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venerdì 13 marzo 2015

Di zagara e tulle

San Francisco - Gennaio 2018

"Papà, quando io da grande mi sposerò voglio farlo con la mia canotta degli Arizona e i pantaloncini"
"Ben detto, Selene"
"E mi sposerò con te"
"Su questo non c'è ombra di dubbio"

Seduto sui morbidi e impeccabili divani di lusso del più costoso e rinomato negozio d'abiti da sposa d'America Neal si stava annoiando oltre ogni ragionevole dubbio ed era solo la parlantina della bambina, seduta sulle sue gambe ed abbarbicata al suo collo, a rendergli meno penoso lo stare li. Ben, stravaccato alla sua destra, era invece distratto dal culo di una sposina che, sulla pedana li accanto, stava provando un abito decisamente attillato. Le donne di casa Saunders erano state diabolicamente ingegnose nel farsi scortare a New con la scusa del Super Bowl per poi trascinarli li alla ricerca dell'abito adatto per Dakota. Fidanzata da circa un annetto, la biondina di casa stava per convolare a nozze con un lupo del branco ben visto dall'intero nucleo familiare. Un unione felice, che però stava minando la salute mentale di Norwood. Grande assente in quel viaggio di famiglia, aveva preferito rimanere a Phoenix liquidando questa scampagnata come faccende da donnicciuole e dichiarandosi poco incline a passare il proprio tempo in contemplazione di pizzi e trini. La verità, amara quanto sacrosanta, era che non riusciva ancora ad accettare l'idea che Dakota se ne andasse di casa, e che da figlia diventasse moglie. Da buon Saunders, quando c'era qualche cosa di spinoso da affrontare preferiva rimandare i convenevoli e combatterla di petto in una volta sola. Dunque, se poteva risparmiarsi la visione della figlia in abito da sposa, non vedeva motivo per non approfittarne.

"Mamma?"
"Si?"
"Quando ti sei sposata tu con papà hai comprato qui l'abito?"
"No, amore, l'abito me l'ha scelto papà"
"Ed era da principessa come quello?"

Davon, seduto in braccio a Kim, aveva alzato il braccio verso un abito pomposo armoniosamente incrostato di strass che stava in esposizione su un manichino. Kim aveva rinsaldato la presa delle proprie braccia, intorno alla vita del piccolo

"Era più simile a quello di Pocahontas"
"Ed eri scalza come lei?"
"No, tesoro, avevo delle scarpe orribili. Anche queste, scelte da tuo padre"

Neal aveva aperto di poco le gambe, dandole una ginocchiata leggera, come a  rimproverarla. Per tutta risposta lei gli aveva fatto la linguaccia, chinandosi a lenire l'onta del proprio commento con un breve bacio. Da quando si erano trasferiti in Arizona la carnagione della strega aveva assunto un punto di colore tendente al dorato che la rendeva estremamente invitante. Strizzata in quell'abitino corto, gli occhi luminosi e la bocca morbida e fresca al punto giusto, Neal si era dovuto trattenere dal saltarle addosso. Cassandra le sedeva accanto, tenendo tra le braccia il piccolo Ian, e aveva girato la testa nel sentire la voce della figlia. Dakota stava sfilando, diretta alla pedana di fronte a loro, con indosso un abito bianco, leggero e semplice, suscitando nei presenti diverse reazioni. A Cassandra era sfuggito un sospiro, e si erano inumiditi gli occhi. Ben aveva sollevato gli occhi al cielo, sbottando un "Era ora, quanto ci hai messo". Davon aveva alzato i pollici verso l'alto, Selene verso il basso con tanto di grande boccaccia e un "Zia, mettiti i pantaloni!". Joel aveva continuato a tormentare il ciuccio, in bocca. Quanto a Neal, dopo aver rivolto un'occhiolino e un sorriso alla sorella, si era girato a contemplare la reazione di Kim. Le brillavano gli occhi. E non gli era neppure sfuggita l'aria trasognata che aveva, appena entrata in negozio. Si guardava intorno come se si trovasse nel giardino delle meraviglie, allungando le mani a sfiorare ora un cristallo, ora un pizzo, ora un leggero tulle con curiosità mista a incanto. Rifletteva ancora su quest' immagine, quando Dakota aveva annunciato ai presenti che si, era proprio quello l'abito giusto per lei. Il che poteva significare solo una cosa, per lui: era finalmente giunta l'ora del Super Bowl.



- - -

"Non ti pare che questo strofinaccio abbia un pò troppe paillettes per servire allo scopo?"
"Non è uno strofinaccio, è l'abito che indosserò alle nozze di Dakota e Riddick"
"CHE COSA?!"

- - -



Era stata una di quelle litigate leggere. Capitava non di rado che sbroccassero l'un l'altro per faccende prive di reale peso, e questo era uno di quei casi. Un pò come quei temporali estivi, improvvisi e del tutto passeggeri, i coniugi Saunders si erano accaponiti sulla faccenda "dress code del matrimonio di Dakota". E le loro urla avevano rieccheggiato per tutta la casa, la comunità, la provincia. 

"Ti pare il caso di indossare una roba ricoperta di...fanali e...vetri, corta si e no trenta centimetri e per di più trasparente?!"
"Guarda che addosso mi sta una favola, sbraiti solo perchè la vedi sul manichino..."
"Kim..."
"..Ti manca la visione di insieme"
"E a te manca qualche fottuta rotella in quel cervello che reputavo intelligente"
"Senti, non è colpa mia se tu hai un evidente deficit della vista. L'abito è bellissimo, non c'è una ragazza gipsy che non lo indosserebbe per un matrimonio"
"Tu non sei una ragazza."
"Mi stai dando della vecchia!?"
"...gipsy, volevo dire. Non sei...fanculo, Kim, hai capito"
"Si che lo sono!"
"No invece! Sei mia moglie"
"Beh e allora ricordati un pò con chi ti sei sposato mister "Oh, Kim, quando avevi intenzione di mostrarmi questo tuo attaccamento alle tue origini gitane?""
"L'ho detto mentre ballavi per me. è  totalmente diverso ora!"
"Ballerò per te anche al matrimonio, se ti farà stare meglio"
"UCCIDERTI, MI FAREBBE STARE MEGLIO"
"SEI GIA' IMPEGNATO AD UCCIDERE IL MIO SENSO DELLA MODA, NON CREDI DI ESSERE UN UOMO UN TANTINO IMPEGNATO!?"


Niente di grave, insomma. A dimostrare quanto poco profonda fossero le ferite emotive lasciate dalla presenza dell'abito, che Kim manteneva ostinatamente appeso nella maniglia dell'armadio della loro stanza esattamente di fronte al letto matrimoniale, era che si erano addormentati ciascuno all'estremità del proprio lato, per poi risvegliarsi abbarbicati come sempre. Il risveglio era stato morbido, sospirato, leccato, mordicchiato, goduto. Ma, ahimè, ripresi dal torpore della passione, ciascuno era piombato nella propria ostinata cocciutaggine in merito al completino della mise. Il giorno dopo, Neal era uscito a pesca con Selene. Il gene non si era ancora manifestato, in lei, eppure lui era certissimo che fosse una mannara. A cinque anni, aveva ereditato la bellezza delicata della madre e il temperamento deciso del lupo. La passione per gli scontri, per la competizione, e il fatto che traboccasse d'amore e adorazione per il padre gliela rendevano più cara, minuto dopo minuto, respiro dopo respiro da quando era nata. Non potendo portarla con sè nel bosco, come faceva con Ian, stava guidando verso un punto in cui il fiume diveniva popoloso. Con la bassa marea, i salmoni lo risalivano per deporre le loro uova, e morivano impantanati nell'acqua. Era un posto carino per trascorrere qualche ora in tranquillità con la piccola, che possedeva già un'innata predilezione per la caccia. Un posto carino secondo il giudizio di Neal, ovviamente. Ne sbirciava i movimenti, mentre seduta sul sedile anteriore contemplava il paesaggio scivolare attorno a loro. Pantaloni al ginocchio, t-shirts blu scuro, cappellino da baseball calcato al contrario sotto i lunghi capelli castani, stava fischiettando una canzone dei Guns'n'Roses e non pareva avere particolari turbe nonostante da qualche giorno in casa si urlasse. Sceso dalla macchina l'aveva presa in braccio, camminando con lei tra l'erba alta, verso la riva. 

"Di un pò...a te non fa paura come a Davon, quando litighiamo con la mamma?"
"No..Taisha dice che tutti i genitori litigano. I suoi lo fanno ogni giorno"
"Ah"
"Dice che quando succede suo padre va via sbattendo la porta, e sua madre si chiude in camera a piangere"
"Ah...e fa cosi anche la mamma?"
"No..."
"E cosa fa quando io me ne vado, dopo che abbiamo litigato?"
"Mh.."

La bambina si era presa qualche secondo per riflettere, mordicchiandosi il labbro pensierosa

"Beh, di solito viene a giocare con noi. Oppure ci porta tutti fuori a passeggiare"

Il pensiero che invece di frignare la moglie si dedicasse ai piccoli, e che persino quando ricorreva ad un suo personale modo di attenuare il dolore, ossia la camminata all'aria aperta lontano dal mondo e dai suoi casini, se li portasse dietro riuscivano a riscaldargli un punto non ben definito del petto. Una sensazione molto, molto, piacevole. Arrivati al bordo della riva Neal l'aveva messa a terra, aiutandola a togliersi le scarpe ed eliminando le proprie a sua volta. Tenendola per mano si era incamminato lungo i ciottoli, mentre Selene ridacchiava per il solletico che l'acqua fredda del torrente e la patina viscida delle pietre le faceva ai piedini. Non era affatto profondo quel punto, e l'acqua arrivava loro alle caviglie.

"Ieri avete giocato?"
"No, ieri si è messa il vestito che tiene appeso sull'armadio, e ci ha chiesto cosa ne pensavamo"
"E voi cos'avete detto?"
"Thomas ha detto che era una maglietta carina"

A questo punto Neal era scoppiato a ridere, lasciando che la voce spessa e profonda coprisse per qualche minuto l'esposizione della bambina. Selene aveva ripreso, la mano sinistra stretta a quella del padre, la destra che si chinava a carezzare il pelo dell'acqua, tremolante dei riflessi del sole. 

