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giovedì 22 gennaio 2015

Vento che soffia da Ovest a Est




Nessun dolore, fino a quel momento, gli era mai sembrato cosi grande. La sensazione terribile di perderla, in maniera irreversibile, si irradiava dal petto in ondate sempre più rapide, seguendo il ritmo di un respiro accelerato e affranto. Per il momento, non poteva fare altro che tenerla tra le braccia, non riusciva a fare altro che stringerla. Come se rinsaldare la presa su quel corpo martoriato servisse a tenerla li, con lui. Se Neal avesse saputo come fare si sarebbe legato l'anima di Kim addosso. Un pò come si fa con i palloncini, quando si annodano i fili ai polsi dei bambini, affinchè possano fluttuare liberi nel cielo senza, però, disperdersi in esso.

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"E' delizioso" 

Si era ritrovata a pensarlo quasi d'un tratto, senza neppure sapere come. Pensava, e già questo era un ottimo segno. Se  fosse davvero morta non avrebbe pensato, giusto? In realtà non ne era molto certa, come non era certa che quello che stava ascoltando fosse davvero il rumore dell'acqua. Acqua in una caverna, il tintinnare lieve delle gocce che, attraversando la superficie ruvida e salina delle stalattiti, precipitavano in punta verso una pozza buia e scura. Era un suono talmente confortante, e rilassante, che Kim non poteva fare a meno di pensare nuovamente che fosse 

"Delizioso. La cosa più deliziosa del mondo"

Dov'era, però, quella grotta? L'acqua, la stalattite...dove si trovavano? Intorno a lei c'era un buio talmente fitto che era impossibile distinguere cosa vi fosse a meno di un palmo dal suo naso. Eppure, stranamente, non sentiva nessun tipo di paura. Erano le tenebre più rassicuranti in cui si fosse mai addentrata. E, una volta tanto, non voleva uscirne.

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Le ferite del corpo stavano guarendo. L'ingresso nell' Hoogan era proibito ai più, e persino i familiari di di Neal dovevano chiedere permesso, prima di entrare a visitarla. Il mannaro non era in condizione d'animo di sopportare persone, domande, parole di conforto che non placavano quella rabbia sorda e quel senso di impotenza che gli faceva compagnia dal giorno dello scontro. Odiava tutti, ciascuno per un motivo diverso e - nei suoi pensieri - validissimo. Odiava suo padre, per averlo trascinato in quella faccenda, odiava sua madre per non essere stata li al momento giusto. Odiava i fratelli, per aver organizzato la missione, e gli indiani della tribù per non aver combattuto abbastanza. E odiava sua moglie, per non essere rimasta al sicuro dentro la casa, per aver voluto combattere. Era un odio egoistico, che si mescolava all'ammirazione verso quella cosetta cosi piccola e fragile. Sapeva che aveva agito da madre, e da membro della comunità. Lui, però, agiva da marito. Aria era una delle poche persone autorizzate a starle vicino, bambini a parte. Si era presentata quasi subito, non esitando a somministrarle il suo sangue, rivelandosi disponibile a qualsiasi cosa Neal avesse in mente, persino accudire i bambini. Già...i bambini. Aveva aspettato che Kim fosse un pò più presentabile, preoccupandosi lui stesso di fare cose come lavarle di dosso il sangue, o pettinarle i capelli, prima di portare i cuccioli nel letto a trovarla. Entrambi sentivano enormemente la mancanza della madre, e non riuscivano ad accettare del tutto che "dormisse". Specie Davon, si era impegnato più volte a farle carezze e a darle bacini, chiamandola ripetutamente. Ma lei immobile era, ed immobile era rimasta. Queste scene, per il mannaro, erano due volte più penose perchè accusava il proprio dolore e quello dei figli. Tuttavia pensava fosse importante che capissero che non era morta, che stava solo riposando. E in cuor suo credeva che lei potesse sentirli, un pò com'era stato per Moonie durante il coma. Quando Nastas o Aria non c'erano, nei paraggi, lui poggiava il viso sul cuscino e la fissava intensamente, non osando neppure toccarla. Gli sembrava bella anche in quel momento, persino adesso che era in bilico tra la vita e la morte, in un posto in cui lui non poteva raggiungerla. Una bellezza struggente e dolorosa, malinconica, ora che il bagliore degli occhi, il rossore delle guance e il sorriso ampio non si affacciavano più su quel viso. Ogni tanto, allungava la lingua a leccarle la spalla, in un gesto animale di conforto che si trasformava il più delle volte in un lugubre uggiolato per concludersi, singhiozzante, in un sospiro

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Aveva trovato l'acqua, e l'aveva usata per lavarsi il viso. La goccia era diventata cascata, e la cascata mare. Kim rideva, avvolta dalle bolle bianche di un'oceano blu. Non sentiva freddo o caldo, non avvertiva neppure il bruciore tipico causato dalla mancanza d'aria nei polmoni. Era semplicemente parte del proprio elemento e si sentiva leggera, priva di pesi che legassero il proprio corpo ad una dimensione piuttosto che a un'altra. Apprezzava una libertà mai sperimentata prima, qualcosa in grado di renderla euforica quanto una colossale ubriacatura, pur senza avere gli svantaggi della sbornia. In un certo senso, era come se i contorni del suo corpo non esistessero più. Lei respirava acqua, lei era acqua. Aveva dato un colpo di piedi, felice, risalendo verso l'alto a rincorrere l'ossigeno che le scivolava via dalla bocca, ordinato, in colonne di perle d'argento. La luce del cielo diveniva sempre più chiara, e luminosa, intensa al punto da ferire gli occhi. Nell'attimo in cui il bagliore era divenuto d'un bianco accecante aveva chiuso gli occhi, continuando a sorridere. 



