Visualizzazione post con etichetta Stellan. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stellan. Mostra tutti i post

domenica 26 aprile 2015

Di nuove avventure, e di vecchie imprese

Phoenix - Maggio 2025 

Il tempo trascorreva tranquillo, in quello spicchio di mondo dimentico del grigiore invernale e dell'umidità delle piogge. L'Arizona, in Primavera, si riempiva di vita persino nei deserti. I cactus fiorivano, e  il fatto che ogni bocciolo, ogni gemma, ci mettesse cosi tanto a mostrare i propri petali al mondo rendeva quell'evento carico di un significato speciale. La comunità Navajo era in fermento, in questo periodo, intenta a comporre preparati, raccogliere determinate erbe, scandire la giornata con riti propiziatori stagionali e ad intrattenere i vari turisti che visitavano il pueblo. Sacro e profano si intrecciavano, come del resto succedeva anche al MoonGoddess dove i semplici visitatori si alternavano alla clientela particolare e dotata di reali poteri in un flusso costante. Kim, tuttavia, non aveva tempo per prendere parte ad ogni rito della sua nuova congrega. Da un paio d'anni aveva cominciato ad occuparsi attivamente di una delle tante attività familiari dei Saunders in città, un banco dei pegni nel quale non era difficile incontrare manufatti particolarmente interessanti. Era semplice, per lei, capire se un reperto fosse originale o meno essendo sufficiente sfiorarlo e lasciare che la propria mente vagasse tra i ricordi legati all'oggetto stesso. Era un lavoro interessante, stimolante, tanto da svolgerlo sempre con estremo piacere. Negli ultimi tempi, inoltre, il buon vecchio Joe aveva sentito fortemente la mancanza di Neal e del suo "culo a papera" e cosi si era trasferito li direttamente da BonTemps, divenendo a conti fatti buttafuori del negozio. C'erano clienti più o meno regolari, e clienti che capitavano li solo per caso, persone affascinanti e piccoli arrivisti in cerca di denaro. O di botte.
Al momento, Kim, stava esaminando un vecchio cannocchiale che Ricardo, uno dei loro venditori più affezionati, le aveva portato in mattinata e che datava come risalente al periodo di colonizzazione spagnola. 

"Su signora, lo sa benissimo che porto merce di qualità. Le basterà fare un test del carbonio 14.."
"Che!? Costa un patrimonio, e se poi si rivela una paccottiglia da nulla chi mi ripaga? Tu? Non credo proprio"

Aveva mormorato, passando la mano sulla superficie finemente intagliata dell'oggetto. Una nebbia sottile aveva rapidamente inghiottito le figure intorno a lei, trascinandola in un luogo diverso. Si trovava su una nave, e all'orizzonte vedeva una sottile linea scura. Terra. Avvertiva la sensazione della salsedine sulla pelle, ed il vento scivolarle tra i capelli. Un lampo aveva dissolto l'immagine, e il momento seguente davanti agli occhi di Kim c'erano due uomini. Pitture, pelli e ossa ornavano il corpo di quello a sinistra. Elmo appuntito, stivali a metà coscia e archibugio erano, invece, indossati da quello a destra che teneva tra le mani il cannocchiale. Quando l'uomo a sinistra aveva alzato il braccio, brandendo un'arma simile a un machete, per compiere un movimento ad arco verso l'uomo che aveva di fronte non aveva, con quel gesto, tagliato solamente l'aria. La testa dello spagnolo, tranciata di netto, era finita a terra mentre la strega era stata colpita dal sentore caldo, umido e appiccicaticcio del sangue dello spagnolo, spruzzato addosso al proprio corpo. Il cannocchiale era finito a terra, assieme al corpo priva di vita dell'uomo, e lei aveva risollevato gli occhi inquadrando di nuovo la figura di Ricardo. Un sorriso flebile le era apparso sulle labbra.

"Non vale niente, e lo sappiamo entrambi. Non puoi dimostrarne la datazione reale. Posso darti 50 dollari"
"Cosa?! Ne vale almeno 500"
"50"

L'uomo era rimasto in silenzio, per un istante, mentre lei continuava a stringere il cannocchiale

"400?"
"70, è la mia ultima offerta"
"350?"

Lei aveva sollevato le mani, tenendo sui palmi il cannocchiale, come una regina che stesse porgendo la spada al proprio cavaliere invitandolo a riprendersela

"Oh va bene, va bene. Andata per 70"

Kim aveva sorriso in maniera più entusiasta, stringendo di nuovo le dita attorno al cannocchiale.

"Molto bene, Janet si occuperà dei moduli di vendita. E' sempre un piacere stringere affari con te"
"Sua moglie è una vera strega, capo" aveva borbottato l'uomo verso Neal, che parlottava poco distante con Joe. Il mannaro si era voltato a dare un'occhiata a Kim, come se stesse davvero meditando sulla veridicità delle parole del vecchio
"Si, lo so. Credo di averla sposata per questo"

La donna era scivolata oltre il bancone, accostandosi ai due mannari, tenendo con sè l'oggetto

"Dovresti ficcarti la lingua in culo, Mister Saunders"
"Direi che ti piace di più dove la ficco ogni mattina, fiorellino"

Aveva piegato il gomito con l'istinto di di colpirlo col cannocchiale sul braccio. Poi, però, ci aveva ripensato. Non voleva rovinarlo, e non era certa che il corpo del marito non lo spezzasse. Alla fine si era accontentata di rifilargli una gomitata, che a Neal aveva fatto più o meno l'effetto della puntura di una zanzara. Per tutta risposta, aveva allungato la mano ad acciuffarle una chiappa, tirandosela vicino

"Ora che mi ci fai pensare...in effetti penso di averti sposata più per il tuo culo"
"Ciao Joe"
"Buongiorno Kim. Vuoi che butti fuori questo sacchetto di pulci bianche?"
"No che non lo vuole, le piace stare con me"

Kim aveva dato un'occhiataccia a Neal, temendo un seguito che non aveva tardato ad arrivare

"Sentissi come grida a letto, dopo tutto questo tempo insieme". Eccolo li. Pareva si divertisse sempre tanto a raccontare le loro faccende intime.

"Se non la finisci ti stacco quel pisello e ci faccio un.."
"Un cuscino, amore. Date le dimensioni, puoi farci solo quello. Hai presente, quei cuscini cilindrici che ci sono a casa di mia madre?" gongolava, stringendo la presa dal momento che lei aveva cominciato a divincolarsi "Ma non posso garantirti che sarà altrettanto morbido"

"Sei un raro esempio di porcello mannaro. E comunque io ho finito, vado a casa, porto questo con me"
"Se tua moglie porta a casa un cannocchiale, forse non sei poi cosi dotato capo"
"Joe, hai davvero cosi tanta voglia di finire scopato in culo con una mazza da baseball? Perchè c'è della vaselina, di la..."

Era sempre cosi, l'atmosfera al negozio era quella. Il MoonGoddess non le mancava, non le mancava vestirsi da "strega" e leggere tarocchi e fondi di the a vecchie ansiose e adolescenti brufolosi. Compilare inventari e ordinativi, badare che i clienti non rubassero, che le cose non scadessero. Leggeva ancora i tarocchi, per amici e amici degli amici, ma lo faceva senza troppi fronzoli e moine, nella tranquillità di casa sua o del retro. Non aveva più bisogno di stupire e impressionare con strane impalcature, trucchi tribali, abiti che lasciavano nuda questa o quella parte del corpo. Le sue vecchie mise le aveva conservate, e di tanto in tanto le usava nell'intimità domestica. Certo, non per portare al parco i bambini, ma per ricordare al marito quanto avesse motivo di essere geloso di quel lato etnico e selvatico di lei.

- - -

"Quindi, il cannocchiale è autentico"
"Molto, autentico"
"Domani chiamo Spike"

Spike era il loro ricettatore. Un mannaro piuttosto influente, che vendeva al mercato nero beni collezionati da clientela particolare. Non semplici umani, ma persone dotate di poteri e ricchezze tali da essere interessati ad antichi reperti, e che non avevano bisogno di insulsi certificati cartacei a garantirne l'autenticità, pensandoci da loro a verificarla. Giusto il mese prima, per intenderci, un'antica collana era stata venduta ad una vampira spagnola. Che, a quanto pare, l'aveva sfoggiata alle proprie nozze con un duca francese, come dono materno. Circa 600 anni prima.

"No, non serve. Ce lo teniamo noi questo. Guarda qui"

Kim si era accoccolata meglio, nel letto, portandosi dietro l'oggetto e abbracciando Neal. Aveva poggiato il cannocchiale sul ventre nudo del mannaro, che aveva sollevato appena il braccio per accoglierla.

"Non mi piace che ti porti a letto quel coso"
"Zitto. Dimmi, piuttosto. Cosa vedi?"
"Un cannocchiale nel mio letto. E mia moglie lo tiene in mano. Quando invece potrebbe tenere in mano..."

Kim aveva mosso, in segno circolare, la mano al di sopra dell'oggetto bisbigliando qualcosa. I vari settori circolari che lo componevano avevano cominciato a muoversi, fino a bloccarsi. Una fila ordinata di sette simboli si era delineata sotto agli occhi di Neal

"Kim, stai tenendo un fottuto cannocchiale stregato sul mio stomaco?! E se è posseduto!?"
"No, non lo è. Questo cannocchiale è una chiave. E quella che vedi è la mappa di un tesoro"

Improvvisamente, l'uomo si era fatto serio.

"Qualcosa di molto grosso?"
"Oh, si"
"Quanto, grosso?"

La mano di Kim era scivolata, lasciando definitivamente la presa sul legno per introdursi con discrezione sotto al lenzuolo. Le dita si erano mosse, carezzando la pelle dell'uomo fino a fermarsi in un punto ben preciso. Neal aveva mugolato, soddisfatto, un gemito basso e sospirato al punto da muoverle appena i capelli, sulla fronte. Compiaciuta, lei aveva sollevato gli occhi verso di lui

"Direi più o meno grosso cosi". L'ultimo barlume di raziocinio presente nel lupo gli aveva suggerito di prendere l'oggetto e posarlo sul comodino, prima di dedicarsi completamente alle cure della moglie. Aveva cominciato a baciarlo lungo il petto, scivolando a raggiungere la mano senza smettere di mantenere gli occhi nei suoi. C'era qualcosa, in quello sguardo, che aveva il potere di far dimenticare a Neal ogni cosa che non fosse il desiderio di averla, e nel modo più violento e intenso possibile. Qualcosa che gli faceva bruciare la gola, e tremare la voce in un ringhio sommesso, impaziente.

"Ricardo ha ragione. Sei una maledetta strega. Non smettere"

- - -

Kim aveva dato un'occhiata al variopinto gruppo che componeva la spedizione. Neal e Ben stavano finendo di montare le tende, mentre suo padre pensava al fuoco. Stellan parlottava con Jack, un altro lupo del branco, a sua volta intento a infilzare dei conigli su alcuni spiedi. Lapu era vicino a lei, e stava finendo di intrecciare degli amuleti protettivi che tutti avrebbero dovuto indossare per scongiurare eventuali pericoli. Ma ciò che  catturava davvero la sua attenzione era Joe. Al momento se ne stava in estatica contemplazione di Lathika. Sorella di Lapu, e di sicuro piuttosto avvenente, la ragazza stava finendo di tracciare un cerchio di sale intorno al campo, per proteggerlo adeguatamente. E Joe la seguiva, gli occhi da cuccioli innamorato, porgendogli tutto quello che gli serviva all'occorrenza. La donna, formosa e dai grandi occhi scuri, pareva ridacchiare tra sè di simili attenzioni, e trattarlo con la condiscendenza che una femme fatale avrebbe rivolto al rachitico ragazzino di turno. Era stato necessario comporre un gruppo piuttosto variegato di streghe e mannari, perchè il famoso "tesoro" tracciato sulla mappa si era rivelato un affare molto più grosso del gingillo di Neal, e indubbiamente più complicato da trovare di quanto non ci si aspettasse. Erano segni alchemici, quelli tracciati sul cannocchiale, e Stellan era convinto si trattasse di un antico rito azteco per favorire la vita eterna. Si era offerta di finanziare la spedizione - offerta rapidamente rifiutata da Neal - e di prenderne parte. C'era un pò di tensione, nell'aria, tra chi avrebbe ricoperto il ruolo di capo tra lui e il mannaro. Un problema risoltosi in maniera piuttosto semplice, dal momento che era stata Kim - vuoi con moine, vuoi con decisione - a impartire gli ordini sino ad ora. Il primo simbolo, nel primo quadrante, era quello che l'Alchimia ricollegava all'acqua bollente. Accanto c'erano dei piccoli numeri, e solo dopo mesi di ricerche erano riusciti a capire che si trattava di coordinate e che portavano al Nevada. Trovato il luogo geografico, era stato semplice interpretare il simbolo alchemico. Quale "acqua bollente" migliore, in tale posto, se non il Fly Geiser?