"Davon ha detto che era bellissima, ed io le ho detto che secondo me brillava troppo, mi facevano male gli occhi. E poi c'erano tutti quei cosi" probabilmente alludeva ai volants a lato dell'abito "Ed io odio quei cosi. Sono inutili e stupidi"

Si era chinato a guardarla, l'impronta di un sorriso ben impressa tra la barba

"Tuo fratello è in punizione, e tu ti sei appena guadagnata un bel gelato quando finiremo qui. Adesso guarda come fa papà, ok?"

Si era risollevato, spostandosi verso un punto dove il livello dell'acqua era brulicante. Di scatto, si era chinato, risollevandosi poi altrettanto rapidamente. Tra le mani teneva un grosso, boccheggiante, salmone e aveva girato il viso verso Selene, in attesa che anche lei facesse il proprio tentativo.



- - -

Il giorno dopo, quando era tornato a casa per la cena, aveva subito notato entrando in camera che il vestito era sparito. Al suo posto c'era l'abito rosso, lungo e sofisticato, che Neal aveva regalato a Kim per il San Valentino di parecchi anni prima. Era rimasto fermo sulla porta d'ingresso, e per un attimo la mente era volata a quella sera, alla gioia di Kim, alla cena al ristorante. Al modo in cui gliel'aveva levato via di dosso, una volta a casa. La moglie era nella stanza accanto, intenta a fare il solletico sul pancino scoperto di Joel. Si chinava, a riprese lente, soffiando sulla pelle tesa del ventre, e il cucciolo si scioglieva in grassissime risate. Di tanto in tanto lei si fermava, a contemplarlo, gli occhi innamorati di una madre completamente persa del proprio piccolo. Neal si era avvicinato proprio mentre era china, poggiandole le mani sui fianchi e facendole risalire lentamente lungo la schiena, verso il punto vita. Risollevandosi, lei si era girata a guardarlo, poco prima di ricevere il suo bacio. Improvviso, dal vago retrogusto di birra, lento e misurato. Qualcosa le diceva che aveva visto l'abito. Senza dire niente, aveva voltato il corpo in modo da poterlo abbracciare

"Ho pensato che quello è meglio. Ma solo perchè chissà quante indosseranno il celeste in un matrimonio che ha come tema il mare"
"Ed io ho pensato che ti porto a fare spese, domani. Cosi compriamo qualcosa insieme"
"Da quando ti va di venire per negozi a veder vestiti?"
"Da quando a provarti i vestiti sei tu, e ti serve qualcuno che ti sollevi la zip"
"...O me l'abbassi"
"O te l'abbassi"

Avevano riso, insieme. E  Joel, vedendoli ridere, aveva riso a sua volta, quasi in simbiosi, battendo le manine e optando poi per infilarsele del tutto in bocca, sbavazzando allegro. 



- - - 



Phoenix - Maggio 2018

Vestita del suo perfetto abito, nè troppo corto nè troppo noioso, nuovo di pacca e con un tocco decisamente sensuale, Kim si sentiva bellissima. E fortunata. Contrariamente alle nozze tipicamente indiane, Dakota aveva voluto mescolare la tradizione al moderno scegliendo di sposarsi all'aperto, nel cuore del bosco, con tutti gli accessori di nozze in piena regola. A celebrare la cerimonia sarebbe stato Nastas, ovviamente, e il rito era quello caro a tutti loro. Ma c'erano i fiori, c'erano i dettagli tipici di un matrimonio come il bouquet, l'arco sotto il quale celebrare le nozze, le damigelle. Già. Le damigelle. Selene non aveva preso benissimo il suo ruolo di bambina dei fiori. Quella che doveva essere una leggiadra creatura in tulle celeste che, con garbo, attraversava il corridoio che portava all'altare spargendo petali di rose bianche si era, in realtà, trasformata in una sguaiata apparizione. Il cerchietto di fiori le penzolava lateralmente dai capelli, attaccato alle ciocche da un'ultima, stoica, forcina. Alcuni fiori dell'abito si erano, rovinosamente, staccati. Teneva la borsetta colma di petali come se fosse una mazza chiodata, facendola roteare in aria. I petali si erano distribuiti a casaccio, mentre passava tra le file ordinate di panche, tra le risate generali degli invitati, calcando i passi come se stesse facendo una marcia veloce. Giunta alla fine, si era andata a sedere sulle gambe del padre, estremamente divertito, che aveva posato un bacio delicato sulla fronte aggrottata, ringraziandola per la meravigliosa entrata. Lei aveva replicato che sembrava una "stupida femmina" e che il tulle "le faceva prudere il sedere" suscitando nuovi scrosci di risate. Interrotti, poco dopo, dall'arrivo della sposa.
Norwood era emozionato. Aveva guardato malissimo Riddick, una volta giunto di fronte a Nastas, e nel mollare il braccio di  Dakota sembrava tentennare. Riluttante, si era seduto al proprio posto accanto a Cassandra, gli occhi lucidi "per la polvere di questo fottuto posto", il cuore stretto da una sensazione a metà tra la gioia e la tristezza.

Qualche ora dopo, erano lontani da li, nel patio di fronte casa. Un grande gazebo bianco accoglieva diversi tavolini e la pista da ballo. C'era gente che beveva, gente che mangiava, gente che rideva. E c'era Neal, che era finalmente riuscito a sequestrare la sorella, portandola in pista. Solo dopo poco, tra una chiacchiera e l'altra, aveva trovato il tempo di affrontare un argomento scivoloso

"Senti...queste...cose" aveva fatto un giro col dito, a indicare il contorno della serata "..a te piacciono davvero?"
"Ovvio, Neal. Le ho scelte io"
"Mh. E piacciono a voi femmine, in generale?"
"Se escludiamo Selene, direi di si"

C'era stato un pò di silenzio, durante il quale i loro occhi avevano cercato i membri della propria famiglia. Selene stava giocando a carte con Norwood, al tavolo. Kim, invece, ballava con Davon. Il bambino rideva, in braccio alle madre, che volteggiava allegra attorno alla carrozzina di Joel

"E...senti. Ci hai messo tanto, a organizzare tutto?"
"No, non tanto. Perchè me lo chiedi?"
"Cosi. Giusto per sapere. Lo sa Riddick che hai il culo cosi peloso che devi farti la ceretta una volta a settimana?"
"Si, Neal, lo so che sei felice per noi due. Ti ringrazio"
"...Perchè se non lo sa ho una tua foto, mentre ti depili, che potrei passargli"

Lei gli era salita sul piede, col proprio, facendolo ringhiare dal dolore. Poi avevano ripreso a ballare, allegri. Solo a fine canzone, quando Neal l'aveva riaccompagnata dal marito, prima di scostarsi da lei aveva sussurrato

"In settimana tieniti libera. Ho bisogno del tuo aiuto"

- Fine Prima parte - 

giovedì 29 gennaio 2015

Come una candela profumata

Luglio 2015 - Phoenix 

Era sveglio da un po’, e la guardava dormire. Nel lettone, Kim teneva il braccio allungato, a raccogliere vicino a sé Davon e Selene. I bambini avevano accolto il ritorno dei genitori dalla luna di miele, circa un mese prima, con strilli di gioia e gesti d’affetto. Davon aveva raccolto personalmente i fiori per la madre, componendo un mazzetto di margherite di campo e altre piantine selvatiche che, al momento, trionfava rinsecchito su un vasetto di vetro nel comodino li accanto. Selene, invece, aveva dato il suo tocco personale alla torta cucinata da Cassandra modellando mostriciattoli nella pasta di zucchero, perché sapeva che il padre adorava mangiare i mostri. O, per lo meno, lui gli raccontava sempre che ogni sera prima di andare a dormire mangiava quelli che stavano sotto al letto, dunque lei si era convinta che fossero parte integrante della sua dieta. I bambini non erano i soli, ad essere felici. A entrambi erano mancati sempre più intensamente, e il ritrovarli aveva implicato il riprendere le vecchie abitudini di sempre come le favole della buonanotte e la colazione consumata insieme, nel lettone. Nella stanza si respirava un’atmosfera quieta, riposante, e il mannaro stava perdendo tempo in contemplazione della propria famiglia. Mentalmente, Neal ripercorreva le settimane trascorse in Italia e i ricordi che aveva collezionato con lei. La rivedeva ridere, sbraitare, mangiare sporcandosi mento e dita, allontanarsi dalla riva in bracciate ampie dense di schiuma, addormentarsi addosso a lui, mugugnano parole incomprensibili, e risvegliarsi cosi piena di vita che le tende della stanza venivano regolarmente scosse da un vento anomalo. Gli occhi erano poi scivolati sulla curva dei suoi fianchi, e  i ricordi si erano tinti di sfumature erotiche piuttosto complesse. Aveva allungato una mano, da sopra il lenzuolo, per allungarle una carezza che era però stata interrotta da Selene. Nel sonno, la bambina si era girata scalciando, e Neal nel palmo si era ritrovato a stringere il suo minuscolo piedino. Cosa che l’aveva fatto ridacchiare, sommessamente. Certo senza i bambini fare sesso era più semplice. Senza vincoli o orari loro ne avevano approfittato ampiamente, delle volte interrompendo occupazione precedenti, per soddisfare quel desiderio che a tratti era vorace, altre volte rispondeva a ritmi più morbidi e lenti.  L’armonia del momento, tuttavia, si era interrotta improvvisamente quando il mannaro aveva percepito una sfumatura nuova nell’aria. Un po’ come quando si accende, in un ambiente, una candela profumata. La fiamma brucia lentamente, crepitando, lo stoppino di corda e solo dopo qualche minuto comincia ad avvertirsi l’aroma di testa diffondersi. Arriva al naso gradualmente, perché il fumo è lieve e delicato, divenendo via via più intenso di minuto in minuto. Finchè è praticamente impossibile, sniffando l’aria della stanza, non riconoscere l’odore e non apprezzare la consistenza e le sensazioni che esso rievoca alla mente. Ecco. Era successo più o meno cosi anche per Neal solo che era un’altra, la miccia che era stata accesa, e invece che una candela era un ventre il centro del suo interesse. Nonostante fossero passati ben due anni, sapeva perfettamente che cosa significava quando la pelle di Kim sapeva di lui. Lei era di nuovo incinta, e a breve ci sarebbe stato un altro cucciolo da quelle parti. Il cuore del mannaro si era riempito di gioia, e se non aveva raccolto la moglie tra le braccia per stritolarla era solo perché temeva di uccidere i figli nel mezzo.