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Superficialmente, stava meglio. Le varie lacerazioni si erano rimarginate, i gonfiori delle percosse attenuati, i lividi da viola erano scoloriti in un pallido giallo. Ma, ancora, non si svegliava. Le pozioni di Nastas, il sangue di Aria, sembravano non essere uno stimolo sufficiente a strapparla dal sonno. Neal si era rifiutato, categoricamente, di mandarla in un' ospedale anche quando si era bisbigliata al suo orecchio la possibilità che una perdita di sangue all'altezza del cervello avesse compromesso funzioni vitali non monitorabili da una semplice occhiata. Non poteva, essere cosi, non doveva essere cosi. Dunque si affidava a quanto assicuratogli da Nastas. L'arcistregone era convinto che il corpo di Kim stesse completamente guarendo, probabilmente era l'anima di lei ad aver bisogno di riposo. Per un lupo, l'idea che la propria compagna volesse prendersi una "pausa" da lui e dalla loro famiglia era inconcepibile. Doveva esserci qualcos'altro dietro, ne era sicuro. Ma col passare dei giorni, la sua mancanza si era fatta accesa. Alla preoccupazione sulla sua salute si era mescolata la stizza, perchè lei continuava a rimanere muta, immobile. Aveva bisogno di distrarsi, di pensare ad altro. E c'erano affari urgenti, che l'avrebbero aiutato in questo.
Da tempo era stato scoperto chi aveva cospirato contro il branco, e una decina di mannari sopravvissuti alla mattanza attendevano nelle prigioni di Las Nubes di sapere cosa ne sarebbe stato di loro. Nel pomeriggio Neal aveva lasciato la stanza della moglie per dirigersi all'Arena. I due traditori, due membri del branco da sempre in polemica con la famiglia Saunders, erano stati incatenati a due pali. Il branco e la tribù erano riuniti, a formare un circolo, e indossavano i paramenti delle cerimonie solenni. Il sole stava tramontando in quella che sembrava una pozza di sangue, quasi fosse lui stesso intimorito dalla scena che stava per consumarsi sotto quei cieli. Lateralmente, il gruppetto di prigionieri era stato fatto sedere in terra, sorvegliato a vista da cinque mannari ben poco raccomandabili. Alla vista di Neal, i due Desert legati ai pali avevano cominciato a sciorinare una serie di spiegazioni, richieste di perdono, suppliche. Lamenti che si erano dissolti in gemiti, e nel raccapricciante rumore della carne che si lacera, quando il lupo aveva trasformato le proprie mani in artigli, conficcando le dita nei loro sterni per strappare, ad entrambi, il cuore. Le braccia avevano guizzato, possenti, e nel momento dello strappo il viso non tradiva il benchè minimo scrupolo. Gli occhi, accesi di una sfumatura dorata, erano rimasti impassibili per qualche istante a  guardare i due muscoli palpitare, ancora per qualche secondo, nei propri palmi mentre fiotti di sangue scuro scivolavano via dalle ferite, insozzando il pavimento. Se ne era sbarazzato poco dopo, consegnandoli a due Negromanti li accanto. Urla di guerra avevano fatto da preludio all'intensa serata di riti, per maledire le loro anime, che avrebbe accompagnato l'attività della congrega. Poi Neal aveva liberato i corpi dai pali, e assicurato le loro caviglie a due cavalli pezzati, condotti li da Lapu. Si era girato verso il proprio branco, la voce limpida  e feroce nel silenzio surreale che si era creato

"Chi vive nel disonore, non merita una morte onorevole. Niente sepoltura, nè luogo in terra per conoscere la pace. Cosi è stabilito, e cosi verrà fatto"

Aveva poi dato due pacche sulla schiena ai cavalli che, spaventati, erano corsi via trascinandosi i corpi. Ci avrebbe pensato il deserto, le rocce dell'Arizona, gli animali ed il tempo a consumarne i corpi. Si era dunque girato verso il gruppo di prigionieri, qualcuno di loro tremava, altri avevano cominciato a piangere. I cinque mannari si erano mossi, prendendoli a pedate quanto bastava per costringerli ad alzarsi. Neal aveva steso il braccio, puntando l'indice verso l'orizzonte

"Se riuscite a superare la roccia a forma di mano, allora siete liberi"

Sbigottiti, gli uomini e le donne si erano guardati tra di loro, confusi prima di adocchiare il punto da lui indicato. Poi avevano cominciato a correre, alcuni di loro in forma umana, altri evocando frettolosamente la loro natura. Neal se l'era presa con calma, concedendo loro il vantaggio che un predatore esperto vuol dare alla preda, per far durare più a lungo la caccia e godere a fondo della paura dell'avversario, prima di trasformarsi a sua volta.