"A me sembrano dei grossi cazzi"
"Pure a me, margheritina"
"E guarda...sborrano pure!"

Il chiacchiericcio dotto e sapiente di Joe, Jack e Neal, mentre gli altri camminavano con prudenza lungo le passerelle rocciose del posto, occhi puntati alle pozze d'acqua, facevano da contorno alle ricerche. Era stata Lathika a ritrovare, celato dall'acqua, il simbolo del cannocchiale inciso su una pietra. Kim e Lapu si erano occupati di far svuotare il pozzo naturale. L'acqua era risalita, in un moto al contrario, lasciando loro il modo di entrare agevolmente all'interno, e perlustrare la pietra. Le due donne si erano calate nel pozzo, largo un metro scarso, esaminando con attenzione i rilievi sulle pareti, assistite da Lapu e Stellan

"Vedi niente che può essere premuto, o estratto?"
"Ci sono delle incisioni qui"
"Leggile"

Kim aveva fatto scorrere la mano sulle parole, che a prima vista sembravano latine 

"In aque prufundis, de aque mundis. Sacrificat qui tenet, obtenerit...non riesco a capire"
"Kim!"

Lathika aveva gridato, mentre la pozza cominciava a riempirsi di sangue. Sangue che risaliva velocemente, lungo le loro gambe

"Tirateci su, tirateci su!" la strega aveva afferrato l'indiana per la vita, aiutando Lapu e Stellan che erano andati ad acciuffarla dalle braccia, affinchè salisse su per prima. Ma quando era arrivato il suo turno qualcosa la bloccava alle caviglie

"NEAL!"

Una forza inquietante la tirava versa il basso, e Kim si era vista sprofondare in quel mare rossiccio. D'un tratto il pozzo sembrava in mezzo. Fluttuava in un oceano che sapeva di ferro, denso e viscoso. Ed era stato allora che la voce si era fatta strada, nei suoi pensieri

"Sei venuta, finalmente! Sei qui per me. Sapessi quanto ti ho aspettato. Sei pronta?"

"Chi sei?" non sapeva se quelle parole le aveva dette o pensate, fatto sta che continuava a stare la sotto.

"Non ero molto diversa da te, un tempo. E se mi aiuterai a liberarmi, ti ricompenserò con qualcosa che in molti hanno desiderato, e nessuno è mai riuscito a possedere"

Il discorso non aveva senso, ma c'era uno scintillio adesso poco distante dai suoi piedi. Lei si era piegata, immergendosi più a fondo, allungando la mano per raccoglierlo avvertendo una superficie liscia e dura entrare in contatto col proprio palmo. Proprio in quel momento qualcosa l'aveva afferrata alle spalle, e tirata su con la forza. Improvvisamente, ora che era all'esterno, si era resa conto di quanto le mancasse l'aria e aveva cominciato a tossire tra le braccia di uno spaventato Neal

"Cosa..."
"Dobbiamo andarcene, e in fretta"

Si era guardata intorno, rendendosi conto solo in quel momento del caos in cui il luogo era piombato. C'erano delle strane creature, che emergevano dall'acqua, orribili mostri per metà pesci e per metà umani. Alcuni giacevano a terra colpiti dagli incantesimi lanciati da Lapu e Lakhita, sbranati dai mannari che si erano trasformati, e ne uscivano sempre di più dalle pozze d'acqua che circondavano il luogo. La pelle era ricoperta di squame verde acqua, tentacoli simili a quelli delle meduse sostituivano i capelli. Dal labbro superiore in giù sembrava mancare loro la  pelle e si scorgeva l'osso della mascella e i denti inferiori. Piedi e mani, entrambi artigliati, erano palmati e grosse branchie adornavano il collo aprendosi e richiudendosi a mostrare una carne rossa, sanguinolenta.

"Cos'hai nelle mani?" aveva chiesto Stellan, e Kim aveva abbassato gli occhi. Stringeva una specie di bracciale ossidato, con strane incisioni lungo il bordo, e quattro piccole cavità circolari. Neal l'aveva aiutata a rialzarsi, e quasi subito tre creature si erano avventate su di loro. Le dita del marito erano state ben presto sostituite dagli artigli, mentre dilaniava i corpi, seguito dalle frecce di ghiaccio scagliate dal padre. Anche lei si era mossa, sentendo l'energia elettrica condensarsi sulla mano libera e e risalire rapida verso le dita, puntando la propria magia contro la sirena più vicina. In quel preciso momento, l'aura del Brujo si era avventata su di loro, facendola girare di scatto. Altri problemi, e proprio alle loro spalle.

- - -

"Dammelo, ragazza"
"Darti cosa?"
"Quello che stringi, non è  tuo. E' mio. Dammelo"

L'uomo che aveva di fronte aveva si e no quarant'anni. Indubbiamente brutto, indubbiamente potente, indubbiamente disposto a farli fuori per avere quel piccolo manufatto.

"Non lasciare che mi prenda" di nuovo, quella voce, a trillarle nei pensieri. Kim aveva deciso di assecondare il proprio sesto senso, piegando il braccio dietro la schiena a nascondere il disco di pietra. Neal era scattato in avanti, mettendosi tra lei e l'uomo, quando altri due brujos erano apparsi dal nulla, brandendo catene di fuoco e gettandogliele. Il cuore le si era fermato, per un istante, e la voce era tornata a rassicurarla 

"Ti aiuterò io, basta che fai ciò che dico"

I mostri aumentavano a dismisura, e ormai li avevano circondati. Sentiva Lapu e Lathika gridare, stanchi, e i ringhi dei mannari sempre più sommessi. Suo padre e Neal combattevano accanto a lei, ma era stato quando una catena aveva sfiorato la spalla del lupo strappandogli un ringhio di dolore e rabbia che lei aveva acconsentito. In quel momento, tutto era cambiato. Gli occhi della strega si erano fatti bianchi, per un'istante, e aveva sollevato il braccio. La propria energia, potente come non era mai stata, aveva investito i tre uomini. Due di loro erano stati scuoiati vivi, il vento che lei aveva generato era stato cosi intenso e affilato da toglier loro l'intero strato di pelle superficiale. Il terzo era sparito, appena in tempo. Quando Kim aveva richiuso le palpebre, gli occhi erano tornati normali. Era ricoperta di sangue non suo, e le sirene erano sparite, sciogliendosi tutte in piccole polle d'aria. Sul disco brillava una pietra nuova. Ed era bianca, non un bianco accecante, sembrava più quello della pelle dei cadaveri morti per annegamento.

- - -

Neal era incazzato nero. Perchè avevano rischiato di morire, perchè Joe era ferito, perchè Jack era quasi morto. Perchè avevano evocato chissà cosa, perchè qualcuno li voleva uccidere ora che sapeva che erano entrati in possesso di un nuovo fottuto arnese diabolico. Perchè avevano dovuto smontare il campo in fretta, e ancora più in fretta andarsene da li. Perchè non potevano tornare a casa, finchè non avessero nascosto bene le tracce magiche e non, e non avessero ottenuto informazioni utili dai ricordi dei cadaveri dei Brujos. Era incazzato perchè Kim aveva di nuovo rischiato di morire, e perchè era convinto che fosse posseduta da quell'arnese. Tuttavia quando era entrato nella baracca dove l'aveva lasciata, mentre gli altri si occupavano di sistemare le cose, e l'aveva vista li ritta, pallida e sporca di sangue, tremendamente bella e spaventata, qualcosa aveva fatto sfumare rapidamente la rabbia. E salire qualcos'altro. Il ricordo del modo, assurdamente cruento e privo di controllo, in cui lei aveva aggredito gli uomini era sufficiente a farlo eccitare. Era la situazione in sè, a farlo contenere

"Stai bene?"
"Si...Neal, lo so cosa pensi. Ma stai tranquillo. Non sono posseduta, quello è solo un catalizzatore"
"...Sicura?"
"Si, ne sono certa. Sono io. Guardami"

Gli aveva preso la mano, portandosela al viso, fissandolo negli occhi. Era lei. Era la sua strega, con quello sguardo intenso, quell'odore inebriante, quel corpo chiazzato di sangue, sudore  e adrenalina. Era lei, e aveva fatto l'errore di baciargli il palmo della mano, premendoci contro la bocca calda e morbida. Spingerla contro il muro di legno, abbassarsi i pantaloni e sollevarle il vestito non aveva richiesto che un minuto.

- - -


Qualche ora dopo, Kim era stesa a terra, molto vicina al Paradiso. Completamente nuda, in parte accecata dal sole morente che filtrava dagli spazi liberi nelle assi che componevano la baracca, inondando il posto di luce rossiccia. Neal le aveva leccato via di dosso il sangue e...beh, a dire il vero non solo quello. Continuava a rimanere tra le sue cosce anche adesso, ascoltando il moto irregolare del suo respiro, divertendosi a darle lappate casuali per strapparle nuovi mugolii di piacere anche, e sopratutto, ora che il desiderio era stato soddisfatto, e lei aveva bisogno di riposo. Kim teneva un braccio ripiegato sulla fronte, e sorrideva, stanca e felice. L'altra mano carezzava, distrattamente, la testa del marito spingendosi morbidamente tra i suoi capelli. Era tutto perfetto, era tutto bellissimo. E in quell'attimo in cui l'aria sembrava immobile, priva di polvere, colpita dal sole e densa dei loro sospiri. In quell'attimo in cui i demoni erano messi da parte, e con essi le spedizioni e gli eterni cattivi. Quell'attimo infinito in cui il corpo di lei tremava quando andava a baciarla tra le cosce, gemendo e parlando a Neal in un linguaggio fatto di risposte gestuali che solo un animale può davvero comprendere, lui aveva snocciolato il proprio desiderio

"Voglio altri figli, con te"

Non c'entrava nulla, col contesto e con la situazione. Non ne avevano mai parlato prima, e non c'era un reale motivo perchè ne dovessero parlare adesso. Lei aveva scomposto le braccia, facendo leva sugli avambracci per tirare su il busto e guardarlo meglio,  avvolta dalla chioma arruffata dei propri capelli. Occhi negli occhi, lo aveva interrogato a lungo. E alla fine aveva sorriso, schiudendo ancora di più le gambe, in un consenso muto quanto esplicito.

Tre mesi dopo, Kim era abbracciata al cesso, a vomitare l'anima ed a festeggiare in tale maniera la presenza nel proprio ventre del loro nuovo figlio.

