoccupato. Che si accentua nel sentire il rumore di piatti rotti. Offa allunga due tentacoli. Con uno scherma gli occhi di Kim, con l'altro si picchia addosso come in un facepalm "Tesoro..."  lei tenta di intavolarci un dialogo, osservandolo con una lieve apprensione "Guarda che se Trotto Arrapato ha perso non fa niente eh...ci rifaremo. Di quanto siamo sotto?" Crede che sia quello, a renderlo cosi nervoso e confuso, una scommessa ai cavalli andata male. Neal, nel frattempo, inizia totalmente a sclerare, ma sempre cercando di camuffare un po’ l’agitazione perche nel suo mondo giocoso lui sta’ facendo quello che fa’ al solito eh. " Si si, sono contento per il trotto arrapato, chissa quanti figli avra’ con tutta quella foga.." da’ le spalle a Kim, e si morde la lingua per costringersi ad un silenzio orripilante, perche e’ ovvio che la sua testa al momento sia proiettata solamente verso certi tipi di discorso. Si posa con ambo le mani sul lavandino, schiena curvata e sguardo fisso sul porcaio che ha lasciato a colazione all’interno, cercando di fare un po’ di training autogeno. Grandi respiri e rilascio d’aria dalle labbra e questo per piu’ volte. "Bambolina lascia stare trotto arrapato va’ tutto bene, non ansiarti. I soldi vanno e vengono , l’importante e’ che ora ti rilassi.." A questo punto le salta un'altra idea in mente. Forse quelle premure sono dovute ad altro. Al fatto che sia stata depressa, nei giorni precedenti. Si affretta, dunque, a rassicurarlo "Mi sono ripresa, sai? Non sono più triste" la bocca va a sorridergli, compiaciuti di quel suo modo di trattarla "Però dovrei essere triste un pò più spesso" adocchia, nel suo trafficare, del cibo oltre alle suppellettili. "Non devi essere triste, ci sono io con te ad aiutarti..imparero’ a fare la spesa ed a cucinare.." Lei lo guarda, schiudendo la bocca in una "o"di sgomento. "Imparerai a fare la spesa e a cucinare" Ripete, interdetta. Qualcosa non va, è evidente. D'improvviso, il cuore comincia ad accelerare "Neal? Che hai fatto?" Una scena simile di caos, anche se meno buffa, l'ha vissuta quando le ha parlato del tradimento. Il cuore vacilla, per un attimo, all'idea di nuove corna sulla sua testolina. Un'idea che viene scacciata con forza, dal pensiero di quanto siano felici ultimamente.  A proposito di cucinare... Le sue omelette stanno andando a fuoco in pratica, si sono carbonizzate. E poi parla tanto male delle doti culinarie della moglie. Le rigira di corsa e poi le mette sul piatto buttandoci un po’ di formaggio e delle salcicce trafugate dal frigorifero, continuando a parlare."Poi ti accompagno io ovunque, con la macchina..la bicicletta e’ pericolosa". 

Kim fissa, con orrore, quella cosa carbonizzata che lui vorrebbe farle trangugiare. Lo stomaco si fa sentire, di nuovo, lei ci porta una mano sopra "No, Neal, ti prego. Io oggi non mangio. Niente burritos, niente tacos...ho preso il succo di limone, con lo zenzero, va bene cosi" E poi si trova ad ammettere, riluttante "Sai, mi sa che ho preso di nuovo quel virus intestinale. E il dottore diceva di evitare di mangiare certe cose" Neal si ritrova a voltarsi con il viso verso di lei, corruga la fronte e ritorna poi sul piatto appena cucinato. Piatto che trasporta fin sopra il bidone della spazzatura, che viene fatto aprire con il pedale prima di buttare tutto all'interno. Richiude le labbra, e lo fissa "Sei sicuro che fuori non ti abbia punto un insetto?"» Chiede, cominciando a sospettare che lui sia vittima uno shock anafilattico in corso. Neal, nel frattempo, parla ancora di cibo "Va bene non mangiamo..queste cose cancerogene…mangiamo cose salutari..tipo..» tipo? Non sa’ bene quali cose siano salutari. Ma il formaggio gli pare una buona idea, infatti prende il tagliere, il coltello e la forma portandolo sul tavolo vicino a lei. "Almeno mangia un po di questo..e’ fatto con il latte, il latte..» oddio il latte. "Delle mucche. Oddio che cosa orribile, prendono il latte delle mamme mucche. Amore, non mangeremo piu formaggio" pausa "Dopo questo pranzo. Ho fame". Quando lui parte con quella filosofia sul latte lei scosta le chiappe dallo sgabello "No ok, ora chiamo Moonie" Evidentemente, vuole ricoverarlo. Non fa in tempo a recuperare il cellulare, però, si sente acciuffare dal collo e carezzare delicatamente, prima di vederlo chinarsi e darle un bacio. Uno di quelli dolci, stranamente delicati che pian piano si dilungano in qualcosa di sentito, sensuale, ricercando la lingua dell’altra con lappate lente. " Amore è sempre bello rivederti, sei bellissinma. Ti amo..tu non sai quanto" 

Kim si spinge verso di lui, sentendo sciogliere l'ansia da dosso, le mani che risalgono lungo le spalle dell'uomo, si intrecciano dietro il suo collo. Si scosta a guardarlo, facendo naso naso con lui, colpita da quel contatto "Marito, calmati. Qualsiasi cosa è successo, la risolviamo, ok?" Richiama a sè il proprio potere, quel tanto che basta per inumidirsi i palmi delle mani. L'acqua si forma sull'epidermide morbida della Precettrice, e lei sposta le mani a carezzargli il viso e il collo, con dolcezza, rinfrescandolo "Se hai perso soldi, li recuperiamo. Se hai perso la casa, vivremo dove ci capita. Se hai scopato con un'altra, te la uccido davanti prima di farti morire con atroci tormenti" bisbiglia, calma, quasi snocciolasse la lista della spesa, con un sorriso lieve sulla bocca. Gli occhi chiari rimangono fissi su quelli della moglie, lasciando quel corpo poderoso alla merce’ delle cure dell’altra " Non c’e’ niente da risolvere..davvero nulla " sente il potere dell’altra rinfrescargli la pelle, lasciandosi qualche istante a godere di quel tocco umido sulla pelle bollente. Emette perfino un mugugno compiaciuto mentre scivola con il viso contro quello della strega, in una carezza ruvida e sorniona, docile cosi solamente con lei. "Non dire sciocchezze..io non perdo mai soldi, la casa e’ nostra e rimarra’ nostra e non hai bisogno di uccidere proprio nessuno..." le da’ tre baci lungo la linea del collo, lenti e succhiati prima di tornare a guardarla in viso. Kim fa un pò più seria, dopo, fissando gli occhi nei suoi "Dunque? Che c'è?"

E lui è felice, maledettamente felice, e poi e’ preoccupato stupidamente preoccupato ed e’evidente che in tutto questo sia anche agitato. Non ha neanche pensato di andare li e dirlo a Kim tanto e’ preso dai propri pensieri, perche gia si vede con un figlio e si sta facendo tutti i filmini del caso, perche questo figlio non e’ nulla di improvviso e di non voluto, anzi sono mesi che ne avevano gia discusso, il suo arrivo oltre ad essere una notizia bella e’ qualcosa che lo fa’ andare su di giri. "Stavo solo cucinando..."  risponde a quella domanda sul cosa lui avrebbe o meno fatto, perche effettivamente gli pare la risposta piu sensata dal momento che oltre a quello non ha fatto davvero un bel niente. " Per te." aggiunge poco dopo quella piccola postilla, qualcosa di estremamente strano dato che lui non si mette ai fornelli neanche a spararlo. L' ha fatto giusto un paio di volte e per occasioni speciali, ed ovviamente sempre per lei. Nel sentirne il contatto con le labbra sembra essersi un poco tranquillizzato, tant’e’ che lo prolunga quel tanto da lasciarsi andare in un sospiro piacevole quando le due labbra schioccano poco prima di scivolare via l’une dalle altre.  " Beh.." come dirlo? Solitamente sono le madri a dire ai padri che sono incinte, mica il contrario. "Io e mio padre..crediamo che tu.." ok meglio non mettere di mezzo il padre, non e’ carino in quel momento no? Si umetta le labbra grattandosi un poco la barba all’altezza della mascella. " Diciamo..amore..aspettiamo un bambino.." plurale? " cioe’ tu aspetti un bambino ma io sono il padre, per cui..."

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Per cui siamo incinti. Sono incinta. C'è un cucciolo in arrivo.
E improvvisamente, un raggio di sole arrivò d'improvviso a spazzare via il grigiore dei miei pensieri, luce densa che spunta a riempire il vuoto creato da altri. Si, è vero. Probabilmente non sapevo ancora bene cosa fosse, una famiglia. Ma adesso...adesso lo so. 




martedì 10 giugno 2014

Muta la trama, cambia l'intreccio, eppure i fili rimangono i medesimi...


Era ritornata a casa con addosso l'odore di quel cagnaccio. Neal l'aveva avvertito da subito, mentre lei scivolava dall'ingresso alla cucina. Non si era accostata subito a lui, era filata dritta in bagno. Si era lavata, a fondo, e tolti i vestiti aveva indossato la consueta felpa. Solo allora si era spostata da lui, che continuava con noncuranza a giocare alla playstation, poggiandogli un bacio morbido sulla tempia. Non aveva neppure fatto il giro, limitandosi a sporgere oltre la spalliera del sofà, per un contatto breve e fugace. In silenzio, si era incamminata verso la cucina, per schiaffare nel forno due tre porzioni di lasagne, riguadagnando poi la strada per la camera da letto. Ricordava, in un certo senso, quei venti frettolosi di Primavera, che non hanno davvero tempo per fermarsi in un unico punto, intenti come sono a impollinare il mondo e a ribaltar soffioni. Si era lasciata cadere, con la grazia di un sacco di patate, sul copriletto colorato raggomitolandosi in posizione supina. I guaiti di Khaleesi continuava a sentirli anche adesso, e un incredibile senso di nostalgia e tristezza le stringeva la gola in una morsa cattiva. Non aveva voglia di fare altro che stare li, a guardare oltre la finestra, rimuginando sul fatto che Blaer e Tristen l'avrebbero trattata bene. Di sicuro, quella casa con quell'ampio giardino, era meglio per lei del retro di un negozio, o di una ricca villa in cui restare sepolta di giorno per uscire sotto la notte. Sospirano, Kim socchiude gli occhi.

Quando li riapre, dev'essere passata circa mezz'ora. C'è Neal, sdraiato accanto a lei, lo sguardo fisso di chi attende solo che lei frigni per prenderla in giro o borbottare che tutta quell'idea del cane - lui l'aveva predetto - sarebbe stata deleteria. Davanti a loro, troneggiava una teglia di lasagne. E due forchette. Senza dire niente, Kim aveva impugnato la sua e cominciato a mangiare, seguita a ruota dal marito. E sebbene nessuno dei due avesse troppa voglia di ciarlare, la Precettrice allungò comunque la gamba a carezzare quella del Mannaro. Un contatto gentile e piacevolmente fresco, in contrasto con quella carne maschile e sempre cosi dannatamente bollente. Qualcosa che anche lui aveva ricambiato, in uno strusciarsi lieve che valeva molto più di mille chiarimenti.



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"Kim, sei uscita ore fa' con la tua amica Jeanne e non sei ancora tornata a casa. SI PUO SAPERE DOVE CAZZO SEI? 
questo stupido tatuaggio non funziona neanche per un cazzo e neanche il tuo fottuto telefono, quando torni a casa ti scortico viva."

"KIM non sto' scherzando, il telefono mi da' non raggiungibile si puo sapere dove cazzo sei andata a mangiare? FRA LE ALPI? Mi spieghi per che cazzo mi sono fatto fare una stronzata sul braccio se poi NON FUNZIONA AD UN EMERITO CAZZO? Spiegamelo perche io davvero non ci arrivo... ma sai io sono un lupo, tu sei quella intelligente. TANTO INTELLIGENTE CHE RIEMPIRO' UN INTERA VASCHETTA CON IL TUO CERVELLO IN SALAMOIA. 


Ora ti vego a cercare, nasconditi per bene."





Siamo finite nella Londra del 1600. Ora, lo so che non è proprio intelligente e credibile come inizio di un discorso volto a spiegare, al tuo arrabbiatissimo e smadonnante marito, perchè sei rimasta per ore fuori casa senza risultare rintracciabile magicamente o tecnologicamente ma...è la pura verità. Ci siamo perse mentre cercavo quel dannato sexy shop, e sotto al diluvio universale abbiamo visto Aurore che parlava con una bambina. Aurore è la commessa del MoonGoddess, un amore di ragazza educata e gentile, e non era di certo lei a preoccuparmi quanto la tizia con cui si intratteneva. Di una bellezza surreale, se ne stava li tranquilla a raccogliere margheritine dentro un'aiuola, e spire bluastre si propagavano dal punto in cui stava, diffondendosi per l'asfalto lungo i rigagnoli d'acqua creati dal maltempo. Prima ancora di capire chi o cosa fosse, quei tentacoli si sono animati ulteriormente, arraffandoci alla caviglia e proiettandoci in un'altra dimensione spazio temporale. Solo che non ero più con Jeanne, nossignore. Mi trovavo in un teatro, e di fronte a me, vestita con abiti dell'epoca e con lunghi capelli biondi annodati in una lussureggiante treccia, c'era Zhora. Vista da fuori, la scena era abbastanza esilarante. Se non fosse che io ero circondata da attori infoiati, e vestita come una puttana d'alto borgo. Ecco, sinceramente, non so cosa ci trovasse di bello la gente nell'andarsene in giro con chili e chili di stoffa senza neppure una fottuta tasca. Cosi come sono certa, dall'olezzo di rose che emanavano quei tizi, che l'acqua doveva essere un bene tutto da scoprire, oscuro ai più. Insulti a parte, sono riuscita a salire sul palco per avvicinarmi all'unico mio legame con il presente. Zhora. La pantera, dal canto suo, è stata cosi carina da non pensare solo alle sue chiappe e tenermi il gioco mentre recitavo non so bene cosa prima di afferrarmi per il polso e dileguarci fuori dal teatro. Con tre splendide, provvidenziali, monete d'argento. E mentre io realizzavo che probabilmente non avrei mai più rivisto mio marito, se non avessi trovato una soluzione al problema, e lei aguzzava il tartufo per rintracciare l'odore di Jeanne in quel caleidoscopio di puzze e sentori...siamo tornate. Cosi come eravamo apparse, siamo ricomparse. Di nuovo vicine, di nuovo a BonTemps. Mai prima d'ora sono stata cosi felice di sentirmi addosso la pioggia di questo piccolo, delizioso, buco di culo della Louisiana. E di riabbracciare Neal. Che ha urlato, tanto per cambiare, e fatto volare in aria tre quattro soprammobili. Ma che alla fine era terribilmente sollevato, di riavermi a casa. Tanto quanto io sono stata sollevata, qualche minuto più tardi, di riaverlo di nuovo dentro. Di tanto in tanto, quando ce ne stiamo insieme senza dire nulla e ci afferriamo le mani per giocare con le dita, quando ci posiamo gli occhi addosso con la cura di chi è consapevole di aver davanti una cosa bella, mi sembra come se tutto ciò che abbiamo fosse già previsto, già deciso. Come se una tale complicità, una tale intimità, fosse innata e non potesse andare diversamente tra noi due. Ho l'impressione che fossimo destinati a stare insieme, in ogni luogo, in ogni tempo. Che ci saremmo trovati, e voluti, e presi anche in epoche diverse, e in diversi mondi. Ma questi, dopotutto, sono solo pensieri bislacchi tra una palpata di culo ed una sua risata. Niente di più, niente di meno

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Mesopotamia - 3500 a.C  - Età del bronzo

Kimani se ne stava inginocchiata di fronte alla propria capanna. Su di una grande pietra rotonda aveva versato una manciata di semi, e utilizzando una pietra più piccola e levigata andava, ad un ritmo costante e regolare, andava a triturarli fino ad ottenere una polvere piuttosto sottile. I movimenti concentrici che, con entrambi i palmi delle mani, andava ad imprimere al proprio pestello servivano, in parte, a scaricarne la frustrazione. Da pochi giorni appena, Nassor l'aveva presa con sè come sposa. Era avvenuto tutto in maniera molto semplice, in realtà, perchè in quei tempi non si usava certo una cerimonia. L'aveva vista bagnarsi alla fonte, di ritorno dalla caccia, ed era rimasto per un pò zitto e buono a fissarla emergere fino al punto vita dall'acqua, intenta a spruzzarsi spensierata e felice con le altre donne al fiume, apprezzandone il suono della risata. C'era un che di selvatico, in lei, e gli occhi azzurri si caricavano di un'ondata incredibilmente fredda e sprezzante quando qualcuno osava spingersi oltre un certo limite con lei. Qualcosa che riusciva, ogni volta, ad eccitarlo terribilmente. Era davvero molto bella, e spesso gli uomini si erano avvicinati per provare ad accoppiarsi, nel tentativo di farne la propria compagna. Aveva respinto tutti a sassate, uno dopo l'altro. Ma, quel giorno, quando Nassor le si era avvicinato ricoperto di sangue e pitture tribali, e lei si era girata a guardarlo mentre le altre donne si allontanavano via, qualcosa era scattato. Lei era uscita dall'acqua, provando ad allontanarsi, ma lui l'aveva inseguita. C'era stata una lotta, ovviamente, che avevo visto Kimani mordere e scalciare, e opporre una resistenza spietata. Ma alla fine come da tradizion era stata posseduta, e diveniva agli occhi di tutti la sua compagna. Si era trasferita con lui nella tenda, e da allora gli teneva il broncio. Odiava quel marito, con tutto il cuore. Lo odiava perchè era riuscito a batterla, e perchè era forte. Lo odiava perchè il modo in cui l'aveva presa le era piaciuto, terribilmente, e questo le causava non poco disappunto. Ne odiava i lineamenti virili, il prestigio che aveva nella tribù. Kimani lo odiava, dunque, senza sapere che in realtà quello poteva benissimo chiamarsi amore. L'amore di una persona orgogliosa e cocciuta che aveva perso, nel giro di qualche ora passata tra l'erba a farsi possedere con una certa ferocia, tutta la sua libertà di donna nubile. Il rumore dei passi, dietro di lei, non era comunque riuscito a turbarla. Sapeva che il marito era tornato e che la stava guardando, eppure continuava a triturare cereali, i seni che penzolavano nudi nel vuoto, la bocca piegata in una smorfia arrogante e stizzita. Finchè lui non si era inginocchiato, portando le mani al collo, e cingendoglielo con una collana. La donna aveva smesso di muovere la pietra, abbassando gli occhi a contemplare un delizioso monile. Denti affilati, pietre e biglie di legno ne ornavano il filo. Al centro, una piccola placchetta di rame, qualcosa di estremamente caro. La riconosceva. Al mercato l'aveva ammirata per tanto tempo, ma costava davvero troppo e ci aveva rinunciato. Nassor aveva dovuto spendere chissà quanto per barattarla, e lo aveva fatto per lei. Kimani rialzò il viso, fissando gli occhi in quelli del marito, che le sorrideva con espressione sorniona, da guerriero trionfatore. Timidamente, aveva sorriso anche lei. Poi lo aveva preso per mano, alzandosi in piedi, tirandoselo fin dentro la capanna. Il resto del pomeriggio lo aveva trascorso su di lui, a convincerlo - sbattendoglieli davanti con noncuranza - di quanto i suoi seni fossero la cornice ideale per quel particolare monile.

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Roma - 108 D.C -  Colosseo

Era stato trasportato in una Domus lontana, perchè necessitava di riposo. Il combattimento gli aveva portato via tanto sangue, ma il medico era molto ottimista. Al momento, due serve gli stavano ripulendo il sangue di dosso in eccesso, con unguenti profumati ed acqua. Naevius riposava sdraiato su un comodo letto, agi che un normale gladiatore non si sarebbe potuto permettere se non avesse avuto come amante Cinna, giovane moglie di uno dei più potenti - e vetusti - Senatori di Roma. L'aveva visto cadere a terra, durante la battaglia, il petto squarciato una ferita profonda e per un attico il panico era dilagato in lei che, con terrore crescente, non aveva saputo guardare oltre. Aveva dato disposizione che l'uomo venisse trasportato in un alloggio tranquillo e controllato dal proprio medico di fiducia. Poi, come di consueto, aveva atteso il calare delle tenebre. Faceva ora la sua comparsa nella stanza,  abbassandosi il cappuccio della mantella e rivelando alle donne la bellezza del proprio profilo, la ricchezza dei monili e delle vesti che le ornavano il corpo. "Lasciateci soli" e non era una richiesta, ma un ordine. Si era avvicina al lettino, prendendo una pezza per poter curare lei stessa quel corpo. Una vistosa cicatrice ornava lo sterno, e gli occhi di lei vi si erano soffermati sopra con una certa riluttanza "Non sarò più di tuo gradimento, Cinna?" era stato lui a parlare, riaprendo gli occhi e sospirando. Era una domanda retorica, in realtà, ma lei aveva sorriso e si era chinata a porgere un bacio su quelle labbra calde di febbre, umide di stanchezza "Questa vita, senza di te, non sarebbe più di mio gradimento" si era limitata a mormorare, poco prima di baciarlo. La donna ricca, potente e raffinata che aveva fatto il suo ingresso nella stanza si era, poi, sdraiata accanto a lui abbracciandolo con una certa tenerezza "Guarirai, e quando sarai guarito fuggiremo via da questa città e dai suoi tristi ricordi". Incurante del fatto che lui le stesse inzozzando le vesti, gli aveva consentito di carezzarla, di rimanere fermo li sulle sue labbra con la propria bocca. Sarebbe stato difficile, certo, e complicato. Forse non ne sarebbero usciti vivi. Ma sarebbero stati insieme. Ed era questo, ciò che contava.

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Tortuga - 1650 A.C - Locanda del Gatto Morto

Nantès era furioso. Giorni di pianificazione per assaltare il piccolo ma fiorente porticciolo di Las Speranzas, per poi arrivare li e scoprire che qualcuno era arrivato prima di lui. Aveva spalancato la porta della locanda con un calcio, venendo sin da subito immerso nell'atmosfera densa e calorosa che solo un luogo pullulato da pirati, ubriaconi e puttane poteva offrire. La taverna era rischiarata dalla luce delle torce ad olio, e li dentro si mescolavano l'olezzo del vomito e l'afrore dell'alcol, il sudore e lo sporco dei marinai che vi soggiornavano, il sentore posticcio delle prostitute che utilizzavano fragranze forti per coprire da dosso sentori di sperma, calura, incuria. Gli occhi azzurri del pirata scivolarono silenziosi tra la folla, individuando all'interno del locale la figura elegante di Kim. Se ne stava seduta ad un tavolo, assieme a brutti ceffi putridi almeno quanto la camicia che portava indosso. Teneva nella destra delle carte stinte, e nella sinistra il bicchiere di tequila "Pedro ti sto dando ascolto, ma se usciamo fuori di qui senza la grana ti allargo il buco del culo a colpi di pistola". Non era di certo una signorina per bene, poco ma sicuro. Era un pirata, uno dei migliori. Figlia di pirati, si era guadagnata la fiducia dei suoi uomini un assedio dopo l'altro. Sprezzante, con il resto del mondo, era però un ottimo capitano di quelli che sanno quando essere severi  e quando lasciar correre. Nantès si era diretto al tavolo, e lei aveva fatto appena in tempo a sollevare gli occhi su di lui prima che ribaltasse il tutto con un altro poderoso calcio. Poi, la rissa era iniziata.
Un'ora più tardi, l'aveva trascinata per i capelli portandola alla stanza superiore della locanda. Con molto poco riguardo l'aveva scaraventata dentro, chiudendo la porta  a chiave e cominciando a gridare "Era il mio..." "Era il tuo un cazzo! Sei arrivato tardi" "Avevi meno navi" "Ma io sono più abile" "Sei solo una stronza che sfrutta per sè le cose che sente mentre..." "Siamo patta, Nantès. La scorsa volta mi hai fregato tu, ora ti ho fregato io. Ti rode il culo, tesoro?" Lui si era avvicinato al letto, spintonandocela sopra. Erano entrambi pesti, la guancia di Kim si stava gonfiando, e lui aveva un'occhio nero. "Lasciami!" "Sta zitta!" le mani l'avevano spogliata, frettolosamente, mentre lei scalciava. Poi, d'un tratto, si era fermato. Sapeva che era stata ferita,  e si era chinato a guardare quel busto fasciato, una macchia rosa di sangue all'altezza del punto in cui aveva ricevuto il proiettile. Anche lei si era quietata, in parte, rimanendo sdraiata a farsi contemplare ma conservando uno sguardo rabbioso e selvatico negli occhi. Sotto i vestiti lerci, sotto le cicatrici, sotto le ferite c'era l'idea di una donna che riusciva a farlo letteralmente impazzire. Le mani le avevano accarezzato le bende, con delicatezza "Non farai più niente, da sola", aveva mormorato, prima di spogliarsi a sua volta, e sdraiarsi accanto a lei. La lotta era continuata, in un altro modo, un modo che entrambi riservavano esclusivamente l'uno all'altra. Era stato cosi, dal loro prima incontro. Urla e cazzotti in pubblico, gemiti e carezze nel privato. Si appartenevano in un modo strano, e quegli istanti in cui non erano per mare e dividevano il tempo insieme parevano comunque riuscire a farli sentire liberi  e felici. Qualche ora più tardi, dopo essersi sufficientemente consumati, Kim giaceva insonnolita sul suo petto mentre Nantès le carezzava i capelli. Sollevò la testa di poco, per guardarlo negli occhi, seria "Non farò più niente neppure in compagnia, per un pò di tempo" lui aveva abbassato su di lei uno sguardo perplesso, aggrottando la fronte "Che intendi?" E lei non aveva detto nulla. Ma gli aveva preso la mano, spostandosela in basso, sul ventre. Lentamente, la fronte dell'uomo si andava rischiarando mentre un sorriso incerto appariva su quelle labbra arse dal sole, bruciate dal mare. E dopo...dopo fu soltanto baci e risate, progetti e grida. Sotto, gli uomini continuavano a bere,  gridare, ballare. Sopra, qualcuno continuava ad amarsi.

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Parigi - 1879 - Periferia della città

Era un quartiere elegante, non il cuore pulsante della capitale, ma di sicuro uno di quei punti della periferia dove si poteva passeggiare certi  di trovare gentiluomini per bene, viali curati, ville ben tenute e dame di un certo ceto sociale. Di sicuro dava nell'occhio, dunque, quella mantellina nera che si aggirava furtiva per la strada non riuscendo ad occultare del tutto le crinoline di quella che era, indubbiamente, una gonna femminile. Camille teneva sotto braccio un piccolo cesto, e dopo essersi guardata intorno aveva spinto via un mucchio di edere che ricoprivano fittamente una recinzione. Si trovava nei pressi di una villa abbandonata ormai da tempo, e in quel punto la ringhiera presentava un buco sufficientemente grande da poterci entrare. Con cura, aveva risistemato l'edere che fungeva da tendina, recuperando il cesto e avviandosi verso il retro dell'abitazione. Non sembrava avere timore dell'oscurità che avvolgeva il luogo, nè del silenzio spettrale che li si respirava. La maniglia dell'ingresso sul retro era stata forzata. Con calma, la ragazza aveva schiuso la porta lasciandola aperta affinchè la luce della luna, all'interno, ne illuminasse i passi. Aveva poi acceso una candela, muovendosi agilmente nel buio, e richiuso dietro di sè l'uscio. Non temeva di esser vista, le finestre dell'abitazione erano sigillate con numerose assicelle, e la fioca luce di una candela non sarebbe di sicuro filtrata all'esterno. Il rimbombare ovattato dei passi ne accompagnò il muoversi lungo le scale, fino ad approdare ai piani superiori "Monsieur?" aveva chiamato "Qui, Camille". Adagiato a terra, su un materasso improvvisato, l'uomo stava in parte sdraiato con la schiena che poggiava alla parete. Si premeva la mano al petto, ed era facile intravedere chiazze di sangue sulla camicia. Con calma, la ragazza gli si avvicinò inginocchiandosi accanto a lui "Vi ho portato la cena. Prima, però, diamo un'occhiata alle bende". E lui, come sempre, era rimasto a guardarla incantato. Era stato un incontro bizzarro. Lei  si era affacciata alla finestra, sentendo il rumore di spari. Lui si era rifugiato nel suo giardino. Guardandola, pallida e eterea nella camicia da notte, i capelli sciolti e gli occhi sgranati, aveva pensato subito che era un bel modo per morire. Si aspettava che chiamasse i gendarmi, che svegliasse la casa. E invece...si era presa cura di lui. Lo aveva nascosto in attesa che si calmassero le acque e la polizia si allontanasse, portandolo solo più tardi in quella casa poco distante. Veniva a trovarlo ogni notte, portandogli cibo e medicando quella che era, fortunatamente, una ferita poco profonda. Dentro di sè, si era persuaso che lei si fosse convinta di avere di fronte una brava persona. E questo spiegava il perchè di tutte quelle cure amorevoli "Prima delle bende, Camille. Vorrei parlarvi un attimo" Lei aveva riabbassato le mani, incerta "Certo Monsieur" "Penso...penso sia opportuno informarvi di chi io sia" "Oh...va bene. Ma io lo so già chi siete, Monsieur" "E chi sarei io, di grazia?" "Siete Neallame Fablè". Di nuovo, l'aveva stupito. Lo sbigottiva che una ragazza di buona famiglia si trovasse di fronte un ladro di rinomata fama, come lui, senza sentirsi intimorita o disgustata. E la fissò per un pò, a labbra schiuse "Lo sapevate sin dall'inizio?" "Mais oui!" "E mi avete comunque aiutato?" "Certo" "Perchè?" "Perchè penso di amarvi, Monsieur". C'era un certo candore, in quelle sue schiette rivelazioni, nel modo smaccatamente sincero di dichiararsi. Non si erano detti più una parola, perchè lei si era di nuovo mossa a controllare lo stato delle sue ferite. Il resto della sera lo aveva passato a contemplarla, a scrutarne il profilo squisitamente femminile del volto, le labbra carnose, il bagliore degli occhi. Anche quello era, dopotutto, un bel colpaccio.

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Aveva smesso di fantasticare quando Neal, accanto a lei nel letto, aveva allungato un braccio a tirarsela vicino. Si era accoccolata contro di lui, poggiando la guancia sul suo petto, attenta a non ribaltargli il computer su cui lui stava scribacchiando qualcosa.

"Tutto ok?"
"Si, stavo pensando"
"A cosa?"
"A come staresti vestito come Fred Flinstone"
"Se vuoi ti faccio vedere come starei vestito da Lady Godiva"
"E chi sarebbe?"

Aveva smanettato un altro pò sul computer, mostrandole l'immagine di quella donna. Kim aveva riso, prima di sollevarsi quanto bastava per sfilarsi via l'abitino che indossava. Altro giro, altra corsa.