Il mattino dopo i dieci corpi privi di vita, orribilmente mutilati, vennero impalati ai confini del territorio, come monito agli altri branchi, lezione di vita per le generazioni future, cibo per i rapaci della zona. 



- - - 

Aveva riaperto gli occhi risvegliandosi in un luogo privo di confini, di orizzonti, di riferimenti. Era un punto di colore in un universo di bianco, e seppure non vi fosse niente da guardare sentì che le pupille si riempivano di bellezza, e perfezione. Fluttuava, una brezza leggera a carezzarle la pelle, sussurri e bisbigli di vento tra i rami come sottofondo di quel breve momento. Finchè non aveva girato la testa, e nello sguardo non era inciampata la figura di un'altra donna. Capelli scuri, lunghissimi, e occhi neri come carbone. Più bassa di lei, ma dalle forme armoniose, esaltate dalla carnagione olivastra. Aveva gli zigomi alti, e le labbra carnose, ed era teneramente familiare. Kim si schiarì la bocca, in un tossire lieve, prima di lasciare che il battito del suo cuore si azzardasse a formulare la domanda che le era balzata in mente:

"Mamma?"
"Si"

- - -

Era sporco di sangue dalla testa ai piedi quando si era sdraiato nel letto dove Kim continuava a dormire. La caccia lo aveva fatto sfogare, ma non era stata in grado di riempire il vuoto che la sua assenza gli scavava dentro. La mano sinistra aveva cominciato a carezzarle il viso, con delicatezza, incurante di macchiarle di sangue le labbra  mentre vi passava sopra il pollice

"C'è il sangue dei tuoi nemici, qui. Lo senti, bambolina? Ho ucciso per te, e punito chi ti ha fatto del male. So che avresti apprezzato, apprezzavi sempre questo genere di cose."

Aveva sospirato, sfinito, poggiando la fronte contro la sua tempia e dandole una breve lappata. Ad occhi chiusi, senza rendersene conto, cominciò a parlare

"Torna da me, e avrai tutto ciò che il tuo sciocco cuore desidera. Ogni orribile vestito scosciato, ogni vacanza strampalata. Tutti gli inutili accessori da cucina, e gli anelli, e le collane. Torna...e ti darò più tempo e attenzione di quanto non abbia mai fatto. Andremo di nuovo a caccia insieme, e vedremo quelle serie televisive del cazzo. Torneremo in quel puzzolente negozio di frocetti, e potrai dipingere di rosa anche il cesso. Ti compro un'intera distilleria, e ti ci faccio fare il bagno. Kim...Non...farmi fare la figura del gay, ti prego. Non puoi aver dimenticato tutta la nostra vita, e la felicità che respiravi. Non puoi non voler vedere i tuoi figli crescere, e smettere di dividere le tue notti con me. Mi appartieni, siamo una cosa sola. Se muori tu, io muoio con te. Avevi già tutto, avevi ogni cosa. Ma, se torni, ti darò di più. Kim..."

- - -

Aveva passeggiato a lungo con la madre, mano nella mano. Luminitza era più giovane di lei, ma la cosa non pareva turbarla visto che si sentiva comunque una bambina, ed era felice di aver ritrovato il suo ricordo. Era stata la nonna materna  a cancellare dalla sua mente quell' orribile notte. Ma gli incantesimi sulla memoria non sono tanto precisi e infallibili, e presentano ampi margini di incertezze. Baba aveva sradicato anche tutti i ricordi che legavano Kim alla madre, facendole dimenticare le fattezze del volto, il suono della sua voce, il profumo della sua pelle. Il tempo aveva fatto il resto, accumulando nella sua testa altre emozioni, altri suoni, altri odori e togliendo spazio a quel briciolo che rimaneva. Erano rimaste insieme, senza dirsi niente a parole, lasciando che fosse il loro abbraccio o il loro sguardo a parlare a parlare. Dal nulla, un letto aveva fatto la sua comparsa. Lumi aveva raccolto tra le braccia una Kim sempre più piccola, mettendola tra le lenzuola colorato e rimboccandole le coperte al mento

"Vuoi restare con me, per sempre?"

La bambina ci aveva pensato su, socchiudendo gli occhioni per qualche minuto, prima di rispondere

"Sono madre anche io, ora. Vorrei tornare dai miei figli, e da mio marito"

Lumi aveva sorriso, e annuito, chinandosi a poggiarle un bacio sulla fronte proprio mentre Kim le sussurrava

"Mamma, chi è mio padre?"
"Il suo nome è Stellan Larsenn. Cercalo, Kim. Lui non sa che tu esisti"

Poi c'era stato il bacio, il più tiepido e dolce che lei avesse mai ricevuto. Una lacrima era scappata via, dalle proprie ciglia, e si era fermata addosso alla guancia di Neal che le dormiva sul petto. Aveva un terribile sapore metallico, in bocca, e duecento chili di marito a gravarle addosso

"Mhhh.."