- - - Continua - - -

sabato 14 marzo 2015

"Adesso puoi baciare la sposa. Di nuovo"

Maggio 2019 - Phoenix

Nonostante la lontananza Stellan stava facendo del suo meglio per recuperare il tempo perduto. Nel corso dell'ultimo anno le visite a Kim erano state frequenti, e il rapporto tra i due si cementificava gradualmente. C'era tanto da imparare, su quella figlia dallo spirito cosi simile a quello della madre, e c'era ancora di più da apprendere da quel padre stregone, formato in maniera impeccabile dalla vita e dai propri avi. Se è vero che è padre chi ti cresce, e non chi ti genera, e che Kim aveva superato da un pezzo la fase di crescita, era anche vero che avevano molto da condividere. Conoscendolo, la strega aveva in qualche modo avuto accesso a una parte del suo passato che considerava ormai persa per sempre. Il ritratto di Luminitza, pennellato dai ricordi di Stellan, prendeva pian piano forma sotto i suoi occhi. Ad unirli, infine, era la passione per determinate piccole cose. E finalmente l'uomo aveva compreso che piacere si provasse nel vedere la propria stirpe accrescere le proprie conoscenze, i propri poteri, condividere con questa il sapere e la felicità dei successi, l'amarezze degli esperimenti mal riusciti. I rapporti tra l'uomo e Neal...beh. Miglioravano. Non si piacevano a vicenda, questo era chiaro anche ai sassi, ma per amore di quella donna - un amore diverso per ciascuno dei due - si sforzavano di convivere pacificamente, senza perdere il gusto di lanciarsi velenose frecciatine appena ne avevano l'occasione. Il signor Larssen non aveva perso tempo, e forte delle sue buone conosce e dei suoi milioni aveva messo definitivamente in regola la figlia. Kim, adesso, non aveva  più bisogno di documenti falsi e passaporti rubati. Era una Larssen, ora, e le faceva ancora strano pensare di essere ancorata a un cognome, a un posto, a un documento dopo tutti quegli anni passati lontano dalla burocrazia e dalla legge. Certe cose, comunque, rimanevano uguali a prima. Lei continuava a presentarsi come Kim Saunders, alle persone, e Neal continuava a chiamarla Kimberly, quando voleva darle amabilmente fastidio. 
Primavera in Arizona significava vita. E lei non poteva fare a meno di pensare quanta vita ci fosse, nella propria esistenza, mentre sfrecciava con il padre verso il complesso roccioso di Mogollon Rim, con accanto suo padre. Era l'uomo a guidare, ed era stato lui ad organizzare quella piccola spedizione che li avrebbe visti lontani da casa per un'intera giornata. Aveva scoperto che all'interno delle grotte di quella zona particolarmente arida cresceva una speciale qualità di mughetti e diversi funghi, dalle interessanti proprietà. Da tempo stava lavorando a un perfetto Elisir di  Trasparenza, e queste piccole aggiunte alla ricetta base potevano rappresentare la differenza. Kim era emozionata, e continuava a stropicciare l'orlo della t-shirt bianca  che indossava sotto ai jeans e alle scarpe da trekking. I bambini erano stati sequestrati da Norwood e Cassandra,  Thomas incluso, la sera prima. Si erano fermati a dormire dai nonni dopo un pomeriggio fatto di giochi, cucina messicana e partite alla televisione. Neal era partito presto, la mattina, per sbrigare degli affari giù a Tucson. Lei, dunque, era libera di dedicarsi al padre, al viaggio, alla magia.

Erano li, in quella grotta umida, ormai dalla mattina. Niente torce, un incantesimo che aveva popolato la grotta di numerose luci baluginanti si era rivelato più pratico ed efficace. Avevano fatto una piccola pausa per il pranzo, prima di proseguire la ricerca. Alcuni dei funghi ricercati erano stati già raccolti, e messi in un'apposita cassetta. Mancavano all'appello i mughetti, motivo per il quale i due camminavano da qualche ora, il rumore dell'acqua delle stalattiti a fare da contorno al loro chiacchierare sommesso, addentrandosi sempre di più nella grotta. 

"Li dev'esserci una cascata!" aveva detto Kim, indicando una biforcazione del percorso col braccio sollevato. Offa percepiva l'acqua, ne sentiva lo scorrere li vicino, ed era una sensazione talmente meravigliosa da mandarla in fibrillazione. Era commovente vedere come l'aura della Strega ricercasse continuamente l'aura paterna, dimostrando tutto l'attaccamento che loro due, per carattere, non riuscivano a manifestarsi troppo platealmente. Avevano deciso di fare una piccola deviazione, per andare a vedere questa cascata. Kim aveva trattenuto il fiato quando, girando un ultima curva, il soffitto si era innalzato. L'acqua sembrava una sorta di tenda, celeste e trasparente, orlata di schiuma bianca e vaporosa, che schermava la visuale dell'esterno. La luce filtrava in quella colonna tumultuosa, spezzettandosi in arcobaleni e illuminando di riflessi suggestivi le rocce, smussate dalla potenza dell'acqua. Il padre le si era accostato, cingendole le spalle con un braccio, e insieme avevano osservato le proprie aure danzare rincorrendo il precipitare brulicante dell'acqua. Il rumore era assordante ma loro non sembravano farci caso. I mughetti erano proprio li, crescevano ordinati in un angolo luminoso della caverna. Stellan aveva urlato a Kim di rimanere pure li a godersi lo spettacolo, dicendo che ci avrebbe pensato lui



Quando era tornato da lei, e Kim si era girato a guardarlo, aveva storto appena la bocca. Aveva privato la pianta delle radici, e solitamente nei filtri quelle erano utilissime, porgendole un mazzo che assomigliava più a un piccolo bouquet che a una vera e propria raccolta di erboristi. Prima di poter chiedere spiegazioni Stellan si era chinato a sussurrare, al suo orecchio

"Sei felice, con Neal?"

Il tono, lo sguardo, la mimica facciale dell'uomo non lasciavano intendere che fosse pronto ad una nuova paternale sui difetti del marito. Sembrava davvero desideroso di avere un ulteriore conferma, da lei. Kim aveva preferito non dire niente, lasciando che fosse il suo viso a parlare. Senza neppure un filo di trucco, sorrideva al padre in un modo che non lasciava dubbi su quanto una certa gioia riuscisse a illuminarla, da dentro. Stellan aveva annuito, poggiandole un bacio sulla fronte. Aveva poggiato le mani sulle sue spalle, e mormorato parole che il frastuono dell'acqua aveva coperto. Ma era impossibile per lei non capire che si trattava di un incantesimo. L'aura dell'uomo si era gonfiata, avvolgendola in una spirale azzurra, plasmandosi in acqua tiepida con fare amorevole e protettivo prima di virare verso la cascata. Lo stregone si era girato, e con un movimento rotatorio del braccio, con la stessa naturalezza con la quale ne avrebbe spostato il tessuto se quella fosse stata davvero una cortina, aveva plasmato l'acqua della cascata, creando un varco. Il fiume attraversava una radura di pioppi, e gli alberi erano in piena fioritura rilasciando nell'aria il loro carico di odori. Il sole stava tramontando, e la temperatura dell'aria era decisamente piacevole. Eppure, qualcosa non quadrava. C'erano balle di fieno, disposte a raggiera intorno a un piccolo arco. Due alberi erano stati disposti vicini, i rami intrecciati carichi di piccoli mughetti, e di tantissime macchie viola che da li Kim non poteva distinguere bene. E, cosa ancor più scinvolgente, c'erano persone. Sedute li. Tante persone. No, un momento. Non erano persone. Era...la famiglia. Gli amici, i parenti. Lei non riusciva a capire, anche se in fondo capiva benissimo. Teniva il mazzo cosi stretto che la linfa cominciava a grondarle tra le dita, mentre Stellan la prendeva sotto braccio e la scortava fuori. Camminavano su pietre che l'uomo aveva sollevato, con un semplice gesto della mano, ricreando un ponticello dalla cascata alla riva. Ma fu solo quando gli occhi le si posarno su Neal, in piedi sotto l'arco con Joel in braccio, che cominciò a realizzare che era vero, era tutto vero. Indossava un vestito nero, elegante, e al di sotto della giacca invece della classica cravatta e camicia aveva messo una canottiera bianca. La trasparenza del tessuto mostrava l'intricato disegno colorato che i tatuaggi ricreavano sul suo dorso, e sorrideva soddisfatto. Era bellissimo, e lo stomaco si era contratto in una fitta che, al momento, si stava sciogliendo in qualcosa di più piacevole all'altezza del basso ventre. Era bellissimo, sorridente, intrigante. E la stava per sposare. Di nuovo.

Durante il tragitto Kim non aveva fatto altro che ridere. Una risata nervosa, che si affannava a nascondere dietro il mazzetto, e che peggiorava quando l'occhio coglieva nuovi dettagli. Le persone erano sedute su balle di fieno, decorate in modo suggestivo dai fiori che si rincorrevano lungo tutto il percorso. I maschi di casa erano tutti vestiti allo stesso modo, sfoggiando completo e canotta del medesimo colore. Persino Joel, che mentre Kim si avvicinava era stato ceduto a Cassandra, aveva un completino in miniatura. Le macchie viola che aveva intravisto da lontano altro non erano che piccole Tillandsie, il tipo di fiore che vive d'aria ed è privo di radici che Neal le aveva regalato anni prima, e che ora ornava la loro nuova cucina. Colpo di scena finale c'era Aria, accanto a Neal. Teneva in mano un grosso librone, ed era elegante e sorridente. Stellan si era fermato di fronte a loro due, sciogliendo la presa sotto il braccio senza allontanarsi. Kim aveva approfittato del minuto di serietà per uscirsene con un 

"Ciao...posso sapere che cazzo sta succedendo!?" verso il marito. Mannari, membri della comunità Navajo, e altri amici di famiglia erano scoppiati a ridere. Neal aveva infilato le mani in tasca, schiarendosi la voce.

"Prima che tu me lo possa rinfacciare per i prossimi dieci anni come hai fatto col rito indiano" aveva fatto una piccola pausa, per tormentarla ulteriormente "Kimberly Morrison Larrsen Saunders Vattelapesca. Se non hai da fare, ti andrebbe di sposarmi di nuovo, oggi?"

Stavolta gliel' aveva chiesto. Kim aveva risposto dandogli un pugno sul braccio, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime e Aria si affrettava a spiegare che sarebbe stata un unione civile, dal momento che lei aveva l'abilitazione a farlo. In quel momento la nostra povera Strega era cosi sconvolta che anche la presenza di un elefante in qualità di paggetto non l'avrebbe turbata oltre. Si era solo data un'occhiata ai vestiti, e in quel momento Stellan si era chinato a sussurrarle qualcosa, nuovamente.

"Pensa all'abito che vorresti indossare. Pensalo esattamente come lo vorresti"

Lei aveva chiuso gli occhi, il cuore in festa, l'aura tremante. Modulandosi al ritmo dei propri pensieri la t-shirt si era illuminata, sfaldandosi in piccole bolle d'acqua che erano scese a coprirle il corpo. Tra i sussurri meravigliati delle persone, aveva smesso le vesti da esploratrice, e si era trasformata in una splendida sposa. 



- - -

Era stata un matrimonio perfetto, che rispecchiava esattamente il loro stile. La presenza di Aria, in qualità di celebrante, aveva reso le cose più leggere e gradevoli a entrambi. Kim aveva solo versato qualche lacrima, nel vedere Neal metterle le anello al dito, prima di farsi infilare all'anulare la propria fede. L'anello, in semplice oro bianco, andava a sottolineare il nome di lei tatuato sull'anulare, senza coprirlo. Si respirava un atmosfera rilassata e felice, e c'erano grandi facce sorridenti. Sorridevano Jackson e Juniper, presenti in qualità di testimoni, sorrideva Selene che invece di un vezzoso abitino sfoggiava pantaloncini di Jeans e canotta. Sorridevano Gwendolyn, Joy, Jeanne. Sorridevano tutti, insomma. Il punto della cerimonia in cui Aria sanciva la coppia come marito e moglie, era stato accolto da urla tipicamente mannare e grandi applausi. Neal si era chinato, per agguantare la moglie dalle chiappe e tirarsela addosso, in un bacio che aveva scatenato la folla, e fatto storcere la bocca ai bambini. Un lunghissimo tavolo imperiale era stato allestito poco oltre. La cena era abbastanza in voga con le tendenze del gruppo, con pietanze al buffet e tantissima carne arrosto che veniva preparata al momento da alcuni membri del branco. L'alcol scendeva a fiumi, e c'era persino una pista per ballare. Una band abbastanza conosciuta a Phoenix stava scaldando l'atmosfera, e Kim ne aveva approfittato per riformulare i propri pensieri. Il secondo abito incontrava sicuramente più del primo i gusti dello sposo, ed era adatto per scatenarsi.Un vertiginoso spacco lasciava nuda la gamba sinistra, e un pizzo sottile ornava le maniche e la scollatura delicata che orlava a forma di cuore i seni. Neal l'aveva accolta tra le braccia con un mormorio soddisfatto, mentre aprivano le danze, accostandosi al suo orecchio per mordicchiarlo e sussurrare