Aveva mal di testa. Da qualche giorno non faceva altro che svegliarsi con una morsa di ferro ben stretta attorno alle tempie, talmente intensa da darle la nausea. Non aveva ben capito se si trattasse del troppo sole, dal momento che era abituata al clima piovoso e orribilmente umido di Bontemps, oppure fosse da imputare a qualche malattia fisica. Fatto sta che anche quella mattina Kim si era alzata sottosopra, e quando era entrata in cucina e tutti si erano girata a guardarla lei, d’istinto, aveva girato il viso verso Davon credendo che guardassero il bambino che teneva in braccio. Ben era rimasto con la bocca aperta, e una ciambella in mano, Cassandra aveva la caffettiera sospesa verso la tazza del marito, Dakota il coltello intriso di burro al di sopra della fetta di pane. Neal, al momento, dava le spalle alla scena avendo messo Selene seduta sul ripiano della cucina e combattendo con i lacci della scarpa che la bambina si rifiutava di indossare. Quanto a Norwood, gli occhi si erano aperti in un’espressione di pura meraviglia, aveva battuto entrambi i pugni sul tavolo ed urlato un

“PORCO CAZZO MIA NUORA E’…”
“…IN RITARDO ! Sarah è già fuori che li attende per portarli giù all’asilo con gli altri cuccioli . Sbrigati Kim”

Norwood non aveva completato la frase, perché Cassandra lesta aveva afferrato una salsiccia dal piatto sul tavolo badando bene di infilargliela in bocca, assieme ad un’occhiataccia orribile. Era stato Neal, a finire il pensiero al posto suo, staccandosi dalla penisola con Selene al seguito e scaricando la bambina tra le braccia della madre

“Vai su, ci vediamo dopo”
“…Va bene. Che avete oggi? Sembrate un po’ nervosi”

Non aveva atteso risposta, dando loro le spalle e avviandosi al di fuori dell’abitazione. Norwood aveva sputato la salsiccia sul tavolo

“Ma che cazzo ti prende?”
“Non spetta a te dirglielo, è compito di Neal!”
“Si, pà, dovresti farti i fatti tuoi”
“Ben, bada un po’ alla tua ciambella. E ripassami quella salsiccia, è mia”
“Oh Neal, congratulazioni! Sono cosi felice per voi”
“Auguri figliolo, fatti dare un bacio”
“Grazie, grazie tante”
“Siediti, non ho voglia di alzarmi per darti una pacca di congratulazioni”
“Va bene pà”
“E’ da tanto che ci provate?”
“In che senso proviamo?”
“Beh…immagino che Kim se lo aspettasse. Ne avrete parlato prima, no?”
“Veramente, no”

C’era stato un minuto di silenzio nella stanza interrotto dal suono del cellulare di Norwood. Il mannaro si era alzato, facendo cenno a Ben di seguirlo, e Neal era rimasto li con la sorella e la madre. Entrambe sfoggiavano un’espressione perplessa

“Vuoi dire che è capitato per caso?”
“Si…che sono quelle facce?”



“Neal…ti è mai venuto in mente che forse Kim non vuole figli, al momento?”
“Che razza di stronzata è mai questa? Certo che ne vuole”
“No, non parlo per il futuro. Dico…adesso”
“Spiegati meglio”
“Beh, figliolo. Siete usciti da un periodo molto movimentato. Il trasferimento, l’incidente, la storia di tuo padre”
“…e avete due bambini ancora piccoli”
“Forse lei vorrebbe godersi un po’ il tempo con te e i bambini, senza gli affanni di una nuova gravidanza”
“Le poppate, le nausee. Non puoi fumare, non puoi bere. Sono tutto altro stress”

Neal era rimasto zitto, confuso. Aveva liquidato la cosa dicendo che non erano cose a cui voleva badare, e alzandosi per avvicinarsi alla finestra. Kim era all’esterno con i bambini. Selene frignava perché le avevano rimesso la scarpa, dandole svariati pugni sul petto. Davon, che era stato messo a terra, teneva le braccia tese per essere ripreso in braccio e urlava a sua volta. Lei stava nel mezzo, l’espressione seria e seccata di chi sta per distribuire pacche sul culo a iosa. Improvvisamente, la felicità del mattino si era stemperata in una nuova preoccupazione

“E se lei non volesse?”

-          - -
Avevano cenato, e lasciato i bambini con i nonni e gli zii, perché Neal ci teneva a “mostrarle una cosa”. Si erano allontanati a piedi, procedendo per circa un quarto d’ora nel territorio del branco. Il terreno procedeva in salita, ed entrambi camminavano senza particolare fretta, mano nella mano. Alla fine, una distesa desolata li aveva accolti e Neal si era fermato, rischiarandosi la voce

Eccoci qua. Ti piace?”

 Kim si era guardata intorno, incerta. Da quel punto si teneva d’occhio tutta la zona. Era visibile la casa dei suoceri, e nello sfondo il villaggio indiano. Piccoli fuochi nella notte rischiaravano quel pezzo di Arizona, e una luna calante avvolgeva timidamente i cactus di una patina argentata. Ma, a parte quello, li non c’era assolutamente nulla.

“Beh…è un bel posto” aveva ammesso, confusa , continuando a rimanere piuttosto perplessa
“No…non parlo del posto. Parlo di questa”

Aveva piegato la testa verso il basso, fissando un punto lungo il terreno.  A Kim c’era voluto un po’, nella penombra notturna, per capire di cosa si trattasse

“E’ una pietra?”
“Si. E’ la pietra su cui pensavo di costruire la nostra casa”

Aveva rialzato il viso, stupita, schiudendo appena le labbra

“Sempre che a te piaccia la zona. Altrimenti, troviamo un altro posto”
“Ma…pensavo che avremmo vissuto con i tuoi!!!”
“Casa dei miei va bene per un paio di settimane. Tu hai i tuoi ritmi, io i miei. E mi mancano i muffin carbonizzati che mi cucinavi. Non possiamo mangiare mica sempre bene come da mia madre, ti pare?”

Lei era scoppiata a ridere, finendo con l’abbracciarlo. L’aveva stretto a sé intensamente, ricoprendogli il petto di baci. Neal aveva continuato a carezzarle i capelli, proseguendo il discorso in maniera un po’ più vaga

“…e comunque a breve la casa sarà troppo piccola per tutti”
“In che senso?” aveva chiesto, senza smettere di baciarlo. A quel punto lui aveva sospirato, afferrandola dalle braccia per guardarla bene in viso. Illuminato dalla luna, tinto dalla bellezza della notte, i suoi lineamenti sembravano surreali. Non era una creatura di quel mondo, almeno quanto Neal non era del tutto umano. Aveva deglutito, fissando gli occhi in quelli della moglie

“Hai di nuovo il mio odore nel tuo, Kim”

Dopo un breve momento di silenzio lei era scoppiata a ridere, cominciando a saltellargli tra le braccia

“Un bambino! Neal! Un altro bambino”
“Non…sei depressa, vero?”

Si era fermata di colpo, trafelata, fissandolo come se improvvisamente si fosse maculato di rosa

“Come ti salta in mente?!”
“E’ che non ne abbiamo parlato prima. E Dakota e mia madre dicono che forse, dopo l’ultimo periodo, volevi un po’ di calma. E i nostri figli sanno essere dei veri diti al culo delle volte. Inoltre sappiamo quanto ti piaccia bere e fumare”

Gli si era spinta contro, prendendogli il viso a coppa tra le mani, l’espressione intenerita di chi ha di fronte un uomo impacciato, più che un feroce capo

“Neal..”
“...cioè, io adoro Selene e Davon, ma i pannolini…Cristo, so quanto possano dare fastidio”
“…Neal…”
“Ed immagino che tu volessi riprendere a lavorare. Qualunque cosa fosse prima, per te, lavorare..”
“…Neal…”
“..Che c’è?”
“Ho fatto due gemelli con te. Pensi che mi sia dimenticata, come nascono i bambini?”
“No, ma che c’entra?”
“Rifletti. Se non avessi voluto figli non pensi che avrei preso una qualche precauzione?”
“Beh, si…”
“Non credi che invece di tenerti aggrappato a me, con le gambe, mentre venivi ti avrei scalciato lontano contro il muro?”
“…Sappiamo entrambi che hai le gambe troppo sottili per questo genere di ripicche”
“Neal…”
“…certo però devo ammettere che sono anche molto elastiche. Dio, bambolina, quando fai la spaccata mentre ti impal…”
“Neal, non divagare. Il punto è che sapevo di poter rimanere incinta. E se non ho fatto niente per evitarlo è perché lo volevo. Al momento c’è una sola cosa, che mi preoccupa”
“E sarebbe?”
“Il fatto che tu voglia ancora chiamarlo come l’inventore delle ciambelle, se viene fuori un maschio”

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Febbraio 2016 - Phoenix 

Eccoci qui, otto mesi dopo. Io e il mio splendido pancione. La seconda gravidanza è, per certi versi, molto diversa dalla prima. So cosa aspettarmi, cosa attendermi mese per mese, quali dolori e quale gioie mi riserva una certa analisi o un determinato periodo del mese. Il primo trimestre è stato fantastico, e rispetto al viaggio dei gemelli non ho sofferto di nausee né vomito incessante. In compenso, la voglia di stare addosso a Neal ha sfiorato livelli imbarazzanti. C’è da dire che lui ha preso molto a cuore il ruolo del padre pronto a soddisfare le voglie della moglie. Mattone per mattone ha costruito la nostra nuova casa. Ed è calda, accogliente, spaziosa. Affrontare una cosa simile col pancione non è stato semplice, ma ho ricevuto tutto l’aiuto possibile dalla famiglia. Le donne del branco si prendono cura dei miei figli, e so che anche a me toccherà fare lo stesso con i loro quando sarà il momento. Norwood viene a trovarmi ogni mattina, di nascosto dagli altri, portandomi una tazza colma di zabaione. Dice che fa bene al bambino, ed io la trovo un’adorabile premura. Ci sono dei momenti in cui Neal è talmente orgoglioso e felice che mi pare di vederlo camminare sulle nuvole. Abbiamo scelto di attendere, per sapere il sesso del bambino, perché vogliamo che ci faccia una sorpresa. Inoltre, senza Moonie, l’idea dell’ospedale non mi piace affatto. Partorirò in casa, esattamente come la prima volta, e ci saranno Dakota, Cassie, e la levatrice dei Navajo ad assistermi. Per scaramanzia, ho chiesto a mio marito di tenere a portata di mano un cd degli AC/DC e un rametto di rosmarino da accendere. Dopotutto col primo parto ha funzionato, no? Il bambino, o la bambina, è tremendo. Scalcia quanto Selene e Davon insieme, e non conosce giorno né notte. Quanto a me, ho l’aspetto di una piccola mongolfiera, ma Neal non fa che ripetermi quanto sia bella. Probabilmente gli sta venendo la cataratta. I cuccioli vogliono in continuazione che io mostri loro la pancia. Se ne stanno con l’orecchio sul ventre teso, lo riempiono di baci e raccontano storie al bebè. Promettono di condividere giochi e passatempi con lui, e Selene è certissima che toccherà a lei accudirlo. Hanno chiesto più volte come sia successo, ed io e Neal abbiamo deciso di non prenderli per il culo con capre, broccoli e cicogne. Gli abbiamo detto che mamma e papà, in Italia, hanno deciso che era il momento di allargare un po’ la famiglia. Che si sono abbracciati, e dati tante carezze, prima di fare una magia. Una magia che loro impareranno a fare più in la. Davon a 14 anni, Selene a 41 secondo Neal. Ormai è quasi tutto pronto, manca solo lui. O lei. Il parto stavolta non mi fa più paura, ho solo una voglia matta di vederlo. Di toccarlo, di guardarlo negli occhi, di sentire che è mio e mi appartiene. Ecco, in questo la seconda gravidanza è del tutto diversa dalla prima. Pensavo che non mi sarei emozionata cosi tanto. Invece, tolte di mezzo le paure, adesso c’è solo l’ansia dell’attesa, come quando aspetti i regali a Natale.
Il mio regalo pare essere molto grosso. Ma, d’altronde, a noi Saunders piace fare le cose in grande.

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Un Neal emozionatissimo era uscito fuori dall'Hoogan, poco dopo lo strillo che annunciava platealmente l'ingresso in scena del neonato. Il tempo di urlare, a squarciagola, che era un maschio e che era sanissimo, prima di ritornare da Kim, e dal bambino. Fuori, gli ululati si erano mescolati ai festeggiamenti della tribù Navajo, in un clima di festa che avrebbe coinciso - come per ogni nascita delle due etnie - in ubriacature e festeggiamenti di vario genere. Cassandra aveva raggiunto Norwood già al secondo giro di Rhum, dopo aver ripulito la stanza e dato un ultimo abbraccio al figlio, una carezza a Kim ed un bacio in fronte al nipote, seguita a ruota da Dakota. Ma, ovviamente, la Strega non pareva accorgersi del baccano all'esterno. Tutto il suo mondo sembrava racchiuso in quella copertina sottile che stringeva il corpicino spaventato e scalpitante di Joel. Si era già attaccato al seno, e per quanto esausta la donna appariva felice e fiera, almeno quanto il piccolo sembrava avido del suo latte. Neal si era rimesso nel letto, accanto a loro, abbracciandoli entrambi e sussurrando piano al suo orecchio

"Questo sembra più rattrappito degli altri due, non trovi?"
"Si...e dire che ha avuto anche più spazio"
"Forse si aggiusterà col passare dei giorni"
"Aggiustare? Smettila, Neal, è un bambino bellissimo"
"Come lo chiamiamo, questo bambino bellissimo?"

Lei ci aveva pensato un pò su, continuando a cullarlo tra le braccia, semi appoggiata al petto del marito.

"Joel. Joel mi piace"
"E' il nome di uno dei tuoi ex?"
"No"
"Di qualcuno che ti sei fatta?"
"No"
"Di qualcuno che ti voleva fare?"
"No"
"E allora va benissimo. Ha un bel suono. Joel Saunders. Dammi il cinque, figliolo"

E nel dirlo aveva premuto il pollice, gigantesco, contro il palmo, minuscolo, del piccolo che continuava a ciucciare beatamente. Kim aveva girato il viso, a guardare Neal con uno sguardo dal quale la felicità sembrava trapelare come fa il sole tra le assi delle tapparelle, in estate.

"Va a prendere i bambini"
"Perchè? Possono vederlo domani, ora sei stanca e di sicuro..."
"...voglio che dormino con noi. Con noi due e con Joel. Tutti insieme"

Si era azzittito, principalmente per il fatto che lei si era ricordata di un suo desiderio, ed anche perchè certi gesti da parte di Kim avevano sempre lo strano potere condensarsi in gola in groppo che faticava a inghiottire. Nel silenzio ricreatosi scandito dai versetti del bambino, occhi negli occhi con lei, il baccano all'esterno ovattato dalle mura della stanza, per un attimo gli era parso che il tempo si fermasse e che quel momento durasse per sempre. Si era chinato a darle un bacio, ed era un pò il suo modo di dirle grazie per tutti quei doni, per quell'amore, per essere ritornata ed essere viva e dispensatrice di vita. Era il suo modo per dichiararsi, per marcare il territorio su di lei, per ricordarle che era sua. Era il suo modo per dirle quanto fosse orgoglioso della sua forza, del suo carattere, e innamorato dei suoi occhi, della sua bocca, del suo odore. Era tutto ciò che lui riusciva a fare, in quel momento. Ed era tutto ciò di cui lei aveva bisogno, per sentirsi completa.

domenica 11 gennaio 2015

Di un pessimo inizio, e di una clamorosa fine



30 Dicembre 2014 - Periferia di Phoenix 

Faceva parecchio freddo, ma il plaid che Kim aveva portato era abbastanza caldo da mitigare la temperatura bassa che, l'abitacolo della Jeep, riusciva a malapena a schermare. E poi c'era Neal, che già di per sè rappresentava un'ottima fonte di riscaldamento. La strega se ne stava accoccolata tra le sue braccia, fissando l'orizzonte buio e rischiarato appena da una mezza falce di luna calante. La notte tingeva le sagome del deserto di sfumature bianche, pennellate d'argento che finivano col dare più l'idea che la Jeep fosse parcheggiata in un paesaggio spaziale, surreale, che in uno spicchio d'Arizona come altri. Erano assorti ciascuno nei propri pensieri, consapevoli che per stare bene insieme non era necessario sempre e comunque ciarlare. Il puntino rosso della sigaretta, che i coniugi Saunders si stavano passando da poco, tiro dopo tiro, venne ben presto soppiantato in termini di luce dai fari di un auto  poco distante. La vettura procedeva spedita, e sembrava quasi stesse correndo via dal buio della notte e dai terrori che questo si portava dietro. Non erano li per contemplare il paesaggio e concedersi una romantica pausa dai tormenti familiari. Neal, vedendo l'auto, aveva acceso i fari e lampeggiato un paio di volte finchè la stessa non aveva sterzato, dirigendosi verso di loro. Kim, consegnata la sigaretta al marito, si era rinchiusa il meglio che poteva nel proprio giubbotto aprendo lo sportello per scivolare all'esterno e andare incontro a Juniper. E a Jackson.

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Si sente colpevole. Gliel'ho letto negli occhi subito dopo la telefonata di Jackson e per quanto non voglia entrare in discorso so che non riesce a levarsi dalla testa l'idea che Aly potrebbe non essere morta se lui fosse stato li.  Neal non è mai stato tipo da molti scrupoli, e la sua etica non è certo cosi spiccata. E' abituato a veder morire la gente, e sa che sono rischi "del mestiere". Ma è sinceramente, fraternamente, legato a Jackson. Il loro dolore era percepibile, persino da me che di animale non ho nulla. Li ho visti abbracciarsi, con la coda dell'occhio, mentre io ero impegnata a mia volta ad abbracciare Juniper. Magra e sciupata più di quanto non ricordassi, ci siamo rifugiate in macchina a parlare mentre gli uomini rimanevano per conto loro. Neal si è girato giusto un attimo a guardarmi, come a chiedermi permesso, prima di trasformarsi e fuggire via nella notte con l'altro. So perfettamente che ne avevano bisogno, quasi quanto io avevo bisogno di quei minuti con l'altra lupa e...Elinor. Un fagotto roseo e dai capelli rossicci, attaccata morbosamente alla sua bambola, e con una piccola valigia al seguito. Con Juniper abbiamo recuperato il tempo perso, aggiornandoci reciprocamente sul modo in cui le vite di entrambe si sono evolute nel corso di queste ultime settimane. Alla fine, tutti e quattro, ci siamo separati. Elinor è venuta via con noi, e resterà al sicuro a Las Nubes finchè i Moontears non saranno fuori da ogni sorta di pericolo. Non che da noi la situazione sia poi cosi migliore, ma c'è sempre il pueblo dei Navajo su cui fare affidamento, e i Desert Dust sono più cazzuti e armati rispetto all'altro branco. Inoltre Selene e Davon conoscono già Elinor, e alla bambina farà bene ritrovare i compagni di giochi. Quanto a me...l'idea che un mannaro non sia invincibile, e che farlo morire sia più semplice di quanto pensassi, maturata dopo questi ultimi episodi della nostra vita mi getta addosso un'impronta d'ansia cosi evidente che di tanto in tanto persino respirare mi risulta difficoltoso. Ci pensa comunque Elinor, a distrarmi. Si sveglia spesso, nel cuore della notte, chiamando la mamma. Con pazienza la raccolgo tra le braccia, passeggiando su e  giù per la stanza, finchè non si è di nuovo calmata. So bene cosa significhi, rimanere senza un seno a quest'età. Forse è per questo che mi ritrovo a coccolarla spesso, anche più spesso di quanto non faccia coi miei figli. Lei pare quietarsi, finchè non realizza di nuovo che c'è qualcosa di più profondo dei miei baci che le manca. Dormi, Elinor, riposa. Fatti forza, piccina, perchè questo genere di mancanza non potrai mai colmarla davvero in vita. Parola mia.

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Quindi quando partirete?
Domani sera. Ma non voglio che tu stia sola a casa.
Prenderò i bambini e andrò da Nastas.
Bene
E non mettere su quel muso lungo. Non mi succederà niente.
Mh. Preferirei che succedesse qualcosa a me, piuttosto che a te
Scherzi? Io con un paio di cicatrici sarei solo dannatamente più figo. Se qualcuno ti deturpasse, invece, sarei costretto a lasciarti. Nessuno vuole con sè una moglie orribile
Fottiti, Neal, sono certa che tu sappia come si fa.

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08 Gennaio 2015 -  Arizona - Casa Saunders ore 21:00

Nastas l'aveva detto. La salute e la memoria di Norwood non sarebbero andate di pari passo, in termini di ripresa. E se il fisico - aiutato dalla prodigiosità dei suoi geni - si era già da tempo rinforzato e rinvigorito, lo stesso non si poteva dire della sua memoria. Continuava a non avere traccia, dentro di sè, dei figli e del branco, degli amici e di Cassandra. La mannara, però, non aveva smesso di nutrire una forte e salda speranza. Lo aveva accudito con dedizione e amore, subito dopo la resurgo, senza lasciarlo mai un'istante. Eppure quegli occhi verdi, che continuavano a fissarlo con passione e profondo amore, continuavano a non dire niente al vecchio lupo. Non essendo ancora in grado di occuparsi adeguatamente degli affari del branco non aveva preso parte alla spedizione organizzata per quella sera, rimanendo in casa con la moglie. Erano da soli. Sia Ben che Dakota erano partiti con Neal, e Kim aveva passato il pomeriggio nell'hoogan al villaggio, preferendo rimanere li per la notte. I bambini avrebbero avuto con chi giocare, e lei voleva finire di studiare alcune cose con Nastas. Cassie era seduta sulla scaletta del portico che conduceva al giardino. Si era presa un attimo per stare da sola, senza allontanarsi troppo da Norwood che schiacciava un riposino all'interno. Da quella prima notte, a colpi di vassoiate in testa, non erano mai stati tanto tempo senza toccarsi. E, sicuramente, se davvero c'erano state delle pause fisiche tra di loro, lei non ricordava un solo momento in cui il marito l'aveva guardata come se fosse un'estranea. Il vecchio Nor le mancava, terribilmente, e per quanto si sforzasse di mantenersi forte la solitudine che avvertiva era assolutamente straziante. Si può essere soli per tanti motivi. Succede che la persona che ti manca non ti sia più vicino, fisicamente, perchè lontana o addirittura morta. Ma avere accanto il corpo, di quel qualcuno, e sapere che forse non potrai più apprezzarne lo spirito...non potrai godere del senso dell'umorismo, e della goffa tenerezza, persino dei tanto odiati lati negativi del suo carattere  è qualcosa di tremendamente surreale, ed angosciante. 
Preda di questi tristi pensieri, stava in silenziosa contemplazione del giardino, le gambe strette al petto, a loro volta cinte dalle braccia quando la voce del mannaro era scivolata, inaspettata, dietro di lei

"Ti assomigliava"

Cassie aveva girato il viso, di scatto, osservando il marito in piedi li accanto. L'uomo teneva lo sguardo fisso su un cactus, fiorito davanti a loro. Il cielo, in conclusione del tramonto, tingeva i petali di una sfumatura intensa di viola, celando il bianco candido che in realtà gli apparteneva. Lungo e affusolato, se ne stava ben ritto in mezzo agli altri, facendo vanto delle proprie spine e di quell'unico fiore. Cassie aveva riaperto la bocca per dire qualcosa, ma Norwood aveva ripreso a parlare 

"Perchè...eri vestita di bianco, quel giorno e...era cosi ritto. Gli altri erano bassi, quello stava tutto su, neanche avesse la spocchia. Ed era fottutamente spinoso. Quel cactus ti assomigliava. L'ho preso per questo"

Il cuore di Cassandra aveva cominciato a martellare, furiosamente, e lei aveva sciolto la propria posa per sollevarsi in piedi e fissare da vicino il marito

"Poi ho pensato...che probabilmente, l'avresti buttato nel cesso. Quindi ho cominciato a mandartene altri. Regolarmente. Mi dicevo che almeno uno lo dovevi pur tenere, mi dava al culo l'idea che non avessi neanche una cazzo di spina per casa"

Aveva spostato gli occhi in cerca di quelli della mannara, sollevando le mani a coppa a prenderle il viso tra i palmi

"Non potevo immaginare, quando ti ho portata via da casa, che avrei dovuto attaccare il rimorchio alla jeep solo per trascinarmi dietro tutta la tua maledetta collezione di piante grasse. Tutte. Le avevi...tenute tutte"

Sembrava commosso, come se il pensiero lo intenerisse profondamente, e se stesse parlando con lei di una cosa di estrema importanza. Anche Cassandra, aveva gli occhi lucidi, ma per tutt'altro motivo. Aveva cominciato a ridere, tra le lacrime, spingendosi poi a cercarne le labbra.
Qualche minuto dopo, in forma animale, avevano lasciato la casa per dirigersi alla roccia. La loro roccia. A riappacificarsi col proprio passato, nella fretta di vivere un altro pezzo di presente. Incuranti degli strani movimenti ai confini della riserva 





08 Gennaio 2015 -  Arizona - Ritrovo del Branco "Rovers" ore 20:00

Il branco rivale era stanziato a circa 200 km di distanza da Las Nuevas. C'erano volute tre ore di viaggio, per arrivare, ma avevano pianificato tutto nei minimi dettagli. Appostati a debita distanza avrebbero atteso il calare delle tenebre, sferrando un attacco in notturna. Qui e li c'erano piccoli segni che indicavano vi fosse ancora una certa attività tra le baracche. Luci accese, fumo da qualche abitazione, il rumore di una radio in sottofondo. Eppure Neal era inquieto. Minuto dopo minuto, sentiva l'ansia crescere e comprendeva che non dipendeva dalla paura di fallire. Era una sensazione del tutto nuova, e come ogni sensazione nuova il mannaro l'accoglieva con un forte disagio ed una dose raddoppiata di aggressività. Alla fine, più perchè il fratello stava diventando uno strazio che per reale convinzione che li vi fosse qualcosa di sbagliato, Ben aveva acconsentito ad andare a dare un'occhiata, più vicino. 
Le casupole erano stranamente quiete. In forma lupo, Neal fiutava l'aria incerto. Gli odori del luogo erano troppo sottili, troppo evanescenti. Si era ritrasformato dietro una finestra. La luce era aperta, e in lontananza dalla collina  in cui erano sistemati si vedeva una sagoma, come di un uomo seduto. Ben si era ritrasformato dietro di lui, subito dopo

"Cazzo fai, ti vedranno"

Neal aveva indicato il fantoccio, fatto con sacchi e paglia, seduto davanti alla televisione accesa, e Ben aveva aggrottato la fronte

"Non capisco...che cosa..."

Il fratello continuava ad essere confuso quanto lui finchè, improvvisamente, una nuova consapevolezza non aveva fatto breccia  nei suoi pensieri.

"Lo sapevano. E non sono qui"
"...Come facevano a saperlo? Dove cazzo sono allora?"

Neal si era voltato, cominciando a correre verso il gruppo di mannari

"A casa! Dobbiamo tornare a casa!"

Aveva urlato, prima di ritrasformarsi. Rendendosi conto, solo in quel momento, che adesso si che avvertiva una pungente, intensa, paura ghiacciargli il sangue e convertirgli i pensieri verso un'unica possibile direzione. 





08 Gennaio 2015 -  Arizona - Pueblo Navajo ore 22:30


Kim era inquieta. Questo sentimento  l'aveva accompagnata per gran parte del giorno, dopo la partenza di Neal, ma era abbastanza convinta si trattasse della consueta ansia da "oddio, rimarrò vedova" che caratterizzava ogni missione strampalata del mannaro. Non riusciva a trovare il cellulare che, ormai completamente scarico, era riapparso solo da qualche minuto nella bocca di Davon. I bambini erano stati nutriti a dovere, lavati, e adesso dormivano placidamente all'interno dell'hoogan che occupava quando si trovava al villaggio. Eppure, l'ansia che avvertiva, continuava a crescere a dismisura. Un pò di aria le avrebbe fatto bene, aveva deciso, uscendo fuori dall'abitazione. Fu in quel momento che si rese conto del silenzio. Uno strano, inquietante, silenzio  provenire dalle rocce tutto intorno al pueblo. Neal le aveva insegnato che c'erano diversi tipi di immobilità, e che una notte con la luna crescente non era mai del tutto priva di rumori. Eppure, stranamente, non c'era nessun suono di sottofondo. Con la coda dell'occhio aveva captato una leggera ombra, però, scivolare silenziosamente dietro le rocce alla sua sinistra. Alzati gli occhi al cielo, non c'erano nuvole a giustificare quella mancanza di luce in quel preciso punto. Sentendo l'adrenalina crescere si era umettata le labbra, e aveva dato le spalle alla scena, come se non si fosse accorta di nulla. Richiusa la porta col catenaccio, nel modo più discreto possibile si era premurata di castare un incantesimo di protezione attorno alla dimora, poggiando per qualche istante il palmo della mano sull'uscio. Nastas, sapeva, non avrebbe faticato a scioglierlo ma a chiunque altro non fosse dotato di un potere magico di sorta sarebbe stato impossibile entrare.
Un momento dopo, un ringhio dietro di lei aveva dato il via al caos che si sarebbe scatenato di li a poco.
Kim aveva iniziato a correre.
Spostarsi al centro del villaggio non era un caso. Le streghe sono forti in gruppo, quanto i lupi in branco. Le sue grida si erano mescolate assieme a quelle degli altri, e in breve la battaglia era iniziata. Il branco di lupi si era avventato sulle case come una massa compatta, e scura, una nube di violenza che aveva circondato gli hoogan e tentato di catturarne gli abitanti. I latrati erano ben presto stati seguiti dalle grida alte degli indiani, e un fiorire di incantesimi e magie aveva rischiarato ulteriormente la notte. Durante tutta la sua corsa Kim aveva avvertito la presenza di due grossi lupi, dietro di lei, farsi sempre più incalzanti. Essere inseguita da un lupo era un'esperienza che aveva già provato, e sapeva quanto fosse importante agire rapidamente. La sua priorità era quella di allontanare il più possibile il nemico dalla capanna dei bambini, offrendo loro un bersaglio facile. I piccoli, protetti dall'incantesimo, sarebbero stati al sicuro. Al momento giusto si era girata lasciando che due lastre di ghiaccio scattassero assieme al movimento del proprio braccio, impalettando entrambi gli animali che erano ricaduti a terra, in un rantolo. Solo allora si era resa conto del numero impressionante di mannari che circondava l'accampamento. Le era venuto in mente un discorso, fatto con Neal, risalente a qualche tempo prima. Quando, tutta fiera, gli aveva chiesto di darle un calcio per mostrargli il modo in cui l'aura si compattava attorno al suo corpo, per proteggerla. E lui le aveva fatto capire che una simile protezione, per quanto utile, sarebbe stata del tutto insufficiente nel caso in cui i nemici fossero stati in parecchi.
Un grido di dolore l'aveva strappata dai propri ricordi, e girandosi aveva visto un ragazzo della tribù venire trascinato via alle gambe da un mannaro grigio. Puntava le mani a terra, cercando di resistere, e la sua voce era cosi acuta che la strega socchiuse gli occhi dal fastidio, per un'istante. Sentendo la scarica elettrica prepararsi, sul palmo della propria mano, Kim aveva preso un bel respiro ed era corsa loro incontro. Sufficiente o meno, lei non si sarebbe tirata indietro.




- - -

Ha le gambe spezzate. Lo capisce dai dolori che arrivano poco sotto le ginocchia e che risalgono violenti lungo la spina dorsale. E tuttavia continua a trascinarsi, per come può, strisciando sugli avambracci. Il braccio destro ha una lacerazione profonda, e il sangue sgorga copioso macchiandole tutta la parte laterale di un corpo che non è altro che un ammasso di tagli, escorazioni e lividi di diverse entità. Ne ha fatti fuori in parecchi, finchè non è stata accerchiata. Da quel momento in poi non è diventata che un pupazzo di pezza per i loro giochi. Come un gatto col topo, l'avevano pestata talmente tanto che lei stessa faticava a ricordare i colpi, e l'ordine in cui erano stati ricevuti. C'era stata anche l'idea di violentarla, quando uno di loro si era trasformato in forma umana. Ma il fulmine che lei aveva lanciato contro il pisello al vento di quest'ultimo li aveva scoraggiati su quel fronte, e inferociti dall'altro. L'osservavano muoversi con pazienza, mentre si trascinava verso la parete più vicina tentando di mettersi seduta, consapevoli che fosse troppo debole e stanca per rappresentare ancora un pericolo. Battere la schiena contro al muro le aveva procurato una nuova fitta, e il sapore metallico di sangue, guadagnato dal labbro spaccato, contribuiva a rendere più forte la nausea che sentiva. Di fronte a lei, un grosso lupo si stava avvicinando, ringhiando sommessamente. Ma lei non aveva paura, non più ormai, e continuava a fissarlo. Gli occhi ridotti a due fessure, tra i lividi delle botte prese, il corpo che non rispondeva se non con nuovi dolori e tormenti. Eppure non abbassava la cresta. Se doveva morire, voleva farlo bene. E quando il mannaro scattò in avanti lei non chiuse gli occhi. Ebbe dunque tutto il tempo di vedere il marito, in forma animale, lanciarsi contro al lupo, atterrarlo di lato e affondare i denti nella sua gola. Solo allora, le palpebre le si chiusero




- - -

"KIM, KIM!"

aveva ripreso, blandamente, conoscenza, e c'era Neal a guardarla. Addosso lo sguardo più preoccupato, arrabbiato e disperato che gli avesse mai visto. Ma lei non riusciva a parlare. C'era qualcosa che glielo impediva, un blocco untuoso che le avvolgeva la gola e schermava le parole. Raccogliendo le forze che le erano rimaste era riuscita a sussurrare, in un rantolo penoso, sillabe  e niente più.

"Ba...bam...bi..nh.."

Un fiotto di sangue era scivolato via, sporcandole il mento, e Neal aveva uggiolato furiosamente. Ovvio che non ce l'avesse con lei, quanto era ovvio che il vederla ridotta in quel modo gli strappava il cuore dal petto.

"Stanno bene. Zitta. Non...parlare e...merda, Kim. Tu...resta con me"

L'aveva stretta più forte, ma Kim non riusciva più a dire nulla. Provava a sorridere, e la bocca non rispondeva ai suoi comandi, troppo gonfia per ubbidire ai suoi nervi. Gli occhi si erano inumiditi, mentre la mano di lui le carezzava i capelli impiastricciati di sangue e polvere. Era riuscita a spostare il polso, quel tanto che bastava per consentire alla mano di aggrapparsi alla collanina che Neal portava al petto. Aveva stretto l'anello nel palmo, come se volesse rassicurarlo sul fatto che sarebbe rimasta sempre, con lui, in un modo o nell'altro. Poi aveva chiuso gli occhi. Di nuovo. 



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Ciò che ora dico, me l'hanno raccontato. Perchè io non c'ero, stavo altrove. Di un altrove di cui vi parlerò in seguito. Mi hanno spiegato che Neal è come...impazzito. Aria ci aveva lasciato del "V", ma sapeva che le ferite erano troppo profonde perchè bastasse a farmi guarire, ed io troppo vicina alla morte per potermi trascinare indietro, il corpo troppo rovinato per ripetere l'esperimento fatto col padre. La disperazione aveva preso la mano, e a quanto ho saputo ci sono voluti due giorni per lavare via dal Pueblo il sangue che macchiava  il pavimento in pietra delle strade. A prescindere dai feriti, gran parte di quella graziosa tinta era attribuile a ciò che Neal aveva fatto ai superstiti. Se cosi possiamo chiamarli, insomma. Dei sovversivi, non sono rimaste neppure le ossa. Quanto a me...il "V" è bastato per mantenermi in vita il tempo necessario a far venire Aria. Ma a quanto so Neal già parlava di procurarsi un altro vampiro, di ucciderlo e darmi da bere. Insomma, l'ho già detto che era un pò sconvolto, no? Non si è mai mosso dal mio letto, e sono rimasta in...coma, credo, per circa un mese.Chiamiamolo coma, si. Ha quasi smesso di mangiare, e il suo unico pensiero oltre me erano i bambini, che comunque si faceva portare al mio capezzale, non osando allontanarsi. Troppo "V" mi avrebbe resa dipendente, dunque non so bene come mi abbiano curato. Credo c'entri anche Nastas. Quando mi sono risvegliata, comunque, ero ancora tra le sue braccia. E se contiamo la volta in cui gli avevo mostrato nel video il sesso dei bambini, e il giorno del parto, quella era la terza volta in tutto il tempo diviso assieme che vedevo mio marito piangere di gioia.



sabato 6 dicembre 2014

Va avanti, non fermarti

Gli era bastata un'occhiata, per capire che qualcosa non andava. C'era quel certo non so che, nel suo viso, che preoccupava e rattristava insieme. Tanto che, istintivamente, Kim aveva allungato la mano verso lo schienale della poltrona, quasi temesse di sentire notizie talmente brutte da necessitare di un sostegno, in previsione di un futuro mancamento.

"Mio padre è morto"

Eccolo li, il colpo al cuore, e l'improvvisa quanto dolorosa sensazione che ti abbiano bucato le vene e il tuo sangue stia defluendo via, per sempre, dal tuo corpo lasciandoti le arterie aride come il letto di un fiume prosciugato dalla siccità. Se ne stava li a fissare il marito, sconvolta, al punto che persino l'aura si era fermata, cristallizzata in infine spine di ghiaccio addosso al corpo della strega

"Ma...come..."
"L'hanno ucciso stamattina"

La quiete era durata poco. Lungo quelle stesse vene aride di poco prima si era sollevata impetuosa la corrente della rabbia. Spazzava via ogni buonsenso e logica, impazzita come un torrente in piena. Aveva piegato le dita della mano, finendo con l'artigliare il divano e stringerlo saldamente

"Chi è stato?"
"Non lo so, ma dobbiamo partire. Subito"
"Ma..."
"Ma, ma, ma...non sai dire altro?! Smettila di chiedere le cose, non ho tempo per rispondere alle tue fottute domande, ti ho detto che dobbiamo partire  quindi non rompere il cazzo e muoviti"

Si era arrabbiato cosi tanto che aveva preso una sedia e l'aveva lanciata contro al muro. Non gli era costato nulla,  l'aveva fatto con la stessa noncuranza con la quale una vecchina getteva a terra i fazzolettini usati. E aveva alzato la voce, finendo con l'urlarle contro, e stemperando la frase in un ringhio incattivito. Ma bastava guardarlo negli occhi, per comprendere che non era lei nè le sue domande il vero problema. Per quanto ci fosse rimasta male, Kim aveva fatto un passo indietro, e girato il viso verso la culla. Li vicino Davon, svegliato dalle urla del padre e dal rumore della sedia, aveva cominciato a piangere. Neal si stava passando le mani sul viso, spalmandosi addosso esasperatezza e dolore. A parte il pianto del bambino, il silenzio tra loro due regnava sovrano. Alla fine era stato lui a concludere il discorso

"Partiamo stasera, sistemo delle cose col lavoro e torno a prendervi"

Non le si era avvicinato, nè aveva detto altro, girandogli le spalle e uscendo fuori. Kim era rimasta ferma al divano, ma l'aura si era proiettata in avanti. Mentre lui scivolava oltre la porta Offa si era sciolta in un tripudio d'acque commosse, finendo per avvilupparne il corpo. Lo abbracciava, disperatamente, riflettendo la disperazione di Kim. Che avrebbe volentieri assorbito un pò del suo dolore, e del suo tormento. Se solo fosse esistito un incantesimo simile, lei l'avrebbe praticato. Ma non c'era, oppure era lei a non conoscerlo. Fatto sta che Neal se n'era andato sbattendo la porta, e a lei non era rimasto che indossare il costume da brava moglie gipsy e fare ciò che ci si aspettava in questi casi da una come lei: ubbidire al marito.

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Modestamente parlando, posso dire che ieri è stato uno dei pomeriggi più merdosi della mia intera vita. Se  la batte col pomeriggio del giorno in cui è morta mia nonna e quello in cui Neal mi ha raccontato del tradimento. Si, direi che fa parte della pole position. Siamo stati catapultati dalla tranquillità al casino nel giro di poche ore. Com'è che la sera prima guardavamo Wall-e con i bambini, e la sera dopo eravamo in viaggio per l'Arizona? Non si sa. O meglio, si sa. Quando Neal soffre è impossibile stargli vicino e parlarci, è bene attendere che sia lui a cercarti e a dimostrare di essere pronto. Tende a chiudersi a riccio e a sbroccare molto più facilmente del solito. Dunque, una volta fatta volare via la sedia e aver traumatizzato Davon a vita, una volta allontanatosi per sistemare il necessario alla partenza, ho attaccato mio figlio al capezzolo e preso al telefono. E' stata Dakota a spiegarmi meglio quanto accaduto. Brevemente, mi ha raccontato di un clan rivale, di continui assalti negli ultimi mesi, dell'idea di Norwood di tenere il figlio all'oscuro di tutto per non farlo preoccupare più di quanto non lo fosse già per il proprio branco. Infine l'omicidio, nella mattinata, il cadavere trovato impiccato di fronte alla porta di casa, Cassandra svenuta per il dolore. Servivamo li, la famiglia serve a questo. Quando ho riattaccato mi sentivo più vecchia di trent'anni, e  Davon mi guardava come se potesse riprendere a piangere da un momento all'altro. Delle volte è cosi empatico che mi spaventa. Percepisce i sentimenti altrui con una spontaneità e un'esattezza impressionanti. Morale: ho dovuto metterlo in marsupio, e occuparmi delle cose della casa con lui addosso. Selene non mi ha dato problemi, ma lui è voluto rimanere vicino a me, alla sua mamma. Che poi è un pò quello che vorrebbe fare anche  Neal al momento. 

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Lui era ritornato in serata, con addosso una marea di orribili sensazioni. Cercava di non pensare al padre morto, di contenere la rabbia, di riflettere con lucidità. Ma faceva fatica a contenere quel nodo che si ingrossava sempre di più in gola,  di ora in ora. Gli affari erano sistemati, ed aveva persino trovato il tempo di vedersi con Jackson. Paccate sulle spalle, da veri uomini, una birra e dimostrazioni di solidarietà gli avevano sottolineato ulteriormente quanto fosse prezioso quel lupo come amico, compagno, fratello. Le luci accese delle casa erano riuscite, in parte, a lenire il suo dolore. In un modo o nell'altro era sempre bello tornare dalla moglie e dai bambini, sebbene la sua uscita pomeridana non fosse poi stata cosi gentile. Aveva sentito ridacchiare da dentro il camper, che era chiuso a chiave. I bambini erano li dentro, e le luci del mezzo erano accese. Kim, invece, l'aveva trovata in salotto. Il tavolo era totalmente sgombero, fatta eccezione per alcune sacche. La casa sapeva di pulito, e lei indossava un paio di jeans, una felpa nera, scarpe da ginnastica e l'espressione efficiente che mostrava in simili situazioni. Era intenta a stringere i nodi di alcune buste, che faceva poi sparire dentro un grosso cestino, quando lui era entrato. Gli aveva sorriso, come se fosse tutto apposto, come gli sorrideva ogni sera quando rientrava da casa

"Allora. Qui è tutto ok, sono pronta. Ho preso le ferie da lavoro, a tempo indeterminato. Ho chiesto ad Aria di passare a controllare la casa, di tanto in tanto. Preparato i bagagli per me, te e i bambini, e caricato tutto sul camper. Ai bambini ho messo anche un amuleto della calma in tasca, a ciascuno, cosi non faranno capricci durante il viaggio. Ho pensato che è meglio muoversi con quello, piuttosto che con la Jeep, perchè è più comodo per loro. Ma se preferisci muoverti in Jeep allora possiamo..."

Si era avvicinato, e l'aveva abbracciata. Senza dire niente l'aveva stretta a sè, e qualcosa tra loro due si era sciolto. Il riepilogo della situazione era stato accantonato, confuso nell'abbraccio e nei baci che si erano scambiati. La commozione si era fatta palpabile quando entrambi, spontaneamente, avevano iniziato a piangere. Sarebbero stati giorni difficili, e lo sapevano. Sapevano che sarebbero rimasti in Arizona per molto, molto tempo, e che li aspettavano numerose difficoltà. Che sarebbe stato chiesto loro di mantenersi forti e saldi, perchè avevano bisogno del loro aiuto e non di altri due da consolare, aiutare a loro volta. Ma, per il momento, erano ancora Neal e Kim. Nella loro casa, lontana dalle cattiverie del mondo. Erano semplicemente lì, l'uno per l'altra, e potevano mostrarsi senza temere di essere giudicati, additati, pesati, scartati. Erano scivolati a terra, ma il sesso questa volta non c'entrava. Per un tempo che a Kim parve infinito, rimasero li sul parquet rannicchiati, a cullarsi a vicenda, a sussurrarsi parole di cui non avrebbero ricordato il significato nè la consistenza ma che, in quel momento, erano balsamo per le loro ferite. Quando si erano rialzati, asciugandosi gli occhi, dandosi un ultimo bacio con tanto di schiocco a stampo come due adolescenti. si sentivano di nuovo padroni. Delle loro emozioni, di loro stessi, della propria vita. Uscirono di casa insieme, senza guardarsi indietro, senza crogiolarsi in rimorsi o rimpianti. Neal si era messo al volante, e lei aveva poggiato la mano sulla sua, ferma sulla leva del cambio. Si erano guardati, e avevano trovato la forza di sorridersi. Erano pronti per un altro viaggio, per una nuova guerra, per un nuovo inizio. Qualunque cosa li aspettasse loro erano insieme e si sentivano forti. Il resto era solo polvere, che nell'avanzare del camper andava ad attaccarsi al parabrezza, sporcandolo di ricordi e di addii.



- - -




Cha'tima, che nel linguaggio comune si traduce con "Colui che chiama" era il Negromante più potente che Kim avesse mai conosciuto. Persino Maya, a confronto, non era che una novellina. La sua aura si scindeva in una moltitudine inquietanti di corvi neri. Volteggiavano, intorno a lui, e occupavano il cielo fin quasi ad oscurarlo. Ne era rimasta cosi impressionata ed era talmente visibile il proprio sgomento che, istintivamente, Neal si era spostato in modo tale da coprirla in parte col proprio corpo e mettersi a scudo tra lei e l'uomo. Erano arrivati da appena un'ora, ed una donna del branco si stava prendendo cura dei gemelli dando modo loro di occuparsi del cadavere di Norwood custodito in una sala della tenuta. In quel momento, la stanza era affollata. Cassandra era stravolta dal dolore, e Dakota la sorreggeva al fianco destro, mentre Ben si manteneva al sinistro. Alla vista del padre privo di vita il marito era impallidito, ma non si era lasciato andare in lacrime o disperazioni varie. Sfoggiava un dolore composto, preferendo concentrarsi sui vivi piuttosto che sui morti, e dedicandosi alla madre e ai fratelli. Per lo meno finchè Nastas non era giunto, accompagnato da una piccola delegazione. Tra questi c'era il Negromante. Dakota traduceva per Kim la discussione che stavano tenendo in lingua Navajo

"Ashkii, il mio cuore piange col tuo. Ma non è ancora tempo che tuo padre si unisca al Grande Spirito. Siamo qui per aiutarti"
"Secondo la legge del branco quando un capobranco muore il cadavere va reso al fuoco, e alla polvere del deserto"
"Si, quando muore in uno scontro, e quando ciò avviene con onore. O quando il suo tempo nella terra è finito. Ma tuo padre è stato tradito, Ashkii, e se non vuoi che il suo Spirito vaghi in cerca di vendetta dobbiamo riportarlo tra noi"

A questo punto era stato Cha'tima a parlare. Fino ad ora non aveva dato neppure un'occhiata a Kim, rimanendo concentrato su Nastas e Neal

"C'è un rituale, molto delicato e piuttosto difficile da portare avanti, che consente ai Non Vivi di ritornare tali. Ma dobbiamo agire in fretta, prima che il corpo si decomponga. E ci vorrà del tempo, anche dopo"
"Dopo cosa?"
"Quando Norwood tornerà in vita, se mai tornerà in vita, non ricorderà niente per molto tempo e sarà troppo debole per poter fare il capo. Esattamente come un neonato, dovrete prendervi cura di lui. Inoltre..."
"Inoltre?"
"Abbiamo bisogno di un pegno. Un sacrificio. Qualcuno da uccidere e consacrare alla Morte per riscattare l'anima di tuo padre. Sappiamo che avete catturato degli uomini, legati al suo omicidio. Uno di loro, uno qualsiasi, sarà più che sufficiente"

Nella voce di Cha'tima c'era un tono talmente inquietante che, di nuovo, l'aura di Kim si era increspata manifestando un disagio crescente. C'era stato un rapido consultarsi di sguardi, tra  i membri della famiglia Saunders. Alla fine era stato di nuovo Neal a decidere.

"Va bene. Avrete tutto ciò che vi occorre. Andiamo"
"Tu non potrai con noi"
"Io vado dovunque vada il suo corpo"

Un ringhio sommesso aveva accompagnato le parole di Neal, e Nastas era intervenuto.

"La cerimonia va fatta nel Cerchio di Pietre ai piedi della Devil's Tower. Sai bene che non è consentito l'accesso ai comuni mortali"
"Io non sono un comune mortale"
"Sei un lupo, Neal. Lo siete tutti. Nessuno di voi può venire"
"No, non nessuno. Lei può"

Cha'tima stava puntando gli occhi su Kim, e d'improvviso si erano girati tutti a guardarla. Un brivido leggero era corso lungo la schiena della donna, ma era stato nuovamente il mannaro a rispondere

"Lei non va da nessuna parte"
"Sarebbe una buona idea, Ashkii, tua moglie è forte, e farebbe comodo un viso caro a tuo padre che lo guidi tra le ombre"
"Non hai sentito vecchio!? Lei non farà nessuna fottutissima cerimonia.."
"Neal..."

Era la voce della strega, assieme alla sua mano posata sul braccio del marito, ad attirarne l'attenzione

"Lascia che io vada"
"No. Ha detto che è rischioso"
"No. E' rischioso per il morto, non per chi è vivo. Non correrò alcun pericolo"
"Kim..."
"C'è Nastas con me. E Lapu. Non mi succederà niente"

Venti minuti dopo il corteo funebre si era allontanato in una processione silenziosa che aveva come meta ultima il deserto. Kim era con loro

 - - -

Abbiamo mentito, abbiamo mentito tutti. Non ho mai fatto un rito del genere, ma ho letto spesso di queste pratiche nei grimori negromantici dei Nash. E ricordo benissimo che in tutti accennavano alla possibilità che gli officianti perdessero la vita. O qualche arto. O qualche funzione fondamentale. Ho avuto conferma della faccenda quando Nastas mi ha bisbigliato in spagnolo se ero incinta. No, non lo sono. Ma con Neal si pensava di ampliare la famiglia, un giorno, dunque gradirei che il mio utero non diventasse la culla di Lucifero, grazie. Oddio. Pensavamo anche di andare a fare un giro al lago, domenica...ed eccoci qui. Eccomi qui. Sono scalza, ho il corpo dipinto da segni indiani, fa un freddo boia e la pelle di daino che mi avvolge non è calda abbastanza. Il tizio che il branco ha rapito se ne sta appeso su un palo, di fronte all'altare sul quale giace il corpo di Norwood. Cha'tima sta tracciando un pentacolo sul sale che ricopre il suolo, con quello che a conti fatti mi sembra del sangue. Ci troviamo in una grande distesa completamente bianca, ai piedi della roccia che viene identificata come Devil's Tower e che ci fa da sfondo, un chiarore dovuto al sale che increspa la superficie. E' notte, ma la luce di numerose torce ci consente di vedere tutto perfettamente. Cha'tima sta bisbigliando antiche parole, ed io al momento sono l'addetta alle erbe. Sto mantenendo vivi tre fuochi, dove arde legna di melo, e su richiesta del Negromante getto su ognuno di essi la mistura di erbe preparate ogni qual volta ripete una parola precisa. Salvia, Assenzio, Tasso. Ogni manciata fa sollevare un fumo denso, e sprazzi di luci rossastre. Siamo in tredici, con me inclusa, e ognuno ha qualcosa di diverso da fare. Finchè non è l'anziano a chiamarci a raccolta, e a farci disporre in cerchio. Nastas mi sta vicino, e mi chiede se ho paura. Un sentimento che vedo riflesso negli occhi di parecchi dei presenti. Non tutti sono negromanti, non tutti sono allievi di Cha'tima. Se mi concentro sento ancora il tepore della labbra di Neal premute sulla mia tempia, quando ci siamo salutati. Gli rispondo che con due gemelli e un marito mannaro non ho il tempo di avere paura. Lui ride, un sorriso sdentato che sa di tabacco, di anziano, di magia. Il Negromante inizia a parlare.

Ata'halne, principe della morte.
Tu che eternamente dimori nelle immensità dello spazio,
mio signore, mio demone
i cui tratti somigliano a quelli di un cane,
Custodisce i canali del Lago di Fuoco;
divori i cadaveri dei trapassati;
squarti i loro cuori e spezzi le loro anime
pur rimanendo invisibile.
O tu, che potentemente regni sulle Due Terre,
Signore dei Rossi Demoni!
Io so che tu domini sui luoghi delle esecuzioni
e che gli intestini dei morti sono il tuo cibo preferito.
Scostati da me! Spalanca per me le porte dell'Inferno, ho uno scambio da offrirti


Se tutto questo non fosse abbastanza inquietante, il terreno ha davvero cominciato a creparsi. E davvero l'inferno si è svelato, sotto i nostri piedi. Il tizio al palo urla, mentre dalle profondità del sottosuolo, attingendo al fumo dei fuochi, si plasma sotto ai nostri occhi la figura antropomorfa di un demone. Le nostre aure si fanno più intense, si stringono intorno a quella del Negromante. E il demone parla, con un tono che di umano non ha niente. Pensandoci, non riesco a descriverlo. Ricordo solo un suono talmente orribile, talmente angosciante, da far salire in gola il più remoto dei singhiozzi, e rinforzare anche la più piccina delle paure. Suppongo gli stia chiedendo dello scambio, dal momento che  Cha'tima indica Norwood, e infine si avvicina al palo. Tira fuori dalla tasca un athame, e senza troppi preamboli va a conficcarlo nel petto del sacrifico. Uno zampillo di sangue scroscia in avanti, colpisce il corpo del mannaro, e sembra fomentare il demone. D'improvviso, le fiamme si fanno più intense, e salgono in alto come colonne di fuoco a sostegno del cielo. L'energia che avverto è spaventosa, cosi come spaventoso è ciò che vedo. Il demone si avvicina al corpo, spalanca la bocca e strappa via l'anima a morsi, divorandola. Dice altre cose orribili, e infine sprofonda di nuovo nel terreno. Norwood rimane immobile e inerte, ed io non capisco. E' Cha'tima a farmi segno di avvicinarmi. Il buco nel terreno non si è rimarginato, l'energia è intatta nell'aria, le colonne di fuoco continuano a imperversare. Il Negromante mi fa segno di poggiare la mano sul petto del mannaro, e si preoccupa di tingermi il viso col sangue del sacrificio

"Va a riprenderlo, se ci riesci"


L'attimo dopo,  ho la sensazione di essere risucchiata via dall'interno. Una fitta dolorosa e il buio chiudono lo spazio dei miei ricordi.





 - - - 

Kim si risveglia a casa Saunders. E' fuori, Norwood è seduto nel portico al suo solito posto, e lei è li accanto a lui. E' una splendida giornata estiva, il sole sta tramontando e neppure una nuvola inquina il cielo. L'uomo, che sta sorseggiando una birra,  la guarda stupito.

"Cosa ci fai tu, qui?"

"...Dove siamo?"
"Siamo nel Paradiso"
"Sarebbe questo, il Paradiso?"
"Ognuno se lo costruisce come vuole. Io l'ho costruito cosi"

La Strega sente un dolorino, allo stomaco, e quando abbassa gli occhi c'è il pancione ad attenderla.

"Il tuo paradiso prevede che io sia incinta, Norwood?"
"Ovvio. Mi piace essere nonno. Specie delle femmine. Selene è davvero carina"

Da un altro sorso alla birra, mentre Kim gli si avvicina, poggiandogli una mano sulla spalla.

"Ricordi cos'è successo?"
"Si. Tutto quanto. E sapevo che sareste venuti a prendermi, ne avevo parlato con Nastas. Non mi aspettavo che venissi tu, però"
"Non me l'aspettavo neanch'io"
"Neal mi ucciderà di nuovo, pensando che tu sei venuta nell'Oltretomba per me"
"Neal ci ucciderà entrambi. Dunque, fossi in te, per la seconda volta amplierei un pò di più le scorte di birra"

Il mannaro ride, alzandosi in piedi e lasciando perdere la bottiglia. La supera di parecchio in altezza, proprio come Neal.

"Sei una nuora in gamba, piccola"
"E tu un suocero troppo giovane e cazzuto per morire cosi presto. Torniamo a casa"

Le poggia le mani sulle braccia, e stringe con delicatezza la presa, annuendo. Kim chiude gli occhi, e recita il resto del rituale. 

Tu che sei l'Oggi, lo  Ieri, il Domani.
Possa il nostro cuore fisico ritrovarsi al suo posto!
Possa il nostro cuore cosciente ritrovarsi al suo posto!
Che le nostre gambe ci siano restituite,
affinchè noi possiamo camminare tra i vivi.
Che ci siano ridate le braccia, affinchè possiamo abbattere i nostri nemici!
 Facci attraversare le porte che hai schiuso per noi.
Riportaci a casa.






- - -



"Se continui a stringermi cosi mi uccidi"
"Non ti permettere di parlare di morte dopo ieri, Kimberly. Se ti muovi da questo fottuto letto ti uccido sul serio. Finisco quello che ho cominciato in Messico, quant'è vero che mi chiamo Neal. Sta buona, e fatti imboccare"
"Ma posso mangiare da sol...vabbè, non c'è bisogno che mi guardi cosi. Imboccami"

Norwood è di la, sta subendo lo stesso trattamento da parte di Cassandra. E' debolissimo, e non  si ricorda di nessuno. Poco importa, tutti ricordano chi sia lui. E la moglie è ben determinata a fargli tornare la memoria. Neal, invece, pare intenzionato a non lasciare andare Kim più lontano del bordo del loro letto matrimoniale. C'è un pò più di serenità, adesso, in casa loro. La situazione è ancora critica, e delicata. Ma il capo branco è vivo. E loro sono insieme.

"Neal.."
"Che vuoi.."
"...Ti amo"
"...io no. Mi da solo al cazzo che la mia roba muoia, senza il mio permesso"
"..."
"...altro chili?"
"Si, grazie"
"Sei molto stanca?"
"No, ora sto meglio, perchè?"
"Mh...perchè magari dopo ti imbocco altro"
"Mh...perchè aspettare?"

Gli è salita addosso, ridendo, non badando al suo blando protestare di quanto non possa fare troppi sforzi. Qualcosa che gli è balzato via di mente quando lei si è sfilata le mutande, poco prima di scansare i boxer di lui. Ben intenzionata a fargli vedere che è ancora viva. Decisamente viva.