Le prime parole, dopo tantissimo tempo, suonavano strane alle sue orecchie ed erano come l'acqua nel deserto, per il mannaro. Nel sonno, aveva mosso appena le orecchie, svegliandosi del tutto qualche secondo dopo e drizzando la testa di scatto. Una scarica di adrenalina gli era risalita lungo la spina dorsale, quando invece che le solite palpebre abbassate si era specchiato negli occhi azzurri della moglie.

"Kim!"
"..Te...quila..." 

L'aveva scandito con semplicità disarmante, indicandosi la bocca, mentre una smorfia schifata le si dipingeva sul viso. A Neal si erano annacquati gli occhi mentre la prima grossa, liberatoria, risata dopo settimane di malinconia si faceva largo nei suoi polmoni. Rideva, mentre il suo corpo dava il benvenuto al sollievo, e la sua bocca si chinava a sfiorarle le guance, le tempie, la fronte. Le lacrime gocciolavano addosso a Kim, che sorrideva ancora assonnata. In preda a quelle feste, aveva sollevato le mani a carezzargli le braccia, umettandosi le labbra per gracchiare, ancora, profondamente rilassata

"Ti..amo.."

Phoenix - 14 Giugno 2015

Si era ripresa, definitivamente, ma un pò come durante i primi mesi della gravidanza non riusciva a scrollarsi Neal di dosso. Le stava attaccato, concentrato su di lei in maniera a tratti morbosa e ossessiva. La strega non ricordava una premura simile, se non nei primi mesi della gravidanza dei bambini. Eppure, anche in quel frangente, lui era comunque meno ossessivo. In tutta franchezza, avere un marito che ti vizia tutto il giorno, tutti i giorni, è piacevole. Avere un marito mannaro che ringhia a chiunque, secondo il SUO metro di giudizio, ti causi dello stress...è un pò meno piacevole. Era dunque con incredibile scazzo e rassegnazione che, all'alba di un giorno qualsiasi, lei aveva poggiato le chiappe sull'auto. Assonnata, un caffè bollente in mano, non aveva ottenuto dal marito che qualche grugnito alla propria richiesta di spiegazioni. Sospirando, aveva poggiato il caffè nel cruscotto, e si era risistemate meglio nel sedile, socchiudendo le palpebre solo per "riposare gli occhi".
Un paio d'ore dopo, quando le aveva riaperte, si trovava all'aeroporto di Tucson. Un Neal tesissimo stava scaricando due grosse valigie, e lei era scivolata giù dall'auto con l'aria spaesata di chi stentava ad afferrare il senso di tutto.

"...Che ci facciamo qui?"
"Partiamo" 
"...Partiamo?"
"Si, Kim, è quando due persone vanno da un posto all'altro"
"...E dove cazzo stiamo andando?"
"A fare la luna di miele, in Italia"

Se il cuore della strega si era perso un paio di battiti, tanto da costringerla ad allungare una mano verso lo sportello posteriore della jeep, ed appoggiarcisi contro, il cuore del mannaro batteva tutt'altro ritmo. Non è che non volesse partire, dopotutto l'aveva organizzato lui quel viaggio, era che l'idea di stare per ore ed ore ed ore in un piccolissimo abitacolo sospeso nel vuoto gli metteva addosso una scarica di nervosismo e di frustrazione tale da impedirgli di stare fermo in un unico punto per più di una manciata di secondi. 

"Ma...e i bambini?"
"Te li ho fatti salutare! Staranno coi miei, e staranno benissimo"
"Ma...Dio è...una cosa cosi...bella e..."

Si era avvicinato a Kim, alla fine, afferrandola dalle braccia per ottenerne l'attenzione, e riportare il suo sguardo nel proprio.

"Si si, tesoro, è tutto molto romantico e bellissimo. Adesso ascoltami però. Ho con me dei sonniferi, devi darmeli subito dopo che siamo saliti eh..tu l'hai già fatto no? Spiegami cosa mi...fanno, prima di entrare nell'aereo. E un'altra cosa...dovresti fare quel magicabula, di cui mi parlavi. Sai, quello che consente all'aereo di non cadere. Bada, Kim. Goditela. Perchè le prossime vacanze che faremo saranno tutte a portata di auto, ok?"

Lei non sentiva. Era troppo felice, troppo contenta. Stava già pensando a loro due, in Italia, lontano dai problemi e dagli affanni. E per tutta risposta si era alzata sulle punte, lo aveva abbracciato al collo ed era andata a stampargli un bacio in bocca con un'intensità erotica tale da far fare il segno della croce ad una vecchina che stava passando loro accanto. 

- - -



Abbiamo camminato sotto al sole, e nell'aria fresca delle prime ore del mattino. Camminato la sera, tra le luci di palazzi antichi e di piccoli ristoranti sparpagliati lungo le coste. Siamo stati in giro come piccoli vagabondi, senza altro pensiero che non fosse rincorrere la nostra felicità, senza altra voglia che quella di goderci un istante alla volta. La mia pelle si è colorata, e quella di Neal ha assunto nuovi odori. Ho il sapore del sale, sulla mia lingua, ogni qualvolta mi attardo sul suo corpo. E l'odore del cibo buono, del tempo lento, del sesso sfrenato senza pannolini da cambiare, pianti da placare, demoni da combattere. Ha scattato mille foto, ed io ne ho altrettante ben impresse nella mia mente. I riflessi della sua barba, inzuppata dall'acqua di mare, mentre emerge piano dalle onde per tirarmi dai piedi, a sè. Il suono della sua risata, mentre litigo con una tizia al mercato di Porta Portese, contrattando per il prezzo di una borsa. E il silenzio tra noi due, mentre stiamo col naso all'insù, a fissare un cielo macchiato di stelle su una Napoli bellissima e notturna, affacciati dalla terrazza del Vomero. La pizza, buona come in nessun altro posto al mondo, sottile e croccante, traboccante mozzarella. Rubata, per gioco, dalla sua bocca e fautrice da una lotta acerrima su a chi debba spettare l'ultimo morso. I dolci di Roma, la voluttuosità di un tiramisù portato sino in camera, spalmato addosso, leccato via, morso e poi imboccato. Sospiri che sanno di cacao, caffè, e della voglia che il pomeriggio non finisca cosi presto. E poi il mare. Scosso dal vento, impiastricciato d'onde, azzurro e caldo, di una trasparenza surreale. Mare nei miei occhi, e nei suoi, mentre rimaniamo sulla spiaggia anche quando tutti se ne sono andati, e scende l'umidità della sera. La sabbia si raffredda, sotto ai nostri corpi, ma io non sento più il gelo da quando c'è lui che mi abbraccia. Abbiamo fatto tutto a modo nostro, al solito. Preferendo, ai ristoranti di turno, chioschi fritti e rifritti di cibo da strada. Birra al posto dello champagne, e parchi al posto delle gallerie d'arte. E' stata la nostra vacanza, anche nei dettagli. In Neal che ringhia quando qualcuno mi fissa il culo, in me che faccio "accidentalmente" combaciare la pallina di gelato al naso della ragazza che lo leccava ammiccando a Neal
In un punto remoto, delle nostre coscienze, c'è un sottile senso di colpa per aver lasciato a casa i bambini. Molto, remoto. E' una sensazione che si mescola a quella prepotente della nostalgia, specie quando la sera ci colleghiamo al pc per vederli. Poi però tiriamo le somme, e concludiamo che una vacanza da tutto, e da tutti, ci serviva. Per parlare un pò degli ultimi mesi, del futuro. Ed anche del passato

- - -

Sono sul letto, ben accoccolati l'uno all'altra, niente posizioni erotiche a condire la serata. Neal sta accarezzando la spalla di Kim, e lei tiene gli occhi puntati sulla terrazza, e sullo scorcio di mare notturno che gli sta regalando. Si chiacchiera, da qualche minuto, dei momenti belli e degli imprevisti di quei giorni spensierati, in un clima pacioso che è il preludio al sonno. Quando il cuore di Kim vira direzione, battendo nel petto del mannaro rintocchi un pò più sentiti

"Sai...quando ero in coma? Ho...visto mia madre"

Non è mai stata molto abile, nei giri di parole, ed ha sempre preferito dirgli le cose nella loro interezza, e nel modo più diretto possibile

"Mi ha parlato di alcune cose e...mi ha detto il nome di mio padre" lo sussurra, pigiando la bocca sul suo pettorale, prima di risollevare il mento per guardarlo. Neal non si scompone, distogliendo gli occhi dal soffitto per cercare quelli della moglie

"...dunque, inizierai a cercarlo?"
"Se non hai nulla in contrario, si"
"Sai come la penso a riguardo. Per me è una cazzata. Ma se è una cosa che ti aiuta a stare bene..."

Si prende una pausa di silenzio, spostando la mano tra i suoi capelli, senza smettere di carezzarla

"Devo...dirti una cosa anche io. C'entra sempre un padre"

Si umetta le labbra, inspirando a fondo

"Il vecchio vuole dimettersi, e gestire il branco come braccio e non più come mente. E' stanco. Ha combattuto troppo, dice. Vuole godersi  i nipoti, e la vita. Ed ha figli a sufficienza per farlo serenamente"

Fino ad allora, non avevano mai parlato di cosa sarebbe loro successo quando la faccenda di Norwood sarebbe finita. Al solito, si preoccupavano dei problemi quando si presentavano. Kim leggeva, negli occhi del mannaro, qualcos'altro. Un dubbio, un pensiero, un desiderio che stentava a condividere con lei. E solo in fondo, alla fine, aveva intuito che la ragione di quel tentennamento fosse il timore che la moglie non potesse prenderla bene. Si era spostata, dunque, scivolando con garbo su di lui  fino a sfiorargli le labbra, con un bacio

"Vuole che tu resti a casa, vero?"
"...Si. Quanto a te...sei mia moglie, non ti manderanno di certo via. Specie dopo gli ultimi avvenimenti. Ma...tu..cioè...a te?"