"Donna, se non la finisci di provocarmi finirà che dovremo ritirare fuori le culle molto, molto presto"


- - -

Ho riso, ho pianto, ho gridato, ho ballato, ho bevuto. Sono stanca da morire, felice da morire, e fottutamente innamorata di questo stupido malefico lupastro. Ci ha tenuto a precisare che ha delegato le cose da checca tipo i fiori a Dakota. Ma è stato lui, a pensare a tutto. A contattare a mio padre, a proporre la cosa ad Aria. E questo spiega perchè tutta quella dannata fretta di mettermi in regola con i documenti. E' stato lui a invitare le persone, ad ingaggiare la band, a decretare che ci si doveva divertire alla maniera mannara. Si è ricordato tutto, tutto quanto. Ho il cuore a pezzi, da quanto sono felice, e il ricordo di lui senza giacca, in pantaloni e bretelle, che culla con Selene addormentata sul suo petto rimarrà nei prossimi giorni a scaldarmi l'anima. Dio, ho un uomo bellissimo. Più lo guardo più mi sento male dalla voglia che mi fa salire. Vorrei essere cosi forte da stringerlo a tal punto da imprigionarlo dentro il mio corpo, e rimanerci legata per sempre. Stavolta c'erano tutti, tutti quelli per cui valesse la pena esserci. Stavolta è stato...fantastico, dettaglio dopo dettaglio, minuto dopo minuto. Era figa persino la torta, metà dedicata al bosco, metà a rappresentare acqua ed aria. Davon e Thomas avevano briciole di cupcakes nei capelli, perchè hanno ingaggiato una piccola battaglia di cibo. I mannari del gruppo hanno fatto una gara a chi riusciva a sollevare più donne contemporaneamente. Le ragazze hanno cantato, con me, e ballato fino alle stremo. Persino Jeanne rideva. Da quanto tempo, non li vedevo? Elinor è cresciuta cosi tanto, Juniper sembra più piena. Non in corpo, intendo nell'anima. O forse è che sono cosi allegra che tutto il mondo mi sembra bellissimo. C'era la mia famiglia stavolta. C'era mio padre. Mi ha portato all'altare mio padre. Cazzo, sono...ho bisogno di bere. E di fumare. E di mio marito. Ho bisogno di questa nuova prima notte di nozze. Ho bisogno di credere che la nostra vita sarà cosi intensa, per sempre. E guardarlo negli occhi, e sentirmi amata. E guardarlo negli occhi, e sentire che lo amo. 

- - -

Avevano disposto nel bosco diverse tende, e tepee, per gli ospiti che volano passare li la notte. Kim e marito avevano un tepee più appartato, lontano dal gruppo. Neal sorrideva nel sentire, in fondo, i bambini gridare allegri mentre Aria raccontava loro una favola della buonanotte ricca di colpi di scena. La voce di Kim, da dentro, l'aveva fatto girare, in mano l'ultima bottiglia di birra della serata che consumava allegramente. L'aveva sbattuto fuori poco prima, perchè "doveva sistemare", e ora lo interrogava.

"Neal sai cos'altro manca per rendere il matrimonio davvero perfetto?"
"No, senti Kim. In Italia non ci torniamo. E non andiamo in nessun fottuto posto che preveda l'aereo. Se vuoi una cazzo di luna di miele ci si va in camper, che ormai la prima te la sei fatta, non sei propriamente vergine di nozze, amore mio"
"Neal.."
"...Insomma, c'erano persino i fiori stavolta!? Non ti pare di pretendere troppo da un povero lup.."

Si era bloccato, perchè lei era uscita dalla tenda. Si era cambiata, di nuovo. O meglio svestita. Gli sorrideva, maliziosa, felice dell'effetto ammutolente che la visione del proprio corpo riusciva a procurargli. Era nuda, dalla cintola in su, i capelli sciolti sulle spalle. Indossava autoreggenti bianche, una sottile fascia di pizzo le cingeva le cosce sottili. Gli slip che indossava erano in tulle completamente trasparente, orlato ai bordi da piccole rouches. 

"Non mi riferivo alla luna di miele, parlavo del velo. Sai, quella cosa che indossano le spose?"


Nel dirlo si era girata di spalle, mostrandogli la schiena. Nel retro dello slip era stato appuntato un pezzo sottile di tulle, ornato da piccoli pois e cinto da un fioccho. Che, effettivamente, ricordava il velo nuziale

"Ti andrebbe di sollevarmelo e di rispettare la tradizione?" aveva sussurrato, girando di poco il viso per lanciargli un'occhiata allusiva da sopra la spalla. Il mannaro aveva lasciato cadere la bottiglia di birra a terra, prima di avvicinarsi e agguantarla dalle chiappe, la fretta di chi ha rimandato per troppo tempo qualcosa che desiderava fare da molto prima.
Come tradizione, quella fu una prima notte ricca di gemiti e miele, sotto una luna decisamente propizia ai nuovi sposi. Vecchi sposi. Insomma, avete capito. 



martedì 3 marzo 2015

Mi dispiace. Sono qui, adesso

Phoenix - Casa Saunders - Marzo 2017

Selene, Davon e Thomas stavano giocando agli Indiani ed avevano costruito una sorta di tepee in salotto, utilizzando scope e sfruttando divani e poltroncine come appoggi, sprecando persino gli ombretti di Kim per tingersi sul viso minacciosi segni di guerra quando il cellulare aveva suonato, distraendola dal rimprovero che era intenta a fare 

"...Inoltre,  spendere quindici dollari di ombretto per giocare alla guerra, Selene, ti costerà tre giorni di punizione!" 

Ripeteva, mentre si spostava verso la capanna improvvisata con in braccio Joel. Il piccolo, di due anni, era intento a mordicchiare con gusto un pupazzetto gommoso fissando con particolare attenzione l'espressione crucciata della madre. Aveva ereditato gli occhi verdi di Cassandra, e in famiglia tutti erano pazzi di quel cucciolo di lupo che cosi precocemente aveva mostrato le sue zanne al mondo. Certo quando si arrabbiava era facile si trasformasse in lupo, e la faccenda diventava problematica perchè rischiava di azzannare le chiappe di un fratello a caso, ma ormai avevano imparato a gestirlo. Kim aveva inclinto appena il viso, a poggiargli un bacio sulla guancia, rassicurandolo che le sue strilla non erano per lui, e ripensando tra sè e sè alla volta in cui Neal si era trasformato e l'aveva condotto per la prima volta nel bosco con lui. Era stato un momento toccante della vita del piccolo e in generale del mannaro che difficilmente avrebbe dimenticato l'emozione di scortare, tra gli odori e i rumori della foresta, il sangue del proprio sangue per iniziarlo a quella che era la loro vera natura. Preda di questi ricordi, e complice il fatto che Selene si era messa a strillare tutta la sua malavoglia verso la punizione, Kim non si era curata di rispondere al telefono. Qualche minuto dopo era stata l'aura a segnalarle qualcosa di diverso, di atipico. La strega si era girata, di scatto,verso la porta mentre Offa si protendeva esternamente oltre la loro proprietà. Un'aura molto potente si stava avvicinando alla loro casa, ed era di sicuro un elemento estraneo alla sua quotidianeità. Un'energia mai sentita prima, che qualificava l'ospite come qualcuno che non apparteneva alla Coven Navajo nè ai vecchi amici mantenuti nel tempo. E che un estraneo varcasse cosi serenamente il territorio dei Desert, un elementale d'acqua molto anziano per la precisione, non era davvero cosa comune. L'ansia stava cominciando a crescere, e appariva cosi turbata che persino i bambini si erano zittiti, sotto il segno brusco della sua mano. Era stato Joel, stranamente, a porre fine alle sue preoccupazione quando con tutto il candore del mondo aveva balbettato un allegro

"Dadà!" tirando su col nasino ingombro di moccico, la bocca ancora impegnata a distruggere il giocattolo. Riconosceva l'odore del padre, in avvicinamento, e se Neal era con il nuovo venuto non poteva trattarsi di nulla di veramente pericoloso. Sospirando, sollevata, Kim si era spostata verso l'ingresso, spalancando la porta e muovendo qualche passo lungo la veranda fino a fermarsi sulla soglia delle scalette che conducevano alla casa. La jeep si era parcheggiata li davanti poco dopo, e dal lato passeggero era disceso un uomo sulla quarantina. Alto, capelli biondi e occhi azzurri, la sua aura si era ingrossata dinnanzi agli occhi della strega. Acqua gelida, che con l'impetuosità di un torrente si estendeva attorno alla macchina. Un incantesimo di protezione schermava l'aura di Kim, finchè lei fosse rimasta dentro la casa, e dunque sapeva che l'altro non poteva avvertirla. Dal canto suo, Offa, si era estesa plasmandosi con prepotenza,pronta a non farsi sottomettere dal primo visitatore di passaggio. Lei aveva cercato con gli occhi il marito, che appariva abbastanza seccato e che aveva richiuso di botto lo sportello camminando lentamente, mentre l'altro uomo si era fermato di fronte all'auto. Kim si era mossa, lasciando scivolare la propria aura oltre il velo dell'incanto, e mostrandosi per ciò che era all'uomo che le stava di fronte. L'aura dello sconosciuto si era increspata, sollevandosi in spire di ghiaccio tutto intorno a lui, al palesarsi di Offa. Era impallidito, allungando una mano per appoggiarsi al cofano, e sgranando gli occhi sulla figura della ragazza. Occhi infinitamente simili a quelli di Kim


Stellan

Ancora non riusciva a capire bene come fosse riuscito a infilarsi in quella faccenda, e continuava  a maledirsi internamente mentre la Jeep sfrecciava tra la polvere rossa del deserto. Era accaduto tutto in maniera molto rapida, quasi surreale. La telefonata di Neal, ricevuta un paio di settimane prima, lo informava dell'esistenza di una figlia in America, e gli proponeva un incontro con lei. Stellan aveva rifiutato, diffidente, e chiesto un riscontro scientifico tramite la prova del DNA. Erano stati giorni difficili, dove l'ostinazione dei due uomini si era spesso scontrata, e nei quali avevano imparato a starsi sul culo a vicenda.  Larsson era uno degli uomini più ricchi e influenti di Svezia, e riteneva probabile che un perfetto sconosciuto volesse frodarlo. Solo non comprendeva come Neal potesse essere a conoscenza di Luminitza. Era stato questo particolare, lasciato cadere nel discorso al momento giusto dal mannaro, a convincerlo a non chiudere la vicenda definitivamente. Alla fine aveva acconsentito ad un incontro, non immaginando che dall'altra parte vi fosse un mannaro ben intenzionato a nuocergli se avesse anche solo indirettamente fatto soffrire Kim, e convinto che i propri poteri fossero sufficienti a sopraffarlo. La ragazza che era apparsa alla porta, mentre la macchina finiva la manovra di parcheggio,  era alta e snella. Indossava un paio di shorts estremamente corti, e una canotta dalla manica calata sulla spalla. Un nugolo di bambini era uscito dall'abitazione - tutto sommato molto più decorosa di come si aspettava avendo dato una prima occhiata a Neal -  cominciando a saltellarle intorno mentre lei rimaneva con lo sguardo fisso sulla vettura.  Un altro bambino era stretto tra le sue braccia, e il vento sollevava attorno a lei un alone dorato di polvere, facendone appena ondeggiare i capelli. Ecco, era stato questo primo dettaglio a catturare la sua attenzione. Luminitza avrebbe preferito perdere un braccio, piuttosto che accorciare la propria chioma. Il modo nitido in cui ricordava questo particolare, di lei, lo colpì allo stomaco con la violenza di un pugno. Era sceso dall'auto, mentre la bambina del gruppo superava tutti, precipitandosi verso Neal e gridando allegra di afferrarla al volo. Anche la ragazza si era spostata, e fu solo quando si fece più vicino e mostrò meglio il suo viso e l'aura che Stellan rischiò seriamente di morire d'infarto. Il tempo aveva cominciato a scorrere più lentamente, fino a fermarsi del tutto. I lineamenti di quel viso lui li portava scolpiti dentro, nella propria memoria, e dentro di sè dovette reprimere l'impulso di allungare una mano e di passare il pollice su quelle labbra deliziosamente carnose, cosi simili a quelle materne. Assomigliava moltissimo, alla madre, eccetto per quegli occhi e quell'aura che, probabilmente, aveva ereditato proprio da lui.

"Sei una strega" aveva sussurrato, il cuore gonfio di una commozione confusa, ancora restio a credere ai propri occhi più che al proprio istinto.
"Si...lo sei anche tu" aveva risposto lei, perplessa, aggrottando la fronte e gettando un'occhiata  a Neal, che si era irrigidito. Non pensava che l'uomo fosse dotato di un qualsiasi potere. Già apprendere che era benestante non gli aveva fatto piacere. Senza sapere perchè, dentro di sè sospettava che aiutare la moglie a ritrovare il padre non fosse poi una grande idea. Le scene commoventi che non lo ricordavano non gli erano mai piaciute troppo, e abbassandosi a raccogliere Selene tra le braccia aveva gettato un'occhiata di sufficienza all'uomo, chiosando col solito tatto

"A quanto pare questo è tuo padre" 

Erano le coronarie di Kim, adesso, ad essere messe alla prova. Entrambe le loro aure erano, al momento, in fibrillazione e continuavano a rincorrersi e a cercarsi, come vecchi amici che si fossero ritrovati dopo un tempo inenarrabilmente lungo. Amici, appunto. Per parlare del rapporto "padre-figlia" c'era ancora molto da lavorare.

- - -

Mio padre è qui. Tutti quegli anni passati a inghiottire la sua assenza, a bruciare lettere nei bidoni sperando che il fumo gli arrivasse, a guardarmi allo specchio chiedendomi quale parte di me fosse sua. Tutto quel tempo, adesso, si è stemperato nell'attimo in cui è sceso dalla macchina, e sono state fatte le presentazioni. Neal mi ha poi spiegato meglio la faccenda, non appena siamo rimasti sufficientemente soli per parlare. Ben gli ha detto di avermi visto smadonnare dietro al pc, mentre tentavo di dare un volto al nome che mia madre mi aveva passato in sogno. E lui si era deciso a porre fine alle mie pene, ingaggiando un investigatore privato. Con i dettagli che gli avevo fornito, era riuscito a risalire fino all'uomo che ora sedeva in una camera di Motel appena oltre il confine dei Desert. Ospitarlo in casa era impensabile, finchè non avessimo avuto la certezza che fosse davvero mio padre. Com'era prevedibile, Neal non aveva voluto offrire un campione di capelli perchè si procedesse con il test del DNA, temendo che venisse a conoscenza dei miei poteri o di qualcosa di atipico in me. Non aspettandosi, certo, che fosse uno stregone. Cazzo, mio padre è uno stregone. Mio padre è un medico brillante, ed è uno stregone potente. Non riesco ancora a crederci. Sono talmente tanto confusa e incerta che mi ci vorrà un pò ad abituarmi all'idea, e cominciare davvero ad essere felice. Anche perchè non so davvero niente, di lui. Non posso amarlo a prescindere, solo perchè mi ha generato. Credo. Non lo so. So che di tutti i regali che mi ha fatto Neal questo è sicuramente il più problematico. E forse uno di quelli che ho desiderato di più. Spero che il rituale di domani riesca a schiarire le idee ad entrambi 

- - -

L'esame del DNA è superfluo quando si è in grado di dare una sbirciata al passato altrui semplicemente toccandosi. Era l'alba, l'orario più propizio per compiere un simile rituale, ed i tre si trovavano in un punto pacato e tranquillo di bosco. La presenza di Neal non era realmente necessaria, ma era stato chiaro a tutti che non avrebbe lasciato la moglie sola con quel tipo per nessuna ragione al mondo, dunque al momento se ne stava a braccia conserte a distanza. osservando i piccoli fuochi dei tre bracieri disposti a triangolo innanzi a lui, e il fumo denso che andava a sporcare il cielo via via più chiaro col passare delle ore. Respirava, per niente infastidito, l'odore aromatico delle piante che stavano bruciando e che Kim  gli aveva indicato come erbe del ricordo, sotto lo sguardo sconvolto del padre di lei che non comprendeva la ragione di spiegare a un "comune mortale" le loro procedure, i loro segreti. Mentre Stellan, a torso nudo, finiva di chiudere il perimetro del cerchio di sale intorno a loro e si disponeva seduto a terra, di fronte a sua moglie, l'entusiasmo di Neal in una scala da uno a cento rasentava, paurosamente, il meno duecento. Kim non era svestita, ma aveva indossato un top sufficientemente scollato da consentirle di tracciare sulla pelle chiara gli stessi segni, ma disegnati al contrario, che lo stregone portava dipinti sul petto. Insieme, avevano recitato parole ben precise, e poi avevano allungato l'uno il braccio destro, e l'altra il sinistro afferrandosi con i palmi l'avambraccio. La trance era cominciata quasi subito, e vedere lei reclinare la testa indietro e spalancare le palpebre su una sclera bianchissima aveva strappato, alla gola del lupo, un ringhiare minaccioso. Ma nessuno dei due poteva sentirlo, intenti a esaminarsi reciprocamente il passato, le vite, i sentimenti. Rispetto ad una semplice premonizione quel rituale aveva la specialità di far rivivere, in prima persona, momenti e situazioni. Di li a poco, le bocche di entrambi avevano cominciato a sciorinare frasi, parole, gemiti. Lei era diventata lui, e lui si era trasformato in lei.

Nella mente di Kim era apparsa l'immagine nitida di Lumintza sotto la pioggia. Sentiva il calore della mano di lei, mentre scrutava la linea della vita impressa sul palmo di Stellan, mentre i suoi sorrisi diventavano, giorno dopo giorno, più caldi e morbidi, facendole battere il cuore a velocità inaudita. Di li a poco le sue labbra sentivano nettamente il sapore del primo bacio, la dolcezza del suo respiro addosso, la malinconia che gli occhi di lei scioglievano tra le braccia di Stellan. C'erano i loro corpi insieme, la fame di divorarsi e di cercarsi, di inseguirsi. Kim era arrabbiata, ora, mentre parlava una lingua che non sapeva di conoscere. Insultava i suoi genitori, rifiutava di tornare, abiurava il proprio credo e la propria nazione. La rabbia aveva lasciato, però, presto il passo alla tristezza quando Luminitza si era congedata, e per sempre. Un vuoto e una disperazione, un senso perenne di incompletezza, che Kim sentiva costante nonostante le immagini nella sua mente continuavano a sfrecciare, mostrandole mesi, giorni, anni. La laurea, le specializzazioni, i successi. Era la zona pulita, del suo passato, ma lei sapeva che c'era qualcosa che la mente di lui le stava nascondendo. Una zona buia, che finalmente aveva trovato, e che con incredibile determinazione era riuscita a scardinare. Correva nei suoi ricordi con fretta e ingordigia, mentre quella sensazione di vuoto le rimaneva addosso. Persino quando altre donne si erano affacciate sul corpo di Stellan, e lui si era soddisfatto con loro, assaggiandone consistenze e dividendo quando successi e quando un paio di lenzuola, quel sentimento non era mai cessato. E poi c'era la magia. Devastante, intensa, sanguinaria. Facce di altri stregoni e streghe, compagni della Coven di suo padre, un'associazione molto potente formata da menti illustri e talenti sorprendenti. Sotto le ciglia scure di Kim erano passati omicidi, rapimenti, torture, conquiste. Orgasmi, arrabbiature, disperazione, freddezza. Non era un uomo da smancerie, non era un uomo da carità. non era un uomo da bontà sconfinata. Era colto, era ambizioso, e tutelava la propria famiglia. Aveva visto altri due figli, nei suoi ricordi, ma neppure una traccia di esperienze legati ad essi. Semplici facce, in uno schedario aperto su una scrivania. Quando il viaggio era finito, e lei aveva riaperto gli occhi, boccheggiando perchè i polmoni chiedevano disperatamente aria come dopo una folle corsa,  aveva la certezza di essere sua figlia, ma non sapeva ancora cosa questo significasse per lui.

Nella mente di Stellan, invece, era scivolato un passato dai contorni un pò meno felici. La morte di Luminitza era stata scandita dal panico, nel cuore della bambina, ed anche lui si era messo a piangere ed a gridare. L'adolescenza passata tra le strade, il sapore intenso della libertà, le coccole e l'amore di Baba. Gli interrogativi su chi fosse suo padre, la sensazione di abbandono di cui a tratti lei era preda. Tanti uomini, scelti senza nessun criterio, per passare il tempo più che per reale interesse. Aveva assaporato il dolore di lei, con la perdita della nonna  e la cacciata dal gruppo. Le frustate di Gaspar avevano lacerato anche la sua, di pelle, assieme all'umiliazione della sconfitta, al peso della solitudine. Una solitudine che sentiva cosi simile alla sua, e che aveva portato Kim a viaggiare, a riempirsi dei rumori dati dai propri monili, delle chiacchiere scambiate con chicchessia. Una solitudine che, tuttavia, si era disciolta con l'avvento nella sua vita di Neal. Si era lasciato travolgere dalla forza prepotente di quell'amore che era sbocciato poco a poco, con tempi più lenti rispetto al nascere del desiderio l'uno dell'altra. I volti di  Santiago e degli altri membri della Coven si erano avvicendati, assieme alle battaglie condotte dalla figlia. Stellan aveva vissuto lo strazio del tradimento, e il piacere della riconciliazione, la dolcezza della vita coniugale, la gioia prepotente con cui erano stati accolti i figli, le belle notizie. Felice, il suo cuore era felice, traboccava gioia quando lui si era risvegliato trattenendo con sè l'ultima e più recente emozione della figlia. Ansante, aveva abbassato gli occhi su di lei, spalancando le braccia come per invitarla a stringerlo.  E lei aveva obbedito, incerta come lo si è di fronte alle cose a cui non si è abituati, finendo col commuoversi controvoglia. Stellan aveva socchiuso le palpebre, carezzandole i capelli, e non riuscendo a trovare altre parole che non fossero, un tremante

"Mi dispiace. Mi dispiace. Sono qui, adesso"

Neal osservava, da lontano, sentendosi sempre più escluso e messo da parte e avvertendo che qualcosa, dentro di lui, stava morendo lentamente. Era rimasto zitto, pensieroso, lo sguardo fisso e la mascella contratta reprimendo l'istinto di sollevare il muso alla luna e uggiolare il proprio malcontento.


Phoenix - Casa Saunders - Aprile 2017


Kim aveva lasciato i bambini con Dakota, quel pomeriggio, prendendosi un paio d'ore per una delle passeggiate che era ormai solita fare col padre. Non andavano in nessun posto in particolare, sceglievano una strada e proseguivano finchè le gambe non facevano loro male, parlando e scoprendosi a vicenda senza sentirsi oppressi dalla presenza di mura intorno a loro. Entrambi amavano gli spazi sconfinati, la sensazione di libertà e di piacere che una passeggiata nel nulla del deserto ti può offrire. Non era l'unica cosa che avevano in comune, e a poco a poco la timidezza data dal trovarsi catapultati in quella strana situazione si era via via attutita. Suo padre le piaceva, immensamente, e poteva insegnarle nuove cose. L'affetto stava sbocciando, a poco a poco, e questo bastava a renderla allegra e felice. Canticchiava, mentre girava le chiavi nella porta di casa, e il sorriso si era ampliato nell'entrare in soggiorno e vedere Neal seduto sul divano

"Ehi, sei tornato presto. Com'è andat.."
"Stai diventando una madre del cazzo, Kim"

Si era bloccata, inarcando un sopracciglio e osservandolo meglio. Era immobile, le mani intrecciate, gli occhi fissi su di lei carichi di astio e rancore. Non stava scherzando, e lei si era guardata intorno un paio di volte

"Che cosa significa? E dov'è Dakota?"
"L'ho mandata a casa. Significa quel che ho detto. Passi tutto il tuo fottuto tempo fuori, e stai trascurando i nostri figli"

Si era alzato in piedi, e lo stupore di lei si era trasformato in una stizza cocente

"Non sto andando a cogliere margherite, Neal. Sto vedendo mio padre. Penso di avere il diritto di recuperare il tempo perduto, considerato che non sto fuori tutto il santo giorno come tu dici"
"Non me ne fotte un cazzo, di cosa hai diritto. Non ha senso lasciare i tuoi figli per giocare a fare la figlia. Sei una madre, ora, te lo ricordi? Tocca a te fare il genitore"

Si erano ritrovati a urlare, uno contro l'altra, e sebbene Kim si sentisse ferita per quell'osservazione in cuor suo sapeva che non era vero, che non stava trascurando la propria famiglia. Da tempo aveva notato che Neal cambiava, quando Stellan era vicino, divenendo irascibile e scontroso, bistrattandola come un nonnulla. Non riusciva a capire il perchè, e sapeva che parlarne direttamente con lui si sarebbe rivelato improduttivo considerato quanto fosse bravo a chiudersi a riccio in certe faccende. Stavolta, però, aveva superato il limite

"Si può sapere quale cazzo è il problema? Non sto lasciando nessuno, non lascerò nessuno. Voglio solo recuperare il rapporto con mio padre. PERCHE TI DA COSI FASTIDIO, CHE IO ADESSO SIA FELICE?"

La rabbia di Neal era evidente, cosi come evidente era il bianco delle nocche che stringeva con forza

"SE NON ERI FELICE IN QUESTA CASA, DONNA, POTEVI ANCHE DIRLO. VATTENE NELLA TUA FOTTUTA SVEZIA, NON SENTIREMO LA MANCANZA DI QUALCUNO CHE NON SA PIU' QUALE CAZZO SIA IL SUO RUOLO" aveva ringhiato, superandola per uscire di casa e sbattendo con una tale violenza la porta da scardinarla. Kim si sentiva svuotata, del tutto.


- - -

In casa c'era un silenzio assordante. Non si parlavano, da un paio di giorni, e Neal praticamente appariva e spariva magicamente all'orario dei pasti (e neppure a tutti) o per stare coi bambini, allontanandosi da lei non appena possibile. Non dormiva neppure nel loro letto, mettendosi nella stanza dei bambini, e a Kim sembrava di essere stata punita per qualcosa che non aveva neppure fatto. Pallida, al momento se ne stava accoccolata vicino al letto di Thomas. Nel pomeriggio il bambino si era sentito poco bene, e a desso che era sera vantava una febbre da cavallo particolarmente alta. Neal era rientrato silenziosamente, captando stralci di discorsi che venivano condotti al piano di sopra, ed evitando il cucina dove Stellan stava lavorando al computer. 

"Zia?"
"Si?"
"Tu e lo zio vi state lasciando?"
"...No, amore, cosa te lo fa pensare?"
"Zio viene sempre a dormire con noi, e a scuola un mio compagno che ha i genitori divorziati ha detto che anche loro hanno cominciato cosi"
"Tanto per cominciare noi non possiamo divorziare. Non siamo sposati civilmente. In secondo luogo, sei un pò troppo piccolo per preoccuparti di queste cose. E, in terzo luogo..."
"...cosa?"
"...Mh, non so se posso dirtelo"
" Dai zia, non lo dico a nessuno"
"Ok. Vedi, io e lo zio in realtà siamo creature speciali"
"Lo so che tu sei una strega, e lui un mannaro"
"No, no. Non parlo di questo. Io e lui siamo...anime gemelle"

Lei aveva usato il tono delle grandi rivelazioni, e il bambino aveva sospirato

"E cosa significa?"
"Significa che un tempo, prima di nascere, eravamo parte della stessa cosa. Che siamo due corpi, ma un'anima sola. Anche se volessimo, non potremmo mai lasciarci, lo capisci?"
"Si"
"Bene. Quando sarai grande capirai che i grandi litigano perchè cosi poi possono fare pace"
"Con i baci?"
"Si, anche con quelli. Ora mettiti a dormire, tra poco salgo a portarti una tazza di infuso"

C'era stato lo schiocco di un bacio, e Neal si era spostato in modo tale da non essere visto, il cuore gonfio di tenerezza e confusione, addolorato all'idea di sentirla cosi addolorata. Kim era scesa in cucina, il rumore della teiera riempita e messa sul fuoco aveva lasciato spazio alla voce del padre di lei

"Stasera non hai toccato cibo"
"Non ho troppa fame, in effetti"
"E' per colpa di Neal?"
"No"
"Kim, non so perchè tuo marito si rifiuti di parlarti, ma non sono stupido e lo vedo. Non negare l'evidenza con me"
"Non sto negando, non mangio perchè non ho fame. I nostri problemi non c'entrano"
"Posso essere sincero?"
"Se è di nuovo la tua opinione su di lui, sappi che... "

Neal aveva drizzato le orecchie, attento al discorso.

"Penso che tu meriti molto di più di un tipo rozzo, senza la minima attitudine alla magia, e che ti fa stare in questo modo per un motivo che conosce solo lui!!!"
"Papà. Basta."
"Ma insomma, guardati. Sei ridotta uno straccio! E vivi confinata in un deserto, con un borioso e arrogante marito che si rifiuta di guardarti negli occhi quando gli porgi il caffè la mattina"
"Papà...basta."
"Kim, io vorrei che tu riflettessi sulla mia proposta. Vieni con me in Svezia, porta i bambini con te se ti va. Ma ti prego non dirmi che..."

Neal stava per uscire dal suo nascondiglio, preda della rabbia e della sensazione di smarrimento che l'idea di una Kim lontana chilometri gli stava facendo provare, quando un rumore assordante lo aveva bloccato. C'era stata l'esplosione, in contemporanea, di tutte le stoviglie e i vetri della cucina. Qualcosa di terribile e di  inconsueto insieme, che aveva scatenato un coro di pianti ai piani superiori dove i bambini stavano dormendo

"BASTA, HO DETTO!!! Non intendo tollerare un'altra parola contro di lui" stava gridando, le sentiva un lieve ansimare nella voce che testimoniava quanto fosse agitata "Questo marito me lo sono scelta io, questa vita è la MIA e sto bene esattamente dove mi sono voluta mettere. Se quello che mi rende felice, quello che mi piace, quello che amo non ti sta bene allora VATTENE"
"Kim, io..."
"No, ora stai zitto! Non lo conosci, non sai niente di lui. Ti rifiuti di capirlo, almeno quanto lui si rifiuta di capire te" aveva fatto una breve pausa, per riprendere fiato "Io...non lo so, che cos'ha, che cosa gli ho fatto. Ma non me ne andrò mai da casa mia, mai da lui. Discorso chiuso. Adesso scusami, i bambini piangono"

Piangeva anche lei. La figura snella di Kim era risalita velocemente ai piani superiori, per mettere a tacere tutti gli strilli, passando rapida le mani all'altezza degli occhi, cancellando via le tracce di lacrime di amarezza che si erano, prepotentemente, affacciate sul suo viso.

- - -

 Era stato lui a svegliarla. Il rumore del materasso che scricchiolava, sotto il peso di Neal, l'aveva risvegliata da un sonno agitato e per nulla ristoratore. Il mannaro non si era limitato, tuttavia, a sistemarsi dal suo lato allungando una mano a raccoglierla dalla vita, e tirandosela vicino. Con sollievo, Kim aveva ripreso confidenza con l'odore del suo corpo, il sapore della sua pelle. Invece di respingerlo, aveva schiuso le braccia ad accoglierlo, stringendosi il più possibile a lui. Erano stati zitti per un pò, godendo di nuovo della reciproca compagnia, finchè non era stata Kim a parlare

"Penso di aver capito, qual è il problema. Neal tu...tu sei tu, rimarrai tu per sempre. Nessuno prenderà mai il tuo posto nè riuscirà a farmi sentire quello che tu riesci a darmi " la voce, inizialmente incerta, si era fatta più sicura nel continuare il proprio pensiero "Ho vissuto tutto questo tempo senza di lui, e ho vissuto bene. Se proprio non riesci ad accettarlo, allora gli dirò di non tornare"

Le mani di Neal avevano cercato il suo viso, per guardarla negli occhi. Era seria. Aveva sospirato, poggiando la fronte contro la sua

"No, non voglio che lo mandi via. Anche se è un razzista, snob, aristocratico, saputello del cazzo. Ma non voglio neppure..."
"Cosa...cosa c'è?"
"Tu sei venuta qui dai miei, quando te l'ho chiesto io. Se tu mi chiedessi di andare li, io non ti potrei dire di no. Ma non sarei felice"
"Ma io non voglio andare li"
"Lui ti ha chiesto di andare, però."

Lei era rimasta zitta, mentre i pezzi del puzzle cominciavano a ricomporsi. Probabilmente Neal aveva sentito un discorso fatto in veranda, tempo prima. Senza il probabilmente, in effetti era da allora che si era dimostrato via via più scontroso

"Si"
"Sei...l'unica figlia con dei poteri magici. A differenza degli altri, ti vuole riconoscere. E vuole che prendi il suo posto, nella Coven di Stoccolma."
"Si"
"Erediterai una fortuna"
"..Neal, continuo a non capire quale cazzo sia il punto"
"Il punto è che è un'offerta favolosa per te. Cazzo...potresti diventare una specie di..capo branco. Quando sono diventato Alpha io tu eri felice, per me. Io adesso non riesco ad essere felice, per te."
"Ma io non voglio diventare Alpha di niente. Non voglio andare in Svezia"

Si era agitata, finendo col montargli sopra, risoluta

"Sta a sentire, lupastro del cazzo. Io sono felice qui, con te, anche se rompi le palle con problemi che non ci sono. Non intendo andare via da qui, perchè mi trovo bene nel branco e nella Coven Navajo. Mio padre dovrà farsene una ragione" 

Era scivolata su di lui, toccandogli le labbra con le proprie, e proseguendo

"La mia casa sei tu, lo sai già. Se non fossi contenta, te lo direi. Quanto alla Svezia...se un giorno avrai voglia di risalire su un aereo ci andremo insieme, in vacanza. Insieme, capito? Non starei comunque bene, in un posto dove tu non sei felice. E  non riuscirei ad essere felice, in un posto dove non ci sei tu. Dunque, adesso levati i boxer e dimentichiamoci questi due giorni di scazzo. Ci sono dei bambini che si aspettano si faccia pace con i baci"

E lui l'aveva baciata, ubbidiente e sollevato, appagato e felice, scacciando via definitivamente i suoi dubbi dalla testa, e le mutande di lei dal letto. 


giovedì 22 gennaio 2015

Vento che soffia da Ovest a Est




Nessun dolore, fino a quel momento, gli era mai sembrato cosi grande. La sensazione terribile di perderla, in maniera irreversibile, si irradiava dal petto in ondate sempre più rapide, seguendo il ritmo di un respiro accelerato e affranto. Per il momento, non poteva fare altro che tenerla tra le braccia, non riusciva a fare altro che stringerla. Come se rinsaldare la presa su quel corpo martoriato servisse a tenerla li, con lui. Se Neal avesse saputo come fare si sarebbe legato l'anima di Kim addosso. Un pò come si fa con i palloncini, quando si annodano i fili ai polsi dei bambini, affinchè possano fluttuare liberi nel cielo senza, però, disperdersi in esso.

- - -


"E' delizioso" 

Si era ritrovata a pensarlo quasi d'un tratto, senza neppure sapere come. Pensava, e già questo era un ottimo segno. Se  fosse davvero morta non avrebbe pensato, giusto? In realtà non ne era molto certa, come non era certa che quello che stava ascoltando fosse davvero il rumore dell'acqua. Acqua in una caverna, il tintinnare lieve delle gocce che, attraversando la superficie ruvida e salina delle stalattiti, precipitavano in punta verso una pozza buia e scura. Era un suono talmente confortante, e rilassante, che Kim non poteva fare a meno di pensare nuovamente che fosse 

"Delizioso. La cosa più deliziosa del mondo"

Dov'era, però, quella grotta? L'acqua, la stalattite...dove si trovavano? Intorno a lei c'era un buio talmente fitto che era impossibile distinguere cosa vi fosse a meno di un palmo dal suo naso. Eppure, stranamente, non sentiva nessun tipo di paura. Erano le tenebre più rassicuranti in cui si fosse mai addentrata. E, una volta tanto, non voleva uscirne.

- - -

Le ferite del corpo stavano guarendo. L'ingresso nell' Hoogan era proibito ai più, e persino i familiari di di Neal dovevano chiedere permesso, prima di entrare a visitarla. Il mannaro non era in condizione d'animo di sopportare persone, domande, parole di conforto che non placavano quella rabbia sorda e quel senso di impotenza che gli faceva compagnia dal giorno dello scontro. Odiava tutti, ciascuno per un motivo diverso e - nei suoi pensieri - validissimo. Odiava suo padre, per averlo trascinato in quella faccenda, odiava sua madre per non essere stata li al momento giusto. Odiava i fratelli, per aver organizzato la missione, e gli indiani della tribù per non aver combattuto abbastanza. E odiava sua moglie, per non essere rimasta al sicuro dentro la casa, per aver voluto combattere. Era un odio egoistico, che si mescolava all'ammirazione verso quella cosetta cosi piccola e fragile. Sapeva che aveva agito da madre, e da membro della comunità. Lui, però, agiva da marito. Aria era una delle poche persone autorizzate a starle vicino, bambini a parte. Si era presentata quasi subito, non esitando a somministrarle il suo sangue, rivelandosi disponibile a qualsiasi cosa Neal avesse in mente, persino accudire i bambini. Già...i bambini. Aveva aspettato che Kim fosse un pò più presentabile, preoccupandosi lui stesso di fare cose come lavarle di dosso il sangue, o pettinarle i capelli, prima di portare i cuccioli nel letto a trovarla. Entrambi sentivano enormemente la mancanza della madre, e non riuscivano ad accettare del tutto che "dormisse". Specie Davon, si era impegnato più volte a farle carezze e a darle bacini, chiamandola ripetutamente. Ma lei immobile era, ed immobile era rimasta. Queste scene, per il mannaro, erano due volte più penose perchè accusava il proprio dolore e quello dei figli. Tuttavia pensava fosse importante che capissero che non era morta, che stava solo riposando. E in cuor suo credeva che lei potesse sentirli, un pò com'era stato per Moonie durante il coma. Quando Nastas o Aria non c'erano, nei paraggi, lui poggiava il viso sul cuscino e la fissava intensamente, non osando neppure toccarla. Gli sembrava bella anche in quel momento, persino adesso che era in bilico tra la vita e la morte, in un posto in cui lui non poteva raggiungerla. Una bellezza struggente e dolorosa, malinconica, ora che il bagliore degli occhi, il rossore delle guance e il sorriso ampio non si affacciavano più su quel viso. Ogni tanto, allungava la lingua a leccarle la spalla, in un gesto animale di conforto che si trasformava il più delle volte in un lugubre uggiolato per concludersi, singhiozzante, in un sospiro

- - -

Aveva trovato l'acqua, e l'aveva usata per lavarsi il viso. La goccia era diventata cascata, e la cascata mare. Kim rideva, avvolta dalle bolle bianche di un'oceano blu. Non sentiva freddo o caldo, non avvertiva neppure il bruciore tipico causato dalla mancanza d'aria nei polmoni. Era semplicemente parte del proprio elemento e si sentiva leggera, priva di pesi che legassero il proprio corpo ad una dimensione piuttosto che a un'altra. Apprezzava una libertà mai sperimentata prima, qualcosa in grado di renderla euforica quanto una colossale ubriacatura, pur senza avere gli svantaggi della sbornia. In un certo senso, era come se i contorni del suo corpo non esistessero più. Lei respirava acqua, lei era acqua. Aveva dato un colpo di piedi, felice, risalendo verso l'alto a rincorrere l'ossigeno che le scivolava via dalla bocca, ordinato, in colonne di perle d'argento. La luce del cielo diveniva sempre più chiara, e luminosa, intensa al punto da ferire gli occhi. Nell'attimo in cui il bagliore era divenuto d'un bianco accecante aveva chiuso gli occhi, continuando a sorridere. 



- - - 

Superficialmente, stava meglio. Le varie lacerazioni si erano rimarginate, i gonfiori delle percosse attenuati, i lividi da viola erano scoloriti in un pallido giallo. Ma, ancora, non si svegliava. Le pozioni di Nastas, il sangue di Aria, sembravano non essere uno stimolo sufficiente a strapparla dal sonno. Neal si era rifiutato, categoricamente, di mandarla in un' ospedale anche quando si era bisbigliata al suo orecchio la possibilità che una perdita di sangue all'altezza del cervello avesse compromesso funzioni vitali non monitorabili da una semplice occhiata. Non poteva, essere cosi, non doveva essere cosi. Dunque si affidava a quanto assicuratogli da Nastas. L'arcistregone era convinto che il corpo di Kim stesse completamente guarendo, probabilmente era l'anima di lei ad aver bisogno di riposo. Per un lupo, l'idea che la propria compagna volesse prendersi una "pausa" da lui e dalla loro famiglia era inconcepibile. Doveva esserci qualcos'altro dietro, ne era sicuro. Ma col passare dei giorni, la sua mancanza si era fatta accesa. Alla preoccupazione sulla sua salute si era mescolata la stizza, perchè lei continuava a rimanere muta, immobile. Aveva bisogno di distrarsi, di pensare ad altro. E c'erano affari urgenti, che l'avrebbero aiutato in questo.
Da tempo era stato scoperto chi aveva cospirato contro il branco, e una decina di mannari sopravvissuti alla mattanza attendevano nelle prigioni di Las Nubes di sapere cosa ne sarebbe stato di loro. Nel pomeriggio Neal aveva lasciato la stanza della moglie per dirigersi all'Arena. I due traditori, due membri del branco da sempre in polemica con la famiglia Saunders, erano stati incatenati a due pali. Il branco e la tribù erano riuniti, a formare un circolo, e indossavano i paramenti delle cerimonie solenni. Il sole stava tramontando in quella che sembrava una pozza di sangue, quasi fosse lui stesso intimorito dalla scena che stava per consumarsi sotto quei cieli. Lateralmente, il gruppetto di prigionieri era stato fatto sedere in terra, sorvegliato a vista da cinque mannari ben poco raccomandabili. Alla vista di Neal, i due Desert legati ai pali avevano cominciato a sciorinare una serie di spiegazioni, richieste di perdono, suppliche. Lamenti che si erano dissolti in gemiti, e nel raccapricciante rumore della carne che si lacera, quando il lupo aveva trasformato le proprie mani in artigli, conficcando le dita nei loro sterni per strappare, ad entrambi, il cuore. Le braccia avevano guizzato, possenti, e nel momento dello strappo il viso non tradiva il benchè minimo scrupolo. Gli occhi, accesi di una sfumatura dorata, erano rimasti impassibili per qualche istante a  guardare i due muscoli palpitare, ancora per qualche secondo, nei propri palmi mentre fiotti di sangue scuro scivolavano via dalle ferite, insozzando il pavimento. Se ne era sbarazzato poco dopo, consegnandoli a due Negromanti li accanto. Urla di guerra avevano fatto da preludio all'intensa serata di riti, per maledire le loro anime, che avrebbe accompagnato l'attività della congrega. Poi Neal aveva liberato i corpi dai pali, e assicurato le loro caviglie a due cavalli pezzati, condotti li da Lapu. Si era girato verso il proprio branco, la voce limpida  e feroce nel silenzio surreale che si era creato

"Chi vive nel disonore, non merita una morte onorevole. Niente sepoltura, nè luogo in terra per conoscere la pace. Cosi è stabilito, e cosi verrà fatto"

Aveva poi dato due pacche sulla schiena ai cavalli che, spaventati, erano corsi via trascinandosi i corpi. Ci avrebbe pensato il deserto, le rocce dell'Arizona, gli animali ed il tempo a consumarne i corpi. Si era dunque girato verso il gruppo di prigionieri, qualcuno di loro tremava, altri avevano cominciato a piangere. I cinque mannari si erano mossi, prendendoli a pedate quanto bastava per costringerli ad alzarsi. Neal aveva steso il braccio, puntando l'indice verso l'orizzonte

"Se riuscite a superare la roccia a forma di mano, allora siete liberi"

Sbigottiti, gli uomini e le donne si erano guardati tra di loro, confusi prima di adocchiare il punto da lui indicato. Poi avevano cominciato a correre, alcuni di loro in forma umana, altri evocando frettolosamente la loro natura. Neal se l'era presa con calma, concedendo loro il vantaggio che un predatore esperto vuol dare alla preda, per far durare più a lungo la caccia e godere a fondo della paura dell'avversario, prima di trasformarsi a sua volta.

Il mattino dopo i dieci corpi privi di vita, orribilmente mutilati, vennero impalati ai confini del territorio, come monito agli altri branchi, lezione di vita per le generazioni future, cibo per i rapaci della zona. 



- - - 

Aveva riaperto gli occhi risvegliandosi in un luogo privo di confini, di orizzonti, di riferimenti. Era un punto di colore in un universo di bianco, e seppure non vi fosse niente da guardare sentì che le pupille si riempivano di bellezza, e perfezione. Fluttuava, una brezza leggera a carezzarle la pelle, sussurri e bisbigli di vento tra i rami come sottofondo di quel breve momento. Finchè non aveva girato la testa, e nello sguardo non era inciampata la figura di un'altra donna. Capelli scuri, lunghissimi, e occhi neri come carbone. Più bassa di lei, ma dalle forme armoniose, esaltate dalla carnagione olivastra. Aveva gli zigomi alti, e le labbra carnose, ed era teneramente familiare. Kim si schiarì la bocca, in un tossire lieve, prima di lasciare che il battito del suo cuore si azzardasse a formulare la domanda che le era balzata in mente:

"Mamma?"
"Si"

- - -

Era sporco di sangue dalla testa ai piedi quando si era sdraiato nel letto dove Kim continuava a dormire. La caccia lo aveva fatto sfogare, ma non era stata in grado di riempire il vuoto che la sua assenza gli scavava dentro. La mano sinistra aveva cominciato a carezzarle il viso, con delicatezza, incurante di macchiarle di sangue le labbra  mentre vi passava sopra il pollice

"C'è il sangue dei tuoi nemici, qui. Lo senti, bambolina? Ho ucciso per te, e punito chi ti ha fatto del male. So che avresti apprezzato, apprezzavi sempre questo genere di cose."

Aveva sospirato, sfinito, poggiando la fronte contro la sua tempia e dandole una breve lappata. Ad occhi chiusi, senza rendersene conto, cominciò a parlare

"Torna da me, e avrai tutto ciò che il tuo sciocco cuore desidera. Ogni orribile vestito scosciato, ogni vacanza strampalata. Tutti gli inutili accessori da cucina, e gli anelli, e le collane. Torna...e ti darò più tempo e attenzione di quanto non abbia mai fatto. Andremo di nuovo a caccia insieme, e vedremo quelle serie televisive del cazzo. Torneremo in quel puzzolente negozio di frocetti, e potrai dipingere di rosa anche il cesso. Ti compro un'intera distilleria, e ti ci faccio fare il bagno. Kim...Non...farmi fare la figura del gay, ti prego. Non puoi aver dimenticato tutta la nostra vita, e la felicità che respiravi. Non puoi non voler vedere i tuoi figli crescere, e smettere di dividere le tue notti con me. Mi appartieni, siamo una cosa sola. Se muori tu, io muoio con te. Avevi già tutto, avevi ogni cosa. Ma, se torni, ti darò di più. Kim..."

- - -

Aveva passeggiato a lungo con la madre, mano nella mano. Luminitza era più giovane di lei, ma la cosa non pareva turbarla visto che si sentiva comunque una bambina, ed era felice di aver ritrovato il suo ricordo. Era stata la nonna materna  a cancellare dalla sua mente quell' orribile notte. Ma gli incantesimi sulla memoria non sono tanto precisi e infallibili, e presentano ampi margini di incertezze. Baba aveva sradicato anche tutti i ricordi che legavano Kim alla madre, facendole dimenticare le fattezze del volto, il suono della sua voce, il profumo della sua pelle. Il tempo aveva fatto il resto, accumulando nella sua testa altre emozioni, altri suoni, altri odori e togliendo spazio a quel briciolo che rimaneva. Erano rimaste insieme, senza dirsi niente a parole, lasciando che fosse il loro abbraccio o il loro sguardo a parlare a parlare. Dal nulla, un letto aveva fatto la sua comparsa. Lumi aveva raccolto tra le braccia una Kim sempre più piccola, mettendola tra le lenzuola colorato e rimboccandole le coperte al mento

"Vuoi restare con me, per sempre?"

La bambina ci aveva pensato su, socchiudendo gli occhioni per qualche minuto, prima di rispondere

"Sono madre anche io, ora. Vorrei tornare dai miei figli, e da mio marito"

Lumi aveva sorriso, e annuito, chinandosi a poggiarle un bacio sulla fronte proprio mentre Kim le sussurrava

"Mamma, chi è mio padre?"
"Il suo nome è Stellan Larsenn. Cercalo, Kim. Lui non sa che tu esisti"

Poi c'era stato il bacio, il più tiepido e dolce che lei avesse mai ricevuto. Una lacrima era scappata via, dalle proprie ciglia, e si era fermata addosso alla guancia di Neal che le dormiva sul petto. Aveva un terribile sapore metallico, in bocca, e duecento chili di marito a gravarle addosso

"Mhhh.."

Le prime parole, dopo tantissimo tempo, suonavano strane alle sue orecchie ed erano come l'acqua nel deserto, per il mannaro. Nel sonno, aveva mosso appena le orecchie, svegliandosi del tutto qualche secondo dopo e drizzando la testa di scatto. Una scarica di adrenalina gli era risalita lungo la spina dorsale, quando invece che le solite palpebre abbassate si era specchiato negli occhi azzurri della moglie.

"Kim!"
"..Te...quila..." 

L'aveva scandito con semplicità disarmante, indicandosi la bocca, mentre una smorfia schifata le si dipingeva sul viso. A Neal si erano annacquati gli occhi mentre la prima grossa, liberatoria, risata dopo settimane di malinconia si faceva largo nei suoi polmoni. Rideva, mentre il suo corpo dava il benvenuto al sollievo, e la sua bocca si chinava a sfiorarle le guance, le tempie, la fronte. Le lacrime gocciolavano addosso a Kim, che sorrideva ancora assonnata. In preda a quelle feste, aveva sollevato le mani a carezzargli le braccia, umettandosi le labbra per gracchiare, ancora, profondamente rilassata

"Ti..amo.."

Phoenix - 14 Giugno 2015

Si era ripresa, definitivamente, ma un pò come durante i primi mesi della gravidanza non riusciva a scrollarsi Neal di dosso. Le stava attaccato, concentrato su di lei in maniera a tratti morbosa e ossessiva. La strega non ricordava una premura simile, se non nei primi mesi della gravidanza dei bambini. Eppure, anche in quel frangente, lui era comunque meno ossessivo. In tutta franchezza, avere un marito che ti vizia tutto il giorno, tutti i giorni, è piacevole. Avere un marito mannaro che ringhia a chiunque, secondo il SUO metro di giudizio, ti causi dello stress...è un pò meno piacevole. Era dunque con incredibile scazzo e rassegnazione che, all'alba di un giorno qualsiasi, lei aveva poggiato le chiappe sull'auto. Assonnata, un caffè bollente in mano, non aveva ottenuto dal marito che qualche grugnito alla propria richiesta di spiegazioni. Sospirando, aveva poggiato il caffè nel cruscotto, e si era risistemate meglio nel sedile, socchiudendo le palpebre solo per "riposare gli occhi".
Un paio d'ore dopo, quando le aveva riaperte, si trovava all'aeroporto di Tucson. Un Neal tesissimo stava scaricando due grosse valigie, e lei era scivolata giù dall'auto con l'aria spaesata di chi stentava ad afferrare il senso di tutto.

"...Che ci facciamo qui?"
"Partiamo" 
"...Partiamo?"
"Si, Kim, è quando due persone vanno da un posto all'altro"
"...E dove cazzo stiamo andando?"
"A fare la luna di miele, in Italia"

Se il cuore della strega si era perso un paio di battiti, tanto da costringerla ad allungare una mano verso lo sportello posteriore della jeep, ed appoggiarcisi contro, il cuore del mannaro batteva tutt'altro ritmo. Non è che non volesse partire, dopotutto l'aveva organizzato lui quel viaggio, era che l'idea di stare per ore ed ore ed ore in un piccolissimo abitacolo sospeso nel vuoto gli metteva addosso una scarica di nervosismo e di frustrazione tale da impedirgli di stare fermo in un unico punto per più di una manciata di secondi. 

"Ma...e i bambini?"
"Te li ho fatti salutare! Staranno coi miei, e staranno benissimo"
"Ma...Dio è...una cosa cosi...bella e..."

Si era avvicinato a Kim, alla fine, afferrandola dalle braccia per ottenerne l'attenzione, e riportare il suo sguardo nel proprio.

"Si si, tesoro, è tutto molto romantico e bellissimo. Adesso ascoltami però. Ho con me dei sonniferi, devi darmeli subito dopo che siamo saliti eh..tu l'hai già fatto no? Spiegami cosa mi...fanno, prima di entrare nell'aereo. E un'altra cosa...dovresti fare quel magicabula, di cui mi parlavi. Sai, quello che consente all'aereo di non cadere. Bada, Kim. Goditela. Perchè le prossime vacanze che faremo saranno tutte a portata di auto, ok?"

Lei non sentiva. Era troppo felice, troppo contenta. Stava già pensando a loro due, in Italia, lontano dai problemi e dagli affanni. E per tutta risposta si era alzata sulle punte, lo aveva abbracciato al collo ed era andata a stampargli un bacio in bocca con un'intensità erotica tale da far fare il segno della croce ad una vecchina che stava passando loro accanto. 

- - -



Abbiamo camminato sotto al sole, e nell'aria fresca delle prime ore del mattino. Camminato la sera, tra le luci di palazzi antichi e di piccoli ristoranti sparpagliati lungo le coste. Siamo stati in giro come piccoli vagabondi, senza altro pensiero che non fosse rincorrere la nostra felicità, senza altra voglia che quella di goderci un istante alla volta. La mia pelle si è colorata, e quella di Neal ha assunto nuovi odori. Ho il sapore del sale, sulla mia lingua, ogni qualvolta mi attardo sul suo corpo. E l'odore del cibo buono, del tempo lento, del sesso sfrenato senza pannolini da cambiare, pianti da placare, demoni da combattere. Ha scattato mille foto, ed io ne ho altrettante ben impresse nella mia mente. I riflessi della sua barba, inzuppata dall'acqua di mare, mentre emerge piano dalle onde per tirarmi dai piedi, a sè. Il suono della sua risata, mentre litigo con una tizia al mercato di Porta Portese, contrattando per il prezzo di una borsa. E il silenzio tra noi due, mentre stiamo col naso all'insù, a fissare un cielo macchiato di stelle su una Napoli bellissima e notturna, affacciati dalla terrazza del Vomero. La pizza, buona come in nessun altro posto al mondo, sottile e croccante, traboccante mozzarella. Rubata, per gioco, dalla sua bocca e fautrice da una lotta acerrima su a chi debba spettare l'ultimo morso. I dolci di Roma, la voluttuosità di un tiramisù portato sino in camera, spalmato addosso, leccato via, morso e poi imboccato. Sospiri che sanno di cacao, caffè, e della voglia che il pomeriggio non finisca cosi presto. E poi il mare. Scosso dal vento, impiastricciato d'onde, azzurro e caldo, di una trasparenza surreale. Mare nei miei occhi, e nei suoi, mentre rimaniamo sulla spiaggia anche quando tutti se ne sono andati, e scende l'umidità della sera. La sabbia si raffredda, sotto ai nostri corpi, ma io non sento più il gelo da quando c'è lui che mi abbraccia. Abbiamo fatto tutto a modo nostro, al solito. Preferendo, ai ristoranti di turno, chioschi fritti e rifritti di cibo da strada. Birra al posto dello champagne, e parchi al posto delle gallerie d'arte. E' stata la nostra vacanza, anche nei dettagli. In Neal che ringhia quando qualcuno mi fissa il culo, in me che faccio "accidentalmente" combaciare la pallina di gelato al naso della ragazza che lo leccava ammiccando a Neal
In un punto remoto, delle nostre coscienze, c'è un sottile senso di colpa per aver lasciato a casa i bambini. Molto, remoto. E' una sensazione che si mescola a quella prepotente della nostalgia, specie quando la sera ci colleghiamo al pc per vederli. Poi però tiriamo le somme, e concludiamo che una vacanza da tutto, e da tutti, ci serviva. Per parlare un pò degli ultimi mesi, del futuro. Ed anche del passato

- - -

Sono sul letto, ben accoccolati l'uno all'altra, niente posizioni erotiche a condire la serata. Neal sta accarezzando la spalla di Kim, e lei tiene gli occhi puntati sulla terrazza, e sullo scorcio di mare notturno che gli sta regalando. Si chiacchiera, da qualche minuto, dei momenti belli e degli imprevisti di quei giorni spensierati, in un clima pacioso che è il preludio al sonno. Quando il cuore di Kim vira direzione, battendo nel petto del mannaro rintocchi un pò più sentiti

"Sai...quando ero in coma? Ho...visto mia madre"

Non è mai stata molto abile, nei giri di parole, ed ha sempre preferito dirgli le cose nella loro interezza, e nel modo più diretto possibile

"Mi ha parlato di alcune cose e...mi ha detto il nome di mio padre" lo sussurra, pigiando la bocca sul suo pettorale, prima di risollevare il mento per guardarlo. Neal non si scompone, distogliendo gli occhi dal soffitto per cercare quelli della moglie

"...dunque, inizierai a cercarlo?"
"Se non hai nulla in contrario, si"
"Sai come la penso a riguardo. Per me è una cazzata. Ma se è una cosa che ti aiuta a stare bene..."

Si prende una pausa di silenzio, spostando la mano tra i suoi capelli, senza smettere di carezzarla

"Devo...dirti una cosa anche io. C'entra sempre un padre"

Si umetta le labbra, inspirando a fondo

"Il vecchio vuole dimettersi, e gestire il branco come braccio e non più come mente. E' stanco. Ha combattuto troppo, dice. Vuole godersi  i nipoti, e la vita. Ed ha figli a sufficienza per farlo serenamente"

Fino ad allora, non avevano mai parlato di cosa sarebbe loro successo quando la faccenda di Norwood sarebbe finita. Al solito, si preoccupavano dei problemi quando si presentavano. Kim leggeva, negli occhi del mannaro, qualcos'altro. Un dubbio, un pensiero, un desiderio che stentava a condividere con lei. E solo in fondo, alla fine, aveva intuito che la ragione di quel tentennamento fosse il timore che la moglie non potesse prenderla bene. Si era spostata, dunque, scivolando con garbo su di lui  fino a sfiorargli le labbra, con un bacio

"Vuole che tu resti a casa, vero?"
"...Si. Quanto a te...sei mia moglie, non ti manderanno di certo via. Specie dopo gli ultimi avvenimenti. Ma...tu..cioè...a te?"

Lei aveva continuato a baciarlo, scivolando sulle guance, in una moina che sapeva di affetto, prima di tornare a fissarlo negli occhi. Sorrideva

"Vendi la casa  a BonTemps. E trasferiamoci, definitivamente. Casa mia è dove sei tu. I bei ricordi che abbiamo li, ce li portiamo dentro...sono una zingara, ricordi? Le nostre radici non crescono mai troppo a fondo in un posto"

L'aveva stretto più forte, la voce che diventava a poco a poco un bisbiglio

"Casa è dove ci sei tu, e dove portiamo i bambini. Non conta nient'altro. L'Arizona è un posto bellissimo dove vivere, finchè ci andrà. Phoenix è la nostra nuova casa, Neal"