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sabato 14 marzo 2015

"Adesso puoi baciare la sposa. Di nuovo"

Maggio 2019 - Phoenix

Nonostante la lontananza Stellan stava facendo del suo meglio per recuperare il tempo perduto. Nel corso dell'ultimo anno le visite a Kim erano state frequenti, e il rapporto tra i due si cementificava gradualmente. C'era tanto da imparare, su quella figlia dallo spirito cosi simile a quello della madre, e c'era ancora di più da apprendere da quel padre stregone, formato in maniera impeccabile dalla vita e dai propri avi. Se è vero che è padre chi ti cresce, e non chi ti genera, e che Kim aveva superato da un pezzo la fase di crescita, era anche vero che avevano molto da condividere. Conoscendolo, la strega aveva in qualche modo avuto accesso a una parte del suo passato che considerava ormai persa per sempre. Il ritratto di Luminitza, pennellato dai ricordi di Stellan, prendeva pian piano forma sotto i suoi occhi. Ad unirli, infine, era la passione per determinate piccole cose. E finalmente l'uomo aveva compreso che piacere si provasse nel vedere la propria stirpe accrescere le proprie conoscenze, i propri poteri, condividere con questa il sapere e la felicità dei successi, l'amarezze degli esperimenti mal riusciti. I rapporti tra l'uomo e Neal...beh. Miglioravano. Non si piacevano a vicenda, questo era chiaro anche ai sassi, ma per amore di quella donna - un amore diverso per ciascuno dei due - si sforzavano di convivere pacificamente, senza perdere il gusto di lanciarsi velenose frecciatine appena ne avevano l'occasione. Il signor Larssen non aveva perso tempo, e forte delle sue buone conosce e dei suoi milioni aveva messo definitivamente in regola la figlia. Kim, adesso, non aveva  più bisogno di documenti falsi e passaporti rubati. Era una Larssen, ora, e le faceva ancora strano pensare di essere ancorata a un cognome, a un posto, a un documento dopo tutti quegli anni passati lontano dalla burocrazia e dalla legge. Certe cose, comunque, rimanevano uguali a prima. Lei continuava a presentarsi come Kim Saunders, alle persone, e Neal continuava a chiamarla Kimberly, quando voleva darle amabilmente fastidio. 
Primavera in Arizona significava vita. E lei non poteva fare a meno di pensare quanta vita ci fosse, nella propria esistenza, mentre sfrecciava con il padre verso il complesso roccioso di Mogollon Rim, con accanto suo padre. Era l'uomo a guidare, ed era stato lui ad organizzare quella piccola spedizione che li avrebbe visti lontani da casa per un'intera giornata. Aveva scoperto che all'interno delle grotte di quella zona particolarmente arida cresceva una speciale qualità di mughetti e diversi funghi, dalle interessanti proprietà. Da tempo stava lavorando a un perfetto Elisir di  Trasparenza, e queste piccole aggiunte alla ricetta base potevano rappresentare la differenza. Kim era emozionata, e continuava a stropicciare l'orlo della t-shirt bianca  che indossava sotto ai jeans e alle scarpe da trekking. I bambini erano stati sequestrati da Norwood e Cassandra,  Thomas incluso, la sera prima. Si erano fermati a dormire dai nonni dopo un pomeriggio fatto di giochi, cucina messicana e partite alla televisione. Neal era partito presto, la mattina, per sbrigare degli affari giù a Tucson. Lei, dunque, era libera di dedicarsi al padre, al viaggio, alla magia.

Erano li, in quella grotta umida, ormai dalla mattina. Niente torce, un incantesimo che aveva popolato la grotta di numerose luci baluginanti si era rivelato più pratico ed efficace. Avevano fatto una piccola pausa per il pranzo, prima di proseguire la ricerca. Alcuni dei funghi ricercati erano stati già raccolti, e messi in un'apposita cassetta. Mancavano all'appello i mughetti, motivo per il quale i due camminavano da qualche ora, il rumore dell'acqua delle stalattiti a fare da contorno al loro chiacchierare sommesso, addentrandosi sempre di più nella grotta. 

"Li dev'esserci una cascata!" aveva detto Kim, indicando una biforcazione del percorso col braccio sollevato. Offa percepiva l'acqua, ne sentiva lo scorrere li vicino, ed era una sensazione talmente meravigliosa da mandarla in fibrillazione. Era commovente vedere come l'aura della Strega ricercasse continuamente l'aura paterna, dimostrando tutto l'attaccamento che loro due, per carattere, non riuscivano a manifestarsi troppo platealmente. Avevano deciso di fare una piccola deviazione, per andare a vedere questa cascata. Kim aveva trattenuto il fiato quando, girando un ultima curva, il soffitto si era innalzato. L'acqua sembrava una sorta di tenda, celeste e trasparente, orlata di schiuma bianca e vaporosa, che schermava la visuale dell'esterno. La luce filtrava in quella colonna tumultuosa, spezzettandosi in arcobaleni e illuminando di riflessi suggestivi le rocce, smussate dalla potenza dell'acqua. Il padre le si era accostato, cingendole le spalle con un braccio, e insieme avevano osservato le proprie aure danzare rincorrendo il precipitare brulicante dell'acqua. Il rumore era assordante ma loro non sembravano farci caso. I mughetti erano proprio li, crescevano ordinati in un angolo luminoso della caverna. Stellan aveva urlato a Kim di rimanere pure li a godersi lo spettacolo, dicendo che ci avrebbe pensato lui



Quando era tornato da lei, e Kim si era girato a guardarlo, aveva storto appena la bocca. Aveva privato la pianta delle radici, e solitamente nei filtri quelle erano utilissime, porgendole un mazzo che assomigliava più a un piccolo bouquet che a una vera e propria raccolta di erboristi. Prima di poter chiedere spiegazioni Stellan si era chinato a sussurrare, al suo orecchio

"Sei felice, con Neal?"

Il tono, lo sguardo, la mimica facciale dell'uomo non lasciavano intendere che fosse pronto ad una nuova paternale sui difetti del marito. Sembrava davvero desideroso di avere un ulteriore conferma, da lei. Kim aveva preferito non dire niente, lasciando che fosse il suo viso a parlare. Senza neppure un filo di trucco, sorrideva al padre in un modo che non lasciava dubbi su quanto una certa gioia riuscisse a illuminarla, da dentro. Stellan aveva annuito, poggiandole un bacio sulla fronte. Aveva poggiato le mani sulle sue spalle, e mormorato parole che il frastuono dell'acqua aveva coperto. Ma era impossibile per lei non capire che si trattava di un incantesimo. L'aura dell'uomo si era gonfiata, avvolgendola in una spirale azzurra, plasmandosi in acqua tiepida con fare amorevole e protettivo prima di virare verso la cascata. Lo stregone si era girato, e con un movimento rotatorio del braccio, con la stessa naturalezza con la quale ne avrebbe spostato il tessuto se quella fosse stata davvero una cortina, aveva plasmato l'acqua della cascata, creando un varco. Il fiume attraversava una radura di pioppi, e gli alberi erano in piena fioritura rilasciando nell'aria il loro carico di odori. Il sole stava tramontando, e la temperatura dell'aria era decisamente piacevole. Eppure, qualcosa non quadrava. C'erano balle di fieno, disposte a raggiera intorno a un piccolo arco. Due alberi erano stati disposti vicini, i rami intrecciati carichi di piccoli mughetti, e di tantissime macchie viola che da li Kim non poteva distinguere bene. E, cosa ancor più scinvolgente, c'erano persone. Sedute li. Tante persone. No, un momento. Non erano persone. Era...la famiglia. Gli amici, i parenti. Lei non riusciva a capire, anche se in fondo capiva benissimo. Teniva il mazzo cosi stretto che la linfa cominciava a grondarle tra le dita, mentre Stellan la prendeva sotto braccio e la scortava fuori. Camminavano su pietre che l'uomo aveva sollevato, con un semplice gesto della mano, ricreando un ponticello dalla cascata alla riva. Ma fu solo quando gli occhi le si posarno su Neal, in piedi sotto l'arco con Joel in braccio, che cominciò a realizzare che era vero, era tutto vero. Indossava un vestito nero, elegante, e al di sotto della giacca invece della classica cravatta e camicia aveva messo una canottiera bianca. La trasparenza del tessuto mostrava l'intricato disegno colorato che i tatuaggi ricreavano sul suo dorso, e sorrideva soddisfatto. Era bellissimo, e lo stomaco si era contratto in una fitta che, al momento, si stava sciogliendo in qualcosa di più piacevole all'altezza del basso ventre. Era bellissimo, sorridente, intrigante. E la stava per sposare. Di nuovo.

Durante il tragitto Kim non aveva fatto altro che ridere. Una risata nervosa, che si affannava a nascondere dietro il mazzetto, e che peggiorava quando l'occhio coglieva nuovi dettagli. Le persone erano sedute su balle di fieno, decorate in modo suggestivo dai fiori che si rincorrevano lungo tutto il percorso. I maschi di casa erano tutti vestiti allo stesso modo, sfoggiando completo e canotta del medesimo colore. Persino Joel, che mentre Kim si avvicinava era stato ceduto a Cassandra, aveva un completino in miniatura. Le macchie viola che aveva intravisto da lontano altro non erano che piccole Tillandsie, il tipo di fiore che vive d'aria ed è privo di radici che Neal le aveva regalato anni prima, e che ora ornava la loro nuova cucina. Colpo di scena finale c'era Aria, accanto a Neal. Teneva in mano un grosso librone, ed era elegante e sorridente. Stellan si era fermato di fronte a loro due, sciogliendo la presa sotto il braccio senza allontanarsi. Kim aveva approfittato del minuto di serietà per uscirsene con un 

"Ciao...posso sapere che cazzo sta succedendo!?" verso il marito. Mannari, membri della comunità Navajo, e altri amici di famiglia erano scoppiati a ridere. Neal aveva infilato le mani in tasca, schiarendosi la voce.

"Prima che tu me lo possa rinfacciare per i prossimi dieci anni come hai fatto col rito indiano" aveva fatto una piccola pausa, per tormentarla ulteriormente "Kimberly Morrison Larrsen Saunders Vattelapesca. Se non hai da fare, ti andrebbe di sposarmi di nuovo, oggi?"

Stavolta gliel' aveva chiesto. Kim aveva risposto dandogli un pugno sul braccio, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime e Aria si affrettava a spiegare che sarebbe stata un unione civile, dal momento che lei aveva l'abilitazione a farlo. In quel momento la nostra povera Strega era cosi sconvolta che anche la presenza di un elefante in qualità di paggetto non l'avrebbe turbata oltre. Si era solo data un'occhiata ai vestiti, e in quel momento Stellan si era chinato a sussurrarle qualcosa, nuovamente.

"Pensa all'abito che vorresti indossare. Pensalo esattamente come lo vorresti"

Lei aveva chiuso gli occhi, il cuore in festa, l'aura tremante. Modulandosi al ritmo dei propri pensieri la t-shirt si era illuminata, sfaldandosi in piccole bolle d'acqua che erano scese a coprirle il corpo. Tra i sussurri meravigliati delle persone, aveva smesso le vesti da esploratrice, e si era trasformata in una splendida sposa. 



- - -

Era stata un matrimonio perfetto, che rispecchiava esattamente il loro stile. La presenza di Aria, in qualità di celebrante, aveva reso le cose più leggere e gradevoli a entrambi. Kim aveva solo versato qualche lacrima, nel vedere Neal metterle le anello al dito, prima di farsi infilare all'anulare la propria fede. L'anello, in semplice oro bianco, andava a sottolineare il nome di lei tatuato sull'anulare, senza coprirlo. Si respirava un atmosfera rilassata e felice, e c'erano grandi facce sorridenti. Sorridevano Jackson e Juniper, presenti in qualità di testimoni, sorrideva Selene che invece di un vezzoso abitino sfoggiava pantaloncini di Jeans e canotta. Sorridevano Gwendolyn, Joy, Jeanne. Sorridevano tutti, insomma. Il punto della cerimonia in cui Aria sanciva la coppia come marito e moglie, era stato accolto da urla tipicamente mannare e grandi applausi. Neal si era chinato, per agguantare la moglie dalle chiappe e tirarsela addosso, in un bacio che aveva scatenato la folla, e fatto storcere la bocca ai bambini. Un lunghissimo tavolo imperiale era stato allestito poco oltre. La cena era abbastanza in voga con le tendenze del gruppo, con pietanze al buffet e tantissima carne arrosto che veniva preparata al momento da alcuni membri del branco. L'alcol scendeva a fiumi, e c'era persino una pista per ballare. Una band abbastanza conosciuta a Phoenix stava scaldando l'atmosfera, e Kim ne aveva approfittato per riformulare i propri pensieri. Il secondo abito incontrava sicuramente più del primo i gusti dello sposo, ed era adatto per scatenarsi.Un vertiginoso spacco lasciava nuda la gamba sinistra, e un pizzo sottile ornava le maniche e la scollatura delicata che orlava a forma di cuore i seni. Neal l'aveva accolta tra le braccia con un mormorio soddisfatto, mentre aprivano le danze, accostandosi al suo orecchio per mordicchiarlo e sussurrare

"Donna, se non la finisci di provocarmi finirà che dovremo ritirare fuori le culle molto, molto presto"


- - -

Ho riso, ho pianto, ho gridato, ho ballato, ho bevuto. Sono stanca da morire, felice da morire, e fottutamente innamorata di questo stupido malefico lupastro. Ci ha tenuto a precisare che ha delegato le cose da checca tipo i fiori a Dakota. Ma è stato lui, a pensare a tutto. A contattare a mio padre, a proporre la cosa ad Aria. E questo spiega perchè tutta quella dannata fretta di mettermi in regola con i documenti. E' stato lui a invitare le persone, ad ingaggiare la band, a decretare che ci si doveva divertire alla maniera mannara. Si è ricordato tutto, tutto quanto. Ho il cuore a pezzi, da quanto sono felice, e il ricordo di lui senza giacca, in pantaloni e bretelle, che culla con Selene addormentata sul suo petto rimarrà nei prossimi giorni a scaldarmi l'anima. Dio, ho un uomo bellissimo. Più lo guardo più mi sento male dalla voglia che mi fa salire. Vorrei essere cosi forte da stringerlo a tal punto da imprigionarlo dentro il mio corpo, e rimanerci legata per sempre. Stavolta c'erano tutti, tutti quelli per cui valesse la pena esserci. Stavolta è stato...fantastico, dettaglio dopo dettaglio, minuto dopo minuto. Era figa persino la torta, metà dedicata al bosco, metà a rappresentare acqua ed aria. Davon e Thomas avevano briciole di cupcakes nei capelli, perchè hanno ingaggiato una piccola battaglia di cibo. I mannari del gruppo hanno fatto una gara a chi riusciva a sollevare più donne contemporaneamente. Le ragazze hanno cantato, con me, e ballato fino alle stremo. Persino Jeanne rideva. Da quanto tempo, non li vedevo? Elinor è cresciuta cosi tanto, Juniper sembra più piena. Non in corpo, intendo nell'anima. O forse è che sono cosi allegra che tutto il mondo mi sembra bellissimo. C'era la mia famiglia stavolta. C'era mio padre. Mi ha portato all'altare mio padre. Cazzo, sono...ho bisogno di bere. E di fumare. E di mio marito. Ho bisogno di questa nuova prima notte di nozze. Ho bisogno di credere che la nostra vita sarà cosi intensa, per sempre. E guardarlo negli occhi, e sentirmi amata. E guardarlo negli occhi, e sentire che lo amo. 

- - -

Avevano disposto nel bosco diverse tende, e tepee, per gli ospiti che volano passare li la notte. Kim e marito avevano un tepee più appartato, lontano dal gruppo. Neal sorrideva nel sentire, in fondo, i bambini gridare allegri mentre Aria raccontava loro una favola della buonanotte ricca di colpi di scena. La voce di Kim, da dentro, l'aveva fatto girare, in mano l'ultima bottiglia di birra della serata che consumava allegramente. L'aveva sbattuto fuori poco prima, perchè "doveva sistemare", e ora lo interrogava.

"Neal sai cos'altro manca per rendere il matrimonio davvero perfetto?"
"No, senti Kim. In Italia non ci torniamo. E non andiamo in nessun fottuto posto che preveda l'aereo. Se vuoi una cazzo di luna di miele ci si va in camper, che ormai la prima te la sei fatta, non sei propriamente vergine di nozze, amore mio"
"Neal.."
"...Insomma, c'erano persino i fiori stavolta!? Non ti pare di pretendere troppo da un povero lup.."

Si era bloccato, perchè lei era uscita dalla tenda. Si era cambiata, di nuovo. O meglio svestita. Gli sorrideva, maliziosa, felice dell'effetto ammutolente che la visione del proprio corpo riusciva a procurargli. Era nuda, dalla cintola in su, i capelli sciolti sulle spalle. Indossava autoreggenti bianche, una sottile fascia di pizzo le cingeva le cosce sottili. Gli slip che indossava erano in tulle completamente trasparente, orlato ai bordi da piccole rouches. 

"Non mi riferivo alla luna di miele, parlavo del velo. Sai, quella cosa che indossano le spose?"


Nel dirlo si era girata di spalle, mostrandogli la schiena. Nel retro dello slip era stato appuntato un pezzo sottile di tulle, ornato da piccoli pois e cinto da un fioccho. Che, effettivamente, ricordava il velo nuziale

"Ti andrebbe di sollevarmelo e di rispettare la tradizione?" aveva sussurrato, girando di poco il viso per lanciargli un'occhiata allusiva da sopra la spalla. Il mannaro aveva lasciato cadere la bottiglia di birra a terra, prima di avvicinarsi e agguantarla dalle chiappe, la fretta di chi ha rimandato per troppo tempo qualcosa che desiderava fare da molto prima.
Come tradizione, quella fu una prima notte ricca di gemiti e miele, sotto una luna decisamente propizia ai nuovi sposi. Vecchi sposi. Insomma, avete capito. 



venerdì 13 marzo 2015

Di zagara e tulle

San Francisco - Gennaio 2018

"Papà, quando io da grande mi sposerò voglio farlo con la mia canotta degli Arizona e i pantaloncini"
"Ben detto, Selene"
"E mi sposerò con te"
"Su questo non c'è ombra di dubbio"

Seduto sui morbidi e impeccabili divani di lusso del più costoso e rinomato negozio d'abiti da sposa d'America Neal si stava annoiando oltre ogni ragionevole dubbio ed era solo la parlantina della bambina, seduta sulle sue gambe ed abbarbicata al suo collo, a rendergli meno penoso lo stare li. Ben, stravaccato alla sua destra, era invece distratto dal culo di una sposina che, sulla pedana li accanto, stava provando un abito decisamente attillato. Le donne di casa Saunders erano state diabolicamente ingegnose nel farsi scortare a New con la scusa del Super Bowl per poi trascinarli li alla ricerca dell'abito adatto per Dakota. Fidanzata da circa un annetto, la biondina di casa stava per convolare a nozze con un lupo del branco ben visto dall'intero nucleo familiare. Un unione felice, che però stava minando la salute mentale di Norwood. Grande assente in quel viaggio di famiglia, aveva preferito rimanere a Phoenix liquidando questa scampagnata come faccende da donnicciuole e dichiarandosi poco incline a passare il proprio tempo in contemplazione di pizzi e trini. La verità, amara quanto sacrosanta, era che non riusciva ancora ad accettare l'idea che Dakota se ne andasse di casa, e che da figlia diventasse moglie. Da buon Saunders, quando c'era qualche cosa di spinoso da affrontare preferiva rimandare i convenevoli e combatterla di petto in una volta sola. Dunque, se poteva risparmiarsi la visione della figlia in abito da sposa, non vedeva motivo per non approfittarne.

"Mamma?"
"Si?"
"Quando ti sei sposata tu con papà hai comprato qui l'abito?"
"No, amore, l'abito me l'ha scelto papà"
"Ed era da principessa come quello?"

Davon, seduto in braccio a Kim, aveva alzato il braccio verso un abito pomposo armoniosamente incrostato di strass che stava in esposizione su un manichino. Kim aveva rinsaldato la presa delle proprie braccia, intorno alla vita del piccolo

"Era più simile a quello di Pocahontas"
"Ed eri scalza come lei?"
"No, tesoro, avevo delle scarpe orribili. Anche queste, scelte da tuo padre"

Neal aveva aperto di poco le gambe, dandole una ginocchiata leggera, come a  rimproverarla. Per tutta risposta lei gli aveva fatto la linguaccia, chinandosi a lenire l'onta del proprio commento con un breve bacio. Da quando si erano trasferiti in Arizona la carnagione della strega aveva assunto un punto di colore tendente al dorato che la rendeva estremamente invitante. Strizzata in quell'abitino corto, gli occhi luminosi e la bocca morbida e fresca al punto giusto, Neal si era dovuto trattenere dal saltarle addosso. Cassandra le sedeva accanto, tenendo tra le braccia il piccolo Ian, e aveva girato la testa nel sentire la voce della figlia. Dakota stava sfilando, diretta alla pedana di fronte a loro, con indosso un abito bianco, leggero e semplice, suscitando nei presenti diverse reazioni. A Cassandra era sfuggito un sospiro, e si erano inumiditi gli occhi. Ben aveva sollevato gli occhi al cielo, sbottando un "Era ora, quanto ci hai messo". Davon aveva alzato i pollici verso l'alto, Selene verso il basso con tanto di grande boccaccia e un "Zia, mettiti i pantaloni!". Joel aveva continuato a tormentare il ciuccio, in bocca. Quanto a Neal, dopo aver rivolto un'occhiolino e un sorriso alla sorella, si era girato a contemplare la reazione di Kim. Le brillavano gli occhi. E non gli era neppure sfuggita l'aria trasognata che aveva, appena entrata in negozio. Si guardava intorno come se si trovasse nel giardino delle meraviglie, allungando le mani a sfiorare ora un cristallo, ora un pizzo, ora un leggero tulle con curiosità mista a incanto. Rifletteva ancora su quest' immagine, quando Dakota aveva annunciato ai presenti che si, era proprio quello l'abito giusto per lei. Il che poteva significare solo una cosa, per lui: era finalmente giunta l'ora del Super Bowl.



- - -

"Non ti pare che questo strofinaccio abbia un pò troppe paillettes per servire allo scopo?"
"Non è uno strofinaccio, è l'abito che indosserò alle nozze di Dakota e Riddick"
"CHE COSA?!"

- - -



Era stata una di quelle litigate leggere. Capitava non di rado che sbroccassero l'un l'altro per faccende prive di reale peso, e questo era uno di quei casi. Un pò come quei temporali estivi, improvvisi e del tutto passeggeri, i coniugi Saunders si erano accaponiti sulla faccenda "dress code del matrimonio di Dakota". E le loro urla avevano rieccheggiato per tutta la casa, la comunità, la provincia. 

"Ti pare il caso di indossare una roba ricoperta di...fanali e...vetri, corta si e no trenta centimetri e per di più trasparente?!"
"Guarda che addosso mi sta una favola, sbraiti solo perchè la vedi sul manichino..."
"Kim..."
"..Ti manca la visione di insieme"
"E a te manca qualche fottuta rotella in quel cervello che reputavo intelligente"
"Senti, non è colpa mia se tu hai un evidente deficit della vista. L'abito è bellissimo, non c'è una ragazza gipsy che non lo indosserebbe per un matrimonio"
"Tu non sei una ragazza."
"Mi stai dando della vecchia!?"
"...gipsy, volevo dire. Non sei...fanculo, Kim, hai capito"
"Si che lo sono!"
"No invece! Sei mia moglie"
"Beh e allora ricordati un pò con chi ti sei sposato mister "Oh, Kim, quando avevi intenzione di mostrarmi questo tuo attaccamento alle tue origini gitane?""
"L'ho detto mentre ballavi per me. è  totalmente diverso ora!"
"Ballerò per te anche al matrimonio, se ti farà stare meglio"
"UCCIDERTI, MI FAREBBE STARE MEGLIO"
"SEI GIA' IMPEGNATO AD UCCIDERE IL MIO SENSO DELLA MODA, NON CREDI DI ESSERE UN UOMO UN TANTINO IMPEGNATO!?"


Niente di grave, insomma. A dimostrare quanto poco profonda fossero le ferite emotive lasciate dalla presenza dell'abito, che Kim manteneva ostinatamente appeso nella maniglia dell'armadio della loro stanza esattamente di fronte al letto matrimoniale, era che si erano addormentati ciascuno all'estremità del proprio lato, per poi risvegliarsi abbarbicati come sempre. Il risveglio era stato morbido, sospirato, leccato, mordicchiato, goduto. Ma, ahimè, ripresi dal torpore della passione, ciascuno era piombato nella propria ostinata cocciutaggine in merito al completino della mise. Il giorno dopo, Neal era uscito a pesca con Selene. Il gene non si era ancora manifestato, in lei, eppure lui era certissimo che fosse una mannara. A cinque anni, aveva ereditato la bellezza delicata della madre e il temperamento deciso del lupo. La passione per gli scontri, per la competizione, e il fatto che traboccasse d'amore e adorazione per il padre gliela rendevano più cara, minuto dopo minuto, respiro dopo respiro da quando era nata. Non potendo portarla con sè nel bosco, come faceva con Ian, stava guidando verso un punto in cui il fiume diveniva popoloso. Con la bassa marea, i salmoni lo risalivano per deporre le loro uova, e morivano impantanati nell'acqua. Era un posto carino per trascorrere qualche ora in tranquillità con la piccola, che possedeva già un'innata predilezione per la caccia. Un posto carino secondo il giudizio di Neal, ovviamente. Ne sbirciava i movimenti, mentre seduta sul sedile anteriore contemplava il paesaggio scivolare attorno a loro. Pantaloni al ginocchio, t-shirts blu scuro, cappellino da baseball calcato al contrario sotto i lunghi capelli castani, stava fischiettando una canzone dei Guns'n'Roses e non pareva avere particolari turbe nonostante da qualche giorno in casa si urlasse. Sceso dalla macchina l'aveva presa in braccio, camminando con lei tra l'erba alta, verso la riva. 

"Di un pò...a te non fa paura come a Davon, quando litighiamo con la mamma?"
"No..Taisha dice che tutti i genitori litigano. I suoi lo fanno ogni giorno"
"Ah"
"Dice che quando succede suo padre va via sbattendo la porta, e sua madre si chiude in camera a piangere"
"Ah...e fa cosi anche la mamma?"
"No..."
"E cosa fa quando io me ne vado, dopo che abbiamo litigato?"
"Mh.."

La bambina si era presa qualche secondo per riflettere, mordicchiandosi il labbro pensierosa

"Beh, di solito viene a giocare con noi. Oppure ci porta tutti fuori a passeggiare"

Il pensiero che invece di frignare la moglie si dedicasse ai piccoli, e che persino quando ricorreva ad un suo personale modo di attenuare il dolore, ossia la camminata all'aria aperta lontano dal mondo e dai suoi casini, se li portasse dietro riuscivano a riscaldargli un punto non ben definito del petto. Una sensazione molto, molto, piacevole. Arrivati al bordo della riva Neal l'aveva messa a terra, aiutandola a togliersi le scarpe ed eliminando le proprie a sua volta. Tenendola per mano si era incamminato lungo i ciottoli, mentre Selene ridacchiava per il solletico che l'acqua fredda del torrente e la patina viscida delle pietre le faceva ai piedini. Non era affatto profondo quel punto, e l'acqua arrivava loro alle caviglie.

"Ieri avete giocato?"
"No, ieri si è messa il vestito che tiene appeso sull'armadio, e ci ha chiesto cosa ne pensavamo"
"E voi cos'avete detto?"
"Thomas ha detto che era una maglietta carina"

A questo punto Neal era scoppiato a ridere, lasciando che la voce spessa e profonda coprisse per qualche minuto l'esposizione della bambina. Selene aveva ripreso, la mano sinistra stretta a quella del padre, la destra che si chinava a carezzare il pelo dell'acqua, tremolante dei riflessi del sole. 

"Davon ha detto che era bellissima, ed io le ho detto che secondo me brillava troppo, mi facevano male gli occhi. E poi c'erano tutti quei cosi" probabilmente alludeva ai volants a lato dell'abito "Ed io odio quei cosi. Sono inutili e stupidi"

Si era chinato a guardarla, l'impronta di un sorriso ben impressa tra la barba

"Tuo fratello è in punizione, e tu ti sei appena guadagnata un bel gelato quando finiremo qui. Adesso guarda come fa papà, ok?"

Si era risollevato, spostandosi verso un punto dove il livello dell'acqua era brulicante. Di scatto, si era chinato, risollevandosi poi altrettanto rapidamente. Tra le mani teneva un grosso, boccheggiante, salmone e aveva girato il viso verso Selene, in attesa che anche lei facesse il proprio tentativo.



- - -

Il giorno dopo, quando era tornato a casa per la cena, aveva subito notato entrando in camera che il vestito era sparito. Al suo posto c'era l'abito rosso, lungo e sofisticato, che Neal aveva regalato a Kim per il San Valentino di parecchi anni prima. Era rimasto fermo sulla porta d'ingresso, e per un attimo la mente era volata a quella sera, alla gioia di Kim, alla cena al ristorante. Al modo in cui gliel'aveva levato via di dosso, una volta a casa. La moglie era nella stanza accanto, intenta a fare il solletico sul pancino scoperto di Joel. Si chinava, a riprese lente, soffiando sulla pelle tesa del ventre, e il cucciolo si scioglieva in grassissime risate. Di tanto in tanto lei si fermava, a contemplarlo, gli occhi innamorati di una madre completamente persa del proprio piccolo. Neal si era avvicinato proprio mentre era china, poggiandole le mani sui fianchi e facendole risalire lentamente lungo la schiena, verso il punto vita. Risollevandosi, lei si era girata a guardarlo, poco prima di ricevere il suo bacio. Improvviso, dal vago retrogusto di birra, lento e misurato. Qualcosa le diceva che aveva visto l'abito. Senza dire niente, aveva voltato il corpo in modo da poterlo abbracciare

"Ho pensato che quello è meglio. Ma solo perchè chissà quante indosseranno il celeste in un matrimonio che ha come tema il mare"
"Ed io ho pensato che ti porto a fare spese, domani. Cosi compriamo qualcosa insieme"
"Da quando ti va di venire per negozi a veder vestiti?"
"Da quando a provarti i vestiti sei tu, e ti serve qualcuno che ti sollevi la zip"
"...O me l'abbassi"
"O te l'abbassi"

Avevano riso, insieme. E  Joel, vedendoli ridere, aveva riso a sua volta, quasi in simbiosi, battendo le manine e optando poi per infilarsele del tutto in bocca, sbavazzando allegro. 



- - - 



Phoenix - Maggio 2018

Vestita del suo perfetto abito, nè troppo corto nè troppo noioso, nuovo di pacca e con un tocco decisamente sensuale, Kim si sentiva bellissima. E fortunata. Contrariamente alle nozze tipicamente indiane, Dakota aveva voluto mescolare la tradizione al moderno scegliendo di sposarsi all'aperto, nel cuore del bosco, con tutti gli accessori di nozze in piena regola. A celebrare la cerimonia sarebbe stato Nastas, ovviamente, e il rito era quello caro a tutti loro. Ma c'erano i fiori, c'erano i dettagli tipici di un matrimonio come il bouquet, l'arco sotto il quale celebrare le nozze, le damigelle. Già. Le damigelle. Selene non aveva preso benissimo il suo ruolo di bambina dei fiori. Quella che doveva essere una leggiadra creatura in tulle celeste che, con garbo, attraversava il corridoio che portava all'altare spargendo petali di rose bianche si era, in realtà, trasformata in una sguaiata apparizione. Il cerchietto di fiori le penzolava lateralmente dai capelli, attaccato alle ciocche da un'ultima, stoica, forcina. Alcuni fiori dell'abito si erano, rovinosamente, staccati. Teneva la borsetta colma di petali come se fosse una mazza chiodata, facendola roteare in aria. I petali si erano distribuiti a casaccio, mentre passava tra le file ordinate di panche, tra le risate generali degli invitati, calcando i passi come se stesse facendo una marcia veloce. Giunta alla fine, si era andata a sedere sulle gambe del padre, estremamente divertito, che aveva posato un bacio delicato sulla fronte aggrottata, ringraziandola per la meravigliosa entrata. Lei aveva replicato che sembrava una "stupida femmina" e che il tulle "le faceva prudere il sedere" suscitando nuovi scrosci di risate. Interrotti, poco dopo, dall'arrivo della sposa.
Norwood era emozionato. Aveva guardato malissimo Riddick, una volta giunto di fronte a Nastas, e nel mollare il braccio di  Dakota sembrava tentennare. Riluttante, si era seduto al proprio posto accanto a Cassandra, gli occhi lucidi "per la polvere di questo fottuto posto", il cuore stretto da una sensazione a metà tra la gioia e la tristezza.

Qualche ora dopo, erano lontani da li, nel patio di fronte casa. Un grande gazebo bianco accoglieva diversi tavolini e la pista da ballo. C'era gente che beveva, gente che mangiava, gente che rideva. E c'era Neal, che era finalmente riuscito a sequestrare la sorella, portandola in pista. Solo dopo poco, tra una chiacchiera e l'altra, aveva trovato il tempo di affrontare un argomento scivoloso

"Senti...queste...cose" aveva fatto un giro col dito, a indicare il contorno della serata "..a te piacciono davvero?"
"Ovvio, Neal. Le ho scelte io"
"Mh. E piacciono a voi femmine, in generale?"
"Se escludiamo Selene, direi di si"

C'era stato un pò di silenzio, durante il quale i loro occhi avevano cercato i membri della propria famiglia. Selene stava giocando a carte con Norwood, al tavolo. Kim, invece, ballava con Davon. Il bambino rideva, in braccio alle madre, che volteggiava allegra attorno alla carrozzina di Joel

"E...senti. Ci hai messo tanto, a organizzare tutto?"
"No, non tanto. Perchè me lo chiedi?"
"Cosi. Giusto per sapere. Lo sa Riddick che hai il culo cosi peloso che devi farti la ceretta una volta a settimana?"
"Si, Neal, lo so che sei felice per noi due. Ti ringrazio"
"...Perchè se non lo sa ho una tua foto, mentre ti depili, che potrei passargli"

Lei gli era salita sul piede, col proprio, facendolo ringhiare dal dolore. Poi avevano ripreso a ballare, allegri. Solo a fine canzone, quando Neal l'aveva riaccompagnata dal marito, prima di scostarsi da lei aveva sussurrato

"In settimana tieniti libera. Ho bisogno del tuo aiuto"

- Fine Prima parte - 

lunedì 16 febbraio 2015

Si, padrona

Phoenix – Casa Saunders - 25 Febbraio 2016

Oltre all’arrivo del piccolo Joel un altro ometto aveva fatto il suo ingresso in casa Saunders. Thomas, il figlio che Aria era finalmente riuscita a strappare alla madre adottiva, era diventato membro effettivo della famiglia e presentato ai bambini in qualità di cugino. Selene e Davon ci avevano messo poco ad abituarsi a lui, andando ben presto a costituire insieme una vera e propria associazione a delinquere. Inizialmente il bambino, che aveva ricevuto tutt’altro tipo di educazione e proveniva da un’ambiente medio-borghese, aveva faticato un po’ a comprendere le meccaniche tipiche di quella casa e ad accettare tutte le diversità tra la sua vecchia e la nuova esistenza. Tra le tante novità c’era sicuramente il fatto che Neal fosse decisamente più presente, nella vita dei suoi figli, di quanto lo fosse mai stato suo padre. Ogni sera, quando si avvicinava l’orario del rientro a casa, Selene e Davon si nascondevano ridacchiando all’ingresso. L’uomo spalancava la porta ringhiando – e possiamo scommettere su quanto realistica gli venisse la scena – e andava a stanare i bambini inseguendoli e acciuffandoli per poi fingere di divorarli, con loro sommo gaudio e in un crescendo di grida e risate. La prima volta che era successo Thomas era rimasto abbastanza sconvolto, ma col passare delle sere aveva trovato divertente e piacevole l’abitudine. Come trovava piacevole il fatto che Kim rimboccasse loro le coperte, raccontando storie che andavano oltre alle tradizionali fiabe per bambini. In parte provenivano dalla tradizione orale gipsy, in parte erano storie realmente accadute a lei o al marito, altre ancora erano frutto di una fervida immaginazione che esternava in un crescendo di sorrisi e magie. La stanza si riempiva di luci, di proiezioni sui muri, di piccoli incantesimi che rendevano ogni racconto più vivido e veritiero. La vita scorreva tranquilla e felice, e l’esistenza dei piccoli procedeva ordinatamente tra le coccole della madre, i giochi del padre, e le frequenti visite di Cassandra e Dakota. Era proprio l’auto di quest’ultima a varcare il vialetto, in quella tiepida mattina di fine febbraio. Da poco avevano festeggiato il primo anno di Joel che, al momento, se ne stava sul prato davanti casa tentando di gattonare in maniera convincente. Kim era li vicino, intenta a stendere i panni, e teneva d’occhio il cucciolo. Di Selene, Davon e Thomas neanche l’ombra, segno che si erano rintanati nel boschetto li accanto. La cognata si era avvicinata, sorridendo entusiasta al bambino che, altrettanto felice, le aveva teso le braccia reclamando di essere raccolto e coccolato come si deve


“Ciao Kim! Hai un minuto?”

La strega aveva annuito, smettendo di sbrigare le incombenze del momento per andare a sedersi con lei sui gradini d’ingresso alla casa, e condersi una sigaretta in santa pace . Joel era tutto preso a  torturare la collanina di Dakota per poter dare retta ai discorsi che passavano tra le due donne, concentrate sul dividersi pensieri e tabacco.

“Come procedono i preparativi per il fidanzamento?”
“Bene, ma non sono qui per questo. E’ da un po’ di tempo che vorrei parlarti di un fatto, ed anche mia madre è del parere che dovresti sapere di certe situazioni”
“Che genere di situazioni?”
“Hai presente il Mocambo?”

Kim aveva annuito, di nuovo. Il Mocambo era uno dei tanti locali gestito dalla famiglia di Neal. Rispetto agli altri pub, in questo c’era un gruppo piuttosto variopinto di cameriere che si esibivano sul bancone e sui tavoli in balletti dal dubbio stile. Inutile dire che l’avvenenza delle ragazze attirava un nutrito numero di clienti. Lei sapeva anche che il marito ci andava almeno due volte a settimana, per riscuotere la cassa e perché lo usava come punto di incontro con gli uomini che gestivano gli affari nella zona Ovest di Phoenix.

“Da un paio di mesi è arrivata una ragazza nuova, si chiama Hattie. E’ una mannara pure lei. Pare che abbia puntato gli occhi su Neal, e non è raro che in sua presenza si metta in mostra sventolandogli tette e culo davanti. A quanto ne so ha avanzato anche proposte molto esplicite”

Kim aveva stretto la sigaretta, tra le dita, e concentrato lo sguardo su Dakota

“Se stai dicendo che Neal mi ha tradito, sappi che non ti credo né lo farò mai”

“No no…lui si comporta bene. Penso non ti abbia detto niente per non farti dispiacere, e perché non la considera una cosa importante. Le ha più volte fatto capire che non è interessato, ma lei non desiste. Ed anzi…” aveva fatto una piccola pausa, perché era il suo turno di fumare “…è andata in giro a dire che lui c’è stato, e più volte, e che ti toglierà di mezzo prima o poi. Le donne cominciano a mormorare che forse preferisci stare in casa a piangere, piuttosto che definire i confini del tuo territorio”

Kim era rimasta in silenzio, girando il viso verso l’orizzonte. I bambini ora si vedevano, Davon teneva in mano un mazzetto di fiori e Thomas e Selene giocavano al campanaro.

“Cosa intendi fare?” la voce di Dakota l’aveva distratta, e lei si era girata a guardare la mannara. Sapeva che il branco in certe cose era molto determinato. Le voci, i pettegolezzi, andavano troncati in un certo modo, e dai legittimi interessati. Non era onorevole che della faccenda si occupassero Dakota o Cassandra, la moglie era lei. Ed era la moglie dal maschio alfa, tra le altre cose. Pur non essendo mannara, questo significava che ogni giorno doveva dimostrare di essere due volte meglio, e di meritarsi quel marito, cosi come il posto “d’onore” all’interno della comunità.

“Intendo sistemare la faccenda, definitivamente e a modo mio. Le zingare sono dannatamente brave in questo” aveva sorriso, porgendole nuovamente la sigaretta e riprendendo Joel tra le braccia, abbassando la spallina quanto bastava per denudare il seno e porgergli il capezzolo. Fuori era tranquilla, e serena, e di certo la cognata non poteva vedere il modo in cui si stava addensando l’aura intorno a lei. Nuvole e lampi si manifestavano sopra la testa di Kim, facendo presagire quanto la faccenda in sé la urtasse, e come le notizie della cognata poco avessero rallegrato il suo spirito.



Mocambo – Phoenix 27 Febbraio


Neal era al locale, quella sera, e aveva da poco finito di contare l’incasso settimanale. Non erano ancora aperti ma c’era già qualche cliente storico ai tavoli e al bancone, persone che venivano fatte entrare prima del previsto perché amici di famiglia, o perché dovevano parlare con calma con i proprietari. Al suo ingresso al Mocambo Hattie gli si era buttata al collo, abbracciandolo sotto gli occhi di tutti, e chiedendogli di fermarsi un po’ più del previsto quella sera. Sospirando, si era liberato dalla sua presa scostandola da lui, invitandola ad andare a cambiarsi perché di li a poco avrebbe iniziato il turno. Poi si era avvicinato al bancone, ed era ancora li a chiacchierare con Jack il barista quando un insieme corposo di fischi e la brusca interruzione del discorso dell’uomo – letteralmente a bocca aperta – aveva accolto l’ingresso di Kim. 





Non era una delle solite mise, eppure la portava divinamente. I pantaloni di pelle nera sembravano esserle cuciti addosso, mettendo in risalto la lunghezza delle gambe e la rotondità di un sedere che ondeggiava vistosamente, complice la vertiginosa altezza del tacco nero. Il ventre era nudo, la pelle sottile mostrava il rilievo appena accennato dei muscoli, e sopra non indossava che una micro giacca in pelle. La zip era abbassata, mostrando un reggiseno nero ornato di piccole borchie, a incorniciare il seno pieno su cui ballonzolavano vistosamente i ciondoli delle collanine. I capelli erano sciolti, ulteriore vanto al suo aspetto, e aveva truccato in maniera vistosa occhi e bocca, conferendo ai lineamenti un'impronta ulteriormente sensuale e smaccatamente femminile. Camminava come fosse la regina del mondo, senza girarsi minimamente ai fischi di chi le stava accanto, e sopratutto senza degnare di un'occhiata Neal. Parzialmente sorpreso, rimaneva li a guardarla, e non aveva mosso paglia neanche quando lei si era fermata al centro del locale, guardandosi intorno.

"Bel posto. Bel posto davvero...Ben, per cortesia, chiameresti tutte le ragazze qui, per me?"

Si era rivolto al cognato, fermo di fronte allo spogliatoio, rimasto con la propria birra sospesa in aria tra lui e la bocca. Un minuto dopo cinque diverse ragazze si erano presentate. Kim le aveva guardate tutte, una ad una, con attenzione badando bene  che tutte la osservassero con la medesima attenzione. Nel suo atteggiamento c'era una fierezza ed un'arroganza che avrebbero fatto onore a tutte le sue antenate traveller

"Chi di voi è Hattie?"

Una ragazza bassa aveva fatto un passo avanti. Il corpo ricoperto di tatuaggi, i capelli corti e di un palese biondo finto, simili a paglia mal tagliata, non era poi questa gran bellezza. Indubbiamente aveva la sua attrattiva, e le forme erano quelle adatte ad un ballerina. Ma appariva volgare, e sciapa, specie ora che Kim gli si era piazzata davanti, fronteggiandola. L'aveva guardata negli occhi, a lungo, e con una minacciosità tale da far arretrare di qualche passo le ragazze, che parevano non voler avere nulla a che fare con quella storia. 

"Non credo che nessuno ci abbia mai presentato, e sebbene io non abbia praticamente mai sentito parlare di te, so per certo che tu parli spesso di me"

Aveva cominciato, iniziando a girare intorno a lei con una certa flemma. Il rumore dei tacchi della Strega era l'unica cosa di concretamente udibile nella stanza.

"Io sono Kim Saunders, e in quanto Saunders tu sei anche alle mie, dipendenze. Ti abbiamo assunta per ballare sui tavoli e servire i clienti" si era fermata di fronte a lei, le mani poggiate ai fianchi, un sorriso cattivo sulle labbra 

"Quanto a mio marito fotte con me, regolarmente, ogni giorno e non ha bisogno delle tue offerte. Se davvero hai tanta voglia di tirare la lingua fuori, puoi sempre ficcartela nel culo, prima che lo faccia io"

Hattie era palesemente nervosa, e aveva sollevato le labbra a mostrare i denti. Kim si era chinata di un pò, per guardarla occhi negli occhi, per nulla intimorita

"Tieni la tua fica sfatta lontano da mio marito. O sarò io a starti molto, molto vicino. Hai capito?"

Hattie aveva stretto i pugni, e dopo un silenzio carico di tensione si era limitata a scucire un basso assenso

"Si"
"Si padrona, non "si". Ripeti"
"..."
"Ripeti, ho detto"

Lei stava zitta, e allora Kim aveva raddrizzato la schiena. Dentro il locale si era improvvisamente manifestato il vento. Una brezza tutt'altro che gentile aveva avvolto il corpo di Hattie, e si era fatta cosi sferzante da causarle due tagli all'altezza dei fianchi. 

"Ripeti" aveva chiesto, i tagli che divenivano cosi profondi tanto da chiazzare la camicia di sangue. Altri tagli avevano cominciato ad apparire, sul viso e all'altezza delle braccia, delle gambe. La ragazza si era lasciata andare ad un gemito di dolore prima di rispondere

"...Si, padrona"

Il vento era cessato d'incanto, esattamente come era iniziato, e Kim aveva sorriso soddisfatta.

"Molto bene. Buon lavoro"

Si era girata, proseguendo verso il bancone, nel silenzio generale

"Una tequila, per favore"

Incurante di Hattie, che era ritornata all'interno dello spogliatoio, si era messa in modo che il proprio sedere sporgesse vistosamente. Gli avambracci toccavano il bancone di legno,e la schiena era graziosamente curata. Neal aveva fatto il giro, sistemandosi al suo fianco, poggiandole una mano sulla spalla proprio mentre il liquore le veniva servito

"Non ho fatto niente, Kim"

"Lo so. Non sono venuta qui per te, ma per lei" Aveva precisato, portandosi il bicchiere alla bocca e tirandolo giù tutto d'un fiato, offrendogli ancora il proprio profilo.

"E' stato un bel discorso, comunque" Le stava sorridendo, compiaciuto, e la sua mano era scivolata dalla spalla al fianco, finendo col fermarsi sul sedere di lei, strizzandolo. Kim si era risollevata, premendoglisi contro, lasciandosi toccare meglio e respirare a fondo

"Dal momento che sei qui anche tu...Adesso farai il bravo marito, e mi farai visitare questo posto vero? Compreso il tuo ufficio"

Gli stava carezzando il petto, un sorriso malizioso che prendeva piede sulla bocca dipinta. La voce si era abbassata

"E una volta li, farò in modo che nessuno da qui a Tampa abbia più dubbi di quanto io sia brava con la bocca"

Ovviamente, Kim non si stava riferendo ai bei discorsi. Altrettanto ovviamente, le urla dall'ufficio del capo quella sera avevano messo definitivamente a tacere le voci su di loro.

- - - 

Phoenix - Casa Saunders - 27 febbraio

Quando erano tornati a casa era mattino presto. Dakota aveva fatto da baby sitter ai bambini, felice che i due se la fossero spassata, complice nell'improvvisata di Kim. Neal si era infilato sotto la doccia, e lei era andata a cambiarsi. Aveva appena aperto l'acqua quando la moglie si era affacciata, facendo scorrere il vetro della cabina

"Ehi...vuoi lavarti con me?"
"Dopo magari, adesso devi venire a vedere una cosa"

Incurante del fatto che fosse nudo e in parte bagnato, scalza e spogliata per metà, l'aveva portato in camera loro trascinandolo fino alla culla dove riposava Joel. Non c'era nessun bambino, però, tra le lenzuola. Un piccolo cucciolo di lupo, in compenso, con accanto i brandelli di quella che doveva essere una tutina e ben stretto accanto ad un pupazzetto, riposava beato. Entrambi non sapevano cosa dire. Era il loro primo figlio, a manifestare i tratti tipici di una delle loro nature, e per tutti e due l'emozione era vistosamente palpabile. Kim aveva gli occhi lucidi, e stringeva forte la mano di Neal. Il mannaro si era chinato, sulla culla, non potendo resistere all'istinto paterno di distribuire su quel musetto diverse lappate affettuose. Joel era  un lupo, come lo era Neal. Si erano abbracciati, nel buio della stanza, entusiasti e orgogliosi. Per preoccuparsi di come avrebbe ridotto casa, dal momento che era diventato mannaro cosi presto, ci sarebbe stato tempo il mattino dopo. 



sabato 6 dicembre 2014

Va avanti, non fermarti

Gli era bastata un'occhiata, per capire che qualcosa non andava. C'era quel certo non so che, nel suo viso, che preoccupava e rattristava insieme. Tanto che, istintivamente, Kim aveva allungato la mano verso lo schienale della poltrona, quasi temesse di sentire notizie talmente brutte da necessitare di un sostegno, in previsione di un futuro mancamento.

"Mio padre è morto"

Eccolo li, il colpo al cuore, e l'improvvisa quanto dolorosa sensazione che ti abbiano bucato le vene e il tuo sangue stia defluendo via, per sempre, dal tuo corpo lasciandoti le arterie aride come il letto di un fiume prosciugato dalla siccità. Se ne stava li a fissare il marito, sconvolta, al punto che persino l'aura si era fermata, cristallizzata in infine spine di ghiaccio addosso al corpo della strega

"Ma...come..."
"L'hanno ucciso stamattina"

La quiete era durata poco. Lungo quelle stesse vene aride di poco prima si era sollevata impetuosa la corrente della rabbia. Spazzava via ogni buonsenso e logica, impazzita come un torrente in piena. Aveva piegato le dita della mano, finendo con l'artigliare il divano e stringerlo saldamente

"Chi è stato?"
"Non lo so, ma dobbiamo partire. Subito"
"Ma..."
"Ma, ma, ma...non sai dire altro?! Smettila di chiedere le cose, non ho tempo per rispondere alle tue fottute domande, ti ho detto che dobbiamo partire  quindi non rompere il cazzo e muoviti"

Si era arrabbiato cosi tanto che aveva preso una sedia e l'aveva lanciata contro al muro. Non gli era costato nulla,  l'aveva fatto con la stessa noncuranza con la quale una vecchina getteva a terra i fazzolettini usati. E aveva alzato la voce, finendo con l'urlarle contro, e stemperando la frase in un ringhio incattivito. Ma bastava guardarlo negli occhi, per comprendere che non era lei nè le sue domande il vero problema. Per quanto ci fosse rimasta male, Kim aveva fatto un passo indietro, e girato il viso verso la culla. Li vicino Davon, svegliato dalle urla del padre e dal rumore della sedia, aveva cominciato a piangere. Neal si stava passando le mani sul viso, spalmandosi addosso esasperatezza e dolore. A parte il pianto del bambino, il silenzio tra loro due regnava sovrano. Alla fine era stato lui a concludere il discorso

"Partiamo stasera, sistemo delle cose col lavoro e torno a prendervi"

Non le si era avvicinato, nè aveva detto altro, girandogli le spalle e uscendo fuori. Kim era rimasta ferma al divano, ma l'aura si era proiettata in avanti. Mentre lui scivolava oltre la porta Offa si era sciolta in un tripudio d'acque commosse, finendo per avvilupparne il corpo. Lo abbracciava, disperatamente, riflettendo la disperazione di Kim. Che avrebbe volentieri assorbito un pò del suo dolore, e del suo tormento. Se solo fosse esistito un incantesimo simile, lei l'avrebbe praticato. Ma non c'era, oppure era lei a non conoscerlo. Fatto sta che Neal se n'era andato sbattendo la porta, e a lei non era rimasto che indossare il costume da brava moglie gipsy e fare ciò che ci si aspettava in questi casi da una come lei: ubbidire al marito.

- - -

Modestamente parlando, posso dire che ieri è stato uno dei pomeriggi più merdosi della mia intera vita. Se  la batte col pomeriggio del giorno in cui è morta mia nonna e quello in cui Neal mi ha raccontato del tradimento. Si, direi che fa parte della pole position. Siamo stati catapultati dalla tranquillità al casino nel giro di poche ore. Com'è che la sera prima guardavamo Wall-e con i bambini, e la sera dopo eravamo in viaggio per l'Arizona? Non si sa. O meglio, si sa. Quando Neal soffre è impossibile stargli vicino e parlarci, è bene attendere che sia lui a cercarti e a dimostrare di essere pronto. Tende a chiudersi a riccio e a sbroccare molto più facilmente del solito. Dunque, una volta fatta volare via la sedia e aver traumatizzato Davon a vita, una volta allontanatosi per sistemare il necessario alla partenza, ho attaccato mio figlio al capezzolo e preso al telefono. E' stata Dakota a spiegarmi meglio quanto accaduto. Brevemente, mi ha raccontato di un clan rivale, di continui assalti negli ultimi mesi, dell'idea di Norwood di tenere il figlio all'oscuro di tutto per non farlo preoccupare più di quanto non lo fosse già per il proprio branco. Infine l'omicidio, nella mattinata, il cadavere trovato impiccato di fronte alla porta di casa, Cassandra svenuta per il dolore. Servivamo li, la famiglia serve a questo. Quando ho riattaccato mi sentivo più vecchia di trent'anni, e  Davon mi guardava come se potesse riprendere a piangere da un momento all'altro. Delle volte è cosi empatico che mi spaventa. Percepisce i sentimenti altrui con una spontaneità e un'esattezza impressionanti. Morale: ho dovuto metterlo in marsupio, e occuparmi delle cose della casa con lui addosso. Selene non mi ha dato problemi, ma lui è voluto rimanere vicino a me, alla sua mamma. Che poi è un pò quello che vorrebbe fare anche  Neal al momento. 

- - - 

Lui era ritornato in serata, con addosso una marea di orribili sensazioni. Cercava di non pensare al padre morto, di contenere la rabbia, di riflettere con lucidità. Ma faceva fatica a contenere quel nodo che si ingrossava sempre di più in gola,  di ora in ora. Gli affari erano sistemati, ed aveva persino trovato il tempo di vedersi con Jackson. Paccate sulle spalle, da veri uomini, una birra e dimostrazioni di solidarietà gli avevano sottolineato ulteriormente quanto fosse prezioso quel lupo come amico, compagno, fratello. Le luci accese delle casa erano riuscite, in parte, a lenire il suo dolore. In un modo o nell'altro era sempre bello tornare dalla moglie e dai bambini, sebbene la sua uscita pomeridana non fosse poi stata cosi gentile. Aveva sentito ridacchiare da dentro il camper, che era chiuso a chiave. I bambini erano li dentro, e le luci del mezzo erano accese. Kim, invece, l'aveva trovata in salotto. Il tavolo era totalmente sgombero, fatta eccezione per alcune sacche. La casa sapeva di pulito, e lei indossava un paio di jeans, una felpa nera, scarpe da ginnastica e l'espressione efficiente che mostrava in simili situazioni. Era intenta a stringere i nodi di alcune buste, che faceva poi sparire dentro un grosso cestino, quando lui era entrato. Gli aveva sorriso, come se fosse tutto apposto, come gli sorrideva ogni sera quando rientrava da casa

"Allora. Qui è tutto ok, sono pronta. Ho preso le ferie da lavoro, a tempo indeterminato. Ho chiesto ad Aria di passare a controllare la casa, di tanto in tanto. Preparato i bagagli per me, te e i bambini, e caricato tutto sul camper. Ai bambini ho messo anche un amuleto della calma in tasca, a ciascuno, cosi non faranno capricci durante il viaggio. Ho pensato che è meglio muoversi con quello, piuttosto che con la Jeep, perchè è più comodo per loro. Ma se preferisci muoverti in Jeep allora possiamo..."

Si era avvicinato, e l'aveva abbracciata. Senza dire niente l'aveva stretta a sè, e qualcosa tra loro due si era sciolto. Il riepilogo della situazione era stato accantonato, confuso nell'abbraccio e nei baci che si erano scambiati. La commozione si era fatta palpabile quando entrambi, spontaneamente, avevano iniziato a piangere. Sarebbero stati giorni difficili, e lo sapevano. Sapevano che sarebbero rimasti in Arizona per molto, molto tempo, e che li aspettavano numerose difficoltà. Che sarebbe stato chiesto loro di mantenersi forti e saldi, perchè avevano bisogno del loro aiuto e non di altri due da consolare, aiutare a loro volta. Ma, per il momento, erano ancora Neal e Kim. Nella loro casa, lontana dalle cattiverie del mondo. Erano semplicemente lì, l'uno per l'altra, e potevano mostrarsi senza temere di essere giudicati, additati, pesati, scartati. Erano scivolati a terra, ma il sesso questa volta non c'entrava. Per un tempo che a Kim parve infinito, rimasero li sul parquet rannicchiati, a cullarsi a vicenda, a sussurrarsi parole di cui non avrebbero ricordato il significato nè la consistenza ma che, in quel momento, erano balsamo per le loro ferite. Quando si erano rialzati, asciugandosi gli occhi, dandosi un ultimo bacio con tanto di schiocco a stampo come due adolescenti. si sentivano di nuovo padroni. Delle loro emozioni, di loro stessi, della propria vita. Uscirono di casa insieme, senza guardarsi indietro, senza crogiolarsi in rimorsi o rimpianti. Neal si era messo al volante, e lei aveva poggiato la mano sulla sua, ferma sulla leva del cambio. Si erano guardati, e avevano trovato la forza di sorridersi. Erano pronti per un altro viaggio, per una nuova guerra, per un nuovo inizio. Qualunque cosa li aspettasse loro erano insieme e si sentivano forti. Il resto era solo polvere, che nell'avanzare del camper andava ad attaccarsi al parabrezza, sporcandolo di ricordi e di addii.



- - -




Cha'tima, che nel linguaggio comune si traduce con "Colui che chiama" era il Negromante più potente che Kim avesse mai conosciuto. Persino Maya, a confronto, non era che una novellina. La sua aura si scindeva in una moltitudine inquietanti di corvi neri. Volteggiavano, intorno a lui, e occupavano il cielo fin quasi ad oscurarlo. Ne era rimasta cosi impressionata ed era talmente visibile il proprio sgomento che, istintivamente, Neal si era spostato in modo tale da coprirla in parte col proprio corpo e mettersi a scudo tra lei e l'uomo. Erano arrivati da appena un'ora, ed una donna del branco si stava prendendo cura dei gemelli dando modo loro di occuparsi del cadavere di Norwood custodito in una sala della tenuta. In quel momento, la stanza era affollata. Cassandra era stravolta dal dolore, e Dakota la sorreggeva al fianco destro, mentre Ben si manteneva al sinistro. Alla vista del padre privo di vita il marito era impallidito, ma non si era lasciato andare in lacrime o disperazioni varie. Sfoggiava un dolore composto, preferendo concentrarsi sui vivi piuttosto che sui morti, e dedicandosi alla madre e ai fratelli. Per lo meno finchè Nastas non era giunto, accompagnato da una piccola delegazione. Tra questi c'era il Negromante. Dakota traduceva per Kim la discussione che stavano tenendo in lingua Navajo

"Ashkii, il mio cuore piange col tuo. Ma non è ancora tempo che tuo padre si unisca al Grande Spirito. Siamo qui per aiutarti"
"Secondo la legge del branco quando un capobranco muore il cadavere va reso al fuoco, e alla polvere del deserto"
"Si, quando muore in uno scontro, e quando ciò avviene con onore. O quando il suo tempo nella terra è finito. Ma tuo padre è stato tradito, Ashkii, e se non vuoi che il suo Spirito vaghi in cerca di vendetta dobbiamo riportarlo tra noi"

A questo punto era stato Cha'tima a parlare. Fino ad ora non aveva dato neppure un'occhiata a Kim, rimanendo concentrato su Nastas e Neal

"C'è un rituale, molto delicato e piuttosto difficile da portare avanti, che consente ai Non Vivi di ritornare tali. Ma dobbiamo agire in fretta, prima che il corpo si decomponga. E ci vorrà del tempo, anche dopo"
"Dopo cosa?"
"Quando Norwood tornerà in vita, se mai tornerà in vita, non ricorderà niente per molto tempo e sarà troppo debole per poter fare il capo. Esattamente come un neonato, dovrete prendervi cura di lui. Inoltre..."
"Inoltre?"
"Abbiamo bisogno di un pegno. Un sacrificio. Qualcuno da uccidere e consacrare alla Morte per riscattare l'anima di tuo padre. Sappiamo che avete catturato degli uomini, legati al suo omicidio. Uno di loro, uno qualsiasi, sarà più che sufficiente"

Nella voce di Cha'tima c'era un tono talmente inquietante che, di nuovo, l'aura di Kim si era increspata manifestando un disagio crescente. C'era stato un rapido consultarsi di sguardi, tra  i membri della famiglia Saunders. Alla fine era stato di nuovo Neal a decidere.

"Va bene. Avrete tutto ciò che vi occorre. Andiamo"
"Tu non potrai con noi"
"Io vado dovunque vada il suo corpo"

Un ringhio sommesso aveva accompagnato le parole di Neal, e Nastas era intervenuto.

"La cerimonia va fatta nel Cerchio di Pietre ai piedi della Devil's Tower. Sai bene che non è consentito l'accesso ai comuni mortali"
"Io non sono un comune mortale"
"Sei un lupo, Neal. Lo siete tutti. Nessuno di voi può venire"
"No, non nessuno. Lei può"

Cha'tima stava puntando gli occhi su Kim, e d'improvviso si erano girati tutti a guardarla. Un brivido leggero era corso lungo la schiena della donna, ma era stato nuovamente il mannaro a rispondere

"Lei non va da nessuna parte"
"Sarebbe una buona idea, Ashkii, tua moglie è forte, e farebbe comodo un viso caro a tuo padre che lo guidi tra le ombre"
"Non hai sentito vecchio!? Lei non farà nessuna fottutissima cerimonia.."
"Neal..."

Era la voce della strega, assieme alla sua mano posata sul braccio del marito, ad attirarne l'attenzione

"Lascia che io vada"
"No. Ha detto che è rischioso"
"No. E' rischioso per il morto, non per chi è vivo. Non correrò alcun pericolo"
"Kim..."
"C'è Nastas con me. E Lapu. Non mi succederà niente"

Venti minuti dopo il corteo funebre si era allontanato in una processione silenziosa che aveva come meta ultima il deserto. Kim era con loro

 - - -

Abbiamo mentito, abbiamo mentito tutti. Non ho mai fatto un rito del genere, ma ho letto spesso di queste pratiche nei grimori negromantici dei Nash. E ricordo benissimo che in tutti accennavano alla possibilità che gli officianti perdessero la vita. O qualche arto. O qualche funzione fondamentale. Ho avuto conferma della faccenda quando Nastas mi ha bisbigliato in spagnolo se ero incinta. No, non lo sono. Ma con Neal si pensava di ampliare la famiglia, un giorno, dunque gradirei che il mio utero non diventasse la culla di Lucifero, grazie. Oddio. Pensavamo anche di andare a fare un giro al lago, domenica...ed eccoci qui. Eccomi qui. Sono scalza, ho il corpo dipinto da segni indiani, fa un freddo boia e la pelle di daino che mi avvolge non è calda abbastanza. Il tizio che il branco ha rapito se ne sta appeso su un palo, di fronte all'altare sul quale giace il corpo di Norwood. Cha'tima sta tracciando un pentacolo sul sale che ricopre il suolo, con quello che a conti fatti mi sembra del sangue. Ci troviamo in una grande distesa completamente bianca, ai piedi della roccia che viene identificata come Devil's Tower e che ci fa da sfondo, un chiarore dovuto al sale che increspa la superficie. E' notte, ma la luce di numerose torce ci consente di vedere tutto perfettamente. Cha'tima sta bisbigliando antiche parole, ed io al momento sono l'addetta alle erbe. Sto mantenendo vivi tre fuochi, dove arde legna di melo, e su richiesta del Negromante getto su ognuno di essi la mistura di erbe preparate ogni qual volta ripete una parola precisa. Salvia, Assenzio, Tasso. Ogni manciata fa sollevare un fumo denso, e sprazzi di luci rossastre. Siamo in tredici, con me inclusa, e ognuno ha qualcosa di diverso da fare. Finchè non è l'anziano a chiamarci a raccolta, e a farci disporre in cerchio. Nastas mi sta vicino, e mi chiede se ho paura. Un sentimento che vedo riflesso negli occhi di parecchi dei presenti. Non tutti sono negromanti, non tutti sono allievi di Cha'tima. Se mi concentro sento ancora il tepore della labbra di Neal premute sulla mia tempia, quando ci siamo salutati. Gli rispondo che con due gemelli e un marito mannaro non ho il tempo di avere paura. Lui ride, un sorriso sdentato che sa di tabacco, di anziano, di magia. Il Negromante inizia a parlare.

Ata'halne, principe della morte.
Tu che eternamente dimori nelle immensità dello spazio,
mio signore, mio demone
i cui tratti somigliano a quelli di un cane,
Custodisce i canali del Lago di Fuoco;
divori i cadaveri dei trapassati;
squarti i loro cuori e spezzi le loro anime
pur rimanendo invisibile.
O tu, che potentemente regni sulle Due Terre,
Signore dei Rossi Demoni!
Io so che tu domini sui luoghi delle esecuzioni
e che gli intestini dei morti sono il tuo cibo preferito.
Scostati da me! Spalanca per me le porte dell'Inferno, ho uno scambio da offrirti


Se tutto questo non fosse abbastanza inquietante, il terreno ha davvero cominciato a creparsi. E davvero l'inferno si è svelato, sotto i nostri piedi. Il tizio al palo urla, mentre dalle profondità del sottosuolo, attingendo al fumo dei fuochi, si plasma sotto ai nostri occhi la figura antropomorfa di un demone. Le nostre aure si fanno più intense, si stringono intorno a quella del Negromante. E il demone parla, con un tono che di umano non ha niente. Pensandoci, non riesco a descriverlo. Ricordo solo un suono talmente orribile, talmente angosciante, da far salire in gola il più remoto dei singhiozzi, e rinforzare anche la più piccina delle paure. Suppongo gli stia chiedendo dello scambio, dal momento che  Cha'tima indica Norwood, e infine si avvicina al palo. Tira fuori dalla tasca un athame, e senza troppi preamboli va a conficcarlo nel petto del sacrifico. Uno zampillo di sangue scroscia in avanti, colpisce il corpo del mannaro, e sembra fomentare il demone. D'improvviso, le fiamme si fanno più intense, e salgono in alto come colonne di fuoco a sostegno del cielo. L'energia che avverto è spaventosa, cosi come spaventoso è ciò che vedo. Il demone si avvicina al corpo, spalanca la bocca e strappa via l'anima a morsi, divorandola. Dice altre cose orribili, e infine sprofonda di nuovo nel terreno. Norwood rimane immobile e inerte, ed io non capisco. E' Cha'tima a farmi segno di avvicinarmi. Il buco nel terreno non si è rimarginato, l'energia è intatta nell'aria, le colonne di fuoco continuano a imperversare. Il Negromante mi fa segno di poggiare la mano sul petto del mannaro, e si preoccupa di tingermi il viso col sangue del sacrificio

"Va a riprenderlo, se ci riesci"


L'attimo dopo,  ho la sensazione di essere risucchiata via dall'interno. Una fitta dolorosa e il buio chiudono lo spazio dei miei ricordi.





 - - - 

Kim si risveglia a casa Saunders. E' fuori, Norwood è seduto nel portico al suo solito posto, e lei è li accanto a lui. E' una splendida giornata estiva, il sole sta tramontando e neppure una nuvola inquina il cielo. L'uomo, che sta sorseggiando una birra,  la guarda stupito.

"Cosa ci fai tu, qui?"

"...Dove siamo?"
"Siamo nel Paradiso"
"Sarebbe questo, il Paradiso?"
"Ognuno se lo costruisce come vuole. Io l'ho costruito cosi"

La Strega sente un dolorino, allo stomaco, e quando abbassa gli occhi c'è il pancione ad attenderla.

"Il tuo paradiso prevede che io sia incinta, Norwood?"
"Ovvio. Mi piace essere nonno. Specie delle femmine. Selene è davvero carina"

Da un altro sorso alla birra, mentre Kim gli si avvicina, poggiandogli una mano sulla spalla.

"Ricordi cos'è successo?"
"Si. Tutto quanto. E sapevo che sareste venuti a prendermi, ne avevo parlato con Nastas. Non mi aspettavo che venissi tu, però"
"Non me l'aspettavo neanch'io"
"Neal mi ucciderà di nuovo, pensando che tu sei venuta nell'Oltretomba per me"
"Neal ci ucciderà entrambi. Dunque, fossi in te, per la seconda volta amplierei un pò di più le scorte di birra"

Il mannaro ride, alzandosi in piedi e lasciando perdere la bottiglia. La supera di parecchio in altezza, proprio come Neal.

"Sei una nuora in gamba, piccola"
"E tu un suocero troppo giovane e cazzuto per morire cosi presto. Torniamo a casa"

Le poggia le mani sulle braccia, e stringe con delicatezza la presa, annuendo. Kim chiude gli occhi, e recita il resto del rituale. 

Tu che sei l'Oggi, lo  Ieri, il Domani.
Possa il nostro cuore fisico ritrovarsi al suo posto!
Possa il nostro cuore cosciente ritrovarsi al suo posto!
Che le nostre gambe ci siano restituite,
affinchè noi possiamo camminare tra i vivi.
Che ci siano ridate le braccia, affinchè possiamo abbattere i nostri nemici!
 Facci attraversare le porte che hai schiuso per noi.
Riportaci a casa.






- - -



"Se continui a stringermi cosi mi uccidi"
"Non ti permettere di parlare di morte dopo ieri, Kimberly. Se ti muovi da questo fottuto letto ti uccido sul serio. Finisco quello che ho cominciato in Messico, quant'è vero che mi chiamo Neal. Sta buona, e fatti imboccare"
"Ma posso mangiare da sol...vabbè, non c'è bisogno che mi guardi cosi. Imboccami"

Norwood è di la, sta subendo lo stesso trattamento da parte di Cassandra. E' debolissimo, e non  si ricorda di nessuno. Poco importa, tutti ricordano chi sia lui. E la moglie è ben determinata a fargli tornare la memoria. Neal, invece, pare intenzionato a non lasciare andare Kim più lontano del bordo del loro letto matrimoniale. C'è un pò più di serenità, adesso, in casa loro. La situazione è ancora critica, e delicata. Ma il capo branco è vivo. E loro sono insieme.

"Neal.."
"Che vuoi.."
"...Ti amo"
"...io no. Mi da solo al cazzo che la mia roba muoia, senza il mio permesso"
"..."
"...altro chili?"
"Si, grazie"
"Sei molto stanca?"
"No, ora sto meglio, perchè?"
"Mh...perchè magari dopo ti imbocco altro"
"Mh...perchè aspettare?"

Gli è salita addosso, ridendo, non badando al suo blando protestare di quanto non possa fare troppi sforzi. Qualcosa che gli è balzato via di mente quando lei si è sfilata le mutande, poco prima di scansare i boxer di lui. Ben intenzionata a fargli vedere che è ancora viva. Decisamente viva.