Lei aveva continuato a baciarlo, scivolando sulle guance, in una moina che sapeva di affetto, prima di tornare a fissarlo negli occhi. Sorrideva

"Vendi la casa  a BonTemps. E trasferiamoci, definitivamente. Casa mia è dove sei tu. I bei ricordi che abbiamo li, ce li portiamo dentro...sono una zingara, ricordi? Le nostre radici non crescono mai troppo a fondo in un posto"

L'aveva stretto più forte, la voce che diventava a poco a poco un bisbiglio

"Casa è dove ci sei tu, e dove portiamo i bambini. Non conta nient'altro. L'Arizona è un posto bellissimo dove vivere, finchè ci andrà. Phoenix è la nostra nuova casa, Neal"


domenica 11 gennaio 2015

Di un pessimo inizio, e di una clamorosa fine



30 Dicembre 2014 - Periferia di Phoenix 

Faceva parecchio freddo, ma il plaid che Kim aveva portato era abbastanza caldo da mitigare la temperatura bassa che, l'abitacolo della Jeep, riusciva a malapena a schermare. E poi c'era Neal, che già di per sè rappresentava un'ottima fonte di riscaldamento. La strega se ne stava accoccolata tra le sue braccia, fissando l'orizzonte buio e rischiarato appena da una mezza falce di luna calante. La notte tingeva le sagome del deserto di sfumature bianche, pennellate d'argento che finivano col dare più l'idea che la Jeep fosse parcheggiata in un paesaggio spaziale, surreale, che in uno spicchio d'Arizona come altri. Erano assorti ciascuno nei propri pensieri, consapevoli che per stare bene insieme non era necessario sempre e comunque ciarlare. Il puntino rosso della sigaretta, che i coniugi Saunders si stavano passando da poco, tiro dopo tiro, venne ben presto soppiantato in termini di luce dai fari di un auto  poco distante. La vettura procedeva spedita, e sembrava quasi stesse correndo via dal buio della notte e dai terrori che questo si portava dietro. Non erano li per contemplare il paesaggio e concedersi una romantica pausa dai tormenti familiari. Neal, vedendo l'auto, aveva acceso i fari e lampeggiato un paio di volte finchè la stessa non aveva sterzato, dirigendosi verso di loro. Kim, consegnata la sigaretta al marito, si era rinchiusa il meglio che poteva nel proprio giubbotto aprendo lo sportello per scivolare all'esterno e andare incontro a Juniper. E a Jackson.

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Si sente colpevole. Gliel'ho letto negli occhi subito dopo la telefonata di Jackson e per quanto non voglia entrare in discorso so che non riesce a levarsi dalla testa l'idea che Aly potrebbe non essere morta se lui fosse stato li.  Neal non è mai stato tipo da molti scrupoli, e la sua etica non è certo cosi spiccata. E' abituato a veder morire la gente, e sa che sono rischi "del mestiere". Ma è sinceramente, fraternamente, legato a Jackson. Il loro dolore era percepibile, persino da me che di animale non ho nulla. Li ho visti abbracciarsi, con la coda dell'occhio, mentre io ero impegnata a mia volta ad abbracciare Juniper. Magra e sciupata più di quanto non ricordassi, ci siamo rifugiate in macchina a parlare mentre gli uomini rimanevano per conto loro. Neal si è girato giusto un attimo a guardarmi, come a chiedermi permesso, prima di trasformarsi e fuggire via nella notte con l'altro. So perfettamente che ne avevano bisogno, quasi quanto io avevo bisogno di quei minuti con l'altra lupa e...Elinor. Un fagotto roseo e dai capelli rossicci, attaccata morbosamente alla sua bambola, e con una piccola valigia al seguito. Con Juniper abbiamo recuperato il tempo perso, aggiornandoci reciprocamente sul modo in cui le vite di entrambe si sono evolute nel corso di queste ultime settimane. Alla fine, tutti e quattro, ci siamo separati. Elinor è venuta via con noi, e resterà al sicuro a Las Nubes finchè i Moontears non saranno fuori da ogni sorta di pericolo. Non che da noi la situazione sia poi cosi migliore, ma c'è sempre il pueblo dei Navajo su cui fare affidamento, e i Desert Dust sono più cazzuti e armati rispetto all'altro branco. Inoltre Selene e Davon conoscono già Elinor, e alla bambina farà bene ritrovare i compagni di giochi. Quanto a me...l'idea che un mannaro non sia invincibile, e che farlo morire sia più semplice di quanto pensassi, maturata dopo questi ultimi episodi della nostra vita mi getta addosso un'impronta d'ansia cosi evidente che di tanto in tanto persino respirare mi risulta difficoltoso. Ci pensa comunque Elinor, a distrarmi. Si sveglia spesso, nel cuore della notte, chiamando la mamma. Con pazienza la raccolgo tra le braccia, passeggiando su e  giù per la stanza, finchè non si è di nuovo calmata. So bene cosa significhi, rimanere senza un seno a quest'età. Forse è per questo che mi ritrovo a coccolarla spesso, anche più spesso di quanto non faccia coi miei figli. Lei pare quietarsi, finchè non realizza di nuovo che c'è qualcosa di più profondo dei miei baci che le manca. Dormi, Elinor, riposa. Fatti forza, piccina, perchè questo genere di mancanza non potrai mai colmarla davvero in vita. Parola mia.

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Quindi quando partirete?
Domani sera. Ma non voglio che tu stia sola a casa.
Prenderò i bambini e andrò da Nastas.
Bene
E non mettere su quel muso lungo. Non mi succederà niente.
Mh. Preferirei che succedesse qualcosa a me, piuttosto che a te
Scherzi? Io con un paio di cicatrici sarei solo dannatamente più figo. Se qualcuno ti deturpasse, invece, sarei costretto a lasciarti. Nessuno vuole con sè una moglie orribile
Fottiti, Neal, sono certa che tu sappia come si fa.

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08 Gennaio 2015 -  Arizona - Casa Saunders ore 21:00

Nastas l'aveva detto. La salute e la memoria di Norwood non sarebbero andate di pari passo, in termini di ripresa. E se il fisico - aiutato dalla prodigiosità dei suoi geni - si era già da tempo rinforzato e rinvigorito, lo stesso non si poteva dire della sua memoria. Continuava a non avere traccia, dentro di sè, dei figli e del branco, degli amici e di Cassandra. La mannara, però, non aveva smesso di nutrire una forte e salda speranza. Lo aveva accudito con dedizione e amore, subito dopo la resurgo, senza lasciarlo mai un'istante. Eppure quegli occhi verdi, che continuavano a fissarlo con passione e profondo amore, continuavano a non dire niente al vecchio lupo. Non essendo ancora in grado di occuparsi adeguatamente degli affari del branco non aveva preso parte alla spedizione organizzata per quella sera, rimanendo in casa con la moglie. Erano da soli. Sia Ben che Dakota erano partiti con Neal, e Kim aveva passato il pomeriggio nell'hoogan al villaggio, preferendo rimanere li per la notte. I bambini avrebbero avuto con chi giocare, e lei voleva finire di studiare alcune cose con Nastas. Cassie era seduta sulla scaletta del portico che conduceva al giardino. Si era presa un attimo per stare da sola, senza allontanarsi troppo da Norwood che schiacciava un riposino all'interno. Da quella prima notte, a colpi di vassoiate in testa, non erano mai stati tanto tempo senza toccarsi. E, sicuramente, se davvero c'erano state delle pause fisiche tra di loro, lei non ricordava un solo momento in cui il marito l'aveva guardata come se fosse un'estranea. Il vecchio Nor le mancava, terribilmente, e per quanto si sforzasse di mantenersi forte la solitudine che avvertiva era assolutamente straziante. Si può essere soli per tanti motivi. Succede che la persona che ti manca non ti sia più vicino, fisicamente, perchè lontana o addirittura morta. Ma avere accanto il corpo, di quel qualcuno, e sapere che forse non potrai più apprezzarne lo spirito...non potrai godere del senso dell'umorismo, e della goffa tenerezza, persino dei tanto odiati lati negativi del suo carattere  è qualcosa di tremendamente surreale, ed angosciante. 
Preda di questi tristi pensieri, stava in silenziosa contemplazione del giardino, le gambe strette al petto, a loro volta cinte dalle braccia quando la voce del mannaro era scivolata, inaspettata, dietro di lei

"Ti assomigliava"

Cassie aveva girato il viso, di scatto, osservando il marito in piedi li accanto. L'uomo teneva lo sguardo fisso su un cactus, fiorito davanti a loro. Il cielo, in conclusione del tramonto, tingeva i petali di una sfumatura intensa di viola, celando il bianco candido che in realtà gli apparteneva. Lungo e affusolato, se ne stava ben ritto in mezzo agli altri, facendo vanto delle proprie spine e di quell'unico fiore. Cassie aveva riaperto la bocca per dire qualcosa, ma Norwood aveva ripreso a parlare 

"Perchè...eri vestita di bianco, quel giorno e...era cosi ritto. Gli altri erano bassi, quello stava tutto su, neanche avesse la spocchia. Ed era fottutamente spinoso. Quel cactus ti assomigliava. L'ho preso per questo"

Il cuore di Cassandra aveva cominciato a martellare, furiosamente, e lei aveva sciolto la propria posa per sollevarsi in piedi e fissare da vicino il marito

"Poi ho pensato...che probabilmente, l'avresti buttato nel cesso. Quindi ho cominciato a mandartene altri. Regolarmente. Mi dicevo che almeno uno lo dovevi pur tenere, mi dava al culo l'idea che non avessi neanche una cazzo di spina per casa"

Aveva spostato gli occhi in cerca di quelli della mannara, sollevando le mani a coppa a prenderle il viso tra i palmi

"Non potevo immaginare, quando ti ho portata via da casa, che avrei dovuto attaccare il rimorchio alla jeep solo per trascinarmi dietro tutta la tua maledetta collezione di piante grasse. Tutte. Le avevi...tenute tutte"

Sembrava commosso, come se il pensiero lo intenerisse profondamente, e se stesse parlando con lei di una cosa di estrema importanza. Anche Cassandra, aveva gli occhi lucidi, ma per tutt'altro motivo. Aveva cominciato a ridere, tra le lacrime, spingendosi poi a cercarne le labbra.
Qualche minuto dopo, in forma animale, avevano lasciato la casa per dirigersi alla roccia. La loro roccia. A riappacificarsi col proprio passato, nella fretta di vivere un altro pezzo di presente. Incuranti degli strani movimenti ai confini della riserva 





08 Gennaio 2015 -  Arizona - Ritrovo del Branco "Rovers" ore 20:00

Il branco rivale era stanziato a circa 200 km di distanza da Las Nuevas. C'erano volute tre ore di viaggio, per arrivare, ma avevano pianificato tutto nei minimi dettagli. Appostati a debita distanza avrebbero atteso il calare delle tenebre, sferrando un attacco in notturna. Qui e li c'erano piccoli segni che indicavano vi fosse ancora una certa attività tra le baracche. Luci accese, fumo da qualche abitazione, il rumore di una radio in sottofondo. Eppure Neal era inquieto. Minuto dopo minuto, sentiva l'ansia crescere e comprendeva che non dipendeva dalla paura di fallire. Era una sensazione del tutto nuova, e come ogni sensazione nuova il mannaro l'accoglieva con un forte disagio ed una dose raddoppiata di aggressività. Alla fine, più perchè il fratello stava diventando uno strazio che per reale convinzione che li vi fosse qualcosa di sbagliato, Ben aveva acconsentito ad andare a dare un'occhiata, più vicino. 
Le casupole erano stranamente quiete. In forma lupo, Neal fiutava l'aria incerto. Gli odori del luogo erano troppo sottili, troppo evanescenti. Si era ritrasformato dietro una finestra. La luce era aperta, e in lontananza dalla collina  in cui erano sistemati si vedeva una sagoma, come di un uomo seduto. Ben si era ritrasformato dietro di lui, subito dopo

"Cazzo fai, ti vedranno"

Neal aveva indicato il fantoccio, fatto con sacchi e paglia, seduto davanti alla televisione accesa, e Ben aveva aggrottato la fronte

"Non capisco...che cosa..."

Il fratello continuava ad essere confuso quanto lui finchè, improvvisamente, una nuova consapevolezza non aveva fatto breccia  nei suoi pensieri.

"Lo sapevano. E non sono qui"
"...Come facevano a saperlo? Dove cazzo sono allora?"

Neal si era voltato, cominciando a correre verso il gruppo di mannari

"A casa! Dobbiamo tornare a casa!"

Aveva urlato, prima di ritrasformarsi. Rendendosi conto, solo in quel momento, che adesso si che avvertiva una pungente, intensa, paura ghiacciargli il sangue e convertirgli i pensieri verso un'unica possibile direzione. 





08 Gennaio 2015 -  Arizona - Pueblo Navajo ore 22:30


Kim era inquieta. Questo sentimento  l'aveva accompagnata per gran parte del giorno, dopo la partenza di Neal, ma era abbastanza convinta si trattasse della consueta ansia da "oddio, rimarrò vedova" che caratterizzava ogni missione strampalata del mannaro. Non riusciva a trovare il cellulare che, ormai completamente scarico, era riapparso solo da qualche minuto nella bocca di Davon. I bambini erano stati nutriti a dovere, lavati, e adesso dormivano placidamente all'interno dell'hoogan che occupava quando si trovava al villaggio. Eppure, l'ansia che avvertiva, continuava a crescere a dismisura. Un pò di aria le avrebbe fatto bene, aveva deciso, uscendo fuori dall'abitazione. Fu in quel momento che si rese conto del silenzio. Uno strano, inquietante, silenzio  provenire dalle rocce tutto intorno al pueblo. Neal le aveva insegnato che c'erano diversi tipi di immobilità, e che una notte con la luna crescente non era mai del tutto priva di rumori. Eppure, stranamente, non c'era nessun suono di sottofondo. Con la coda dell'occhio aveva captato una leggera ombra, però, scivolare silenziosamente dietro le rocce alla sua sinistra. Alzati gli occhi al cielo, non c'erano nuvole a giustificare quella mancanza di luce in quel preciso punto. Sentendo l'adrenalina crescere si era umettata le labbra, e aveva dato le spalle alla scena, come se non si fosse accorta di nulla. Richiusa la porta col catenaccio, nel modo più discreto possibile si era premurata di castare un incantesimo di protezione attorno alla dimora, poggiando per qualche istante il palmo della mano sull'uscio. Nastas, sapeva, non avrebbe faticato a scioglierlo ma a chiunque altro non fosse dotato di un potere magico di sorta sarebbe stato impossibile entrare.
Un momento dopo, un ringhio dietro di lei aveva dato il via al caos che si sarebbe scatenato di li a poco.
Kim aveva iniziato a correre.
Spostarsi al centro del villaggio non era un caso. Le streghe sono forti in gruppo, quanto i lupi in branco. Le sue grida si erano mescolate assieme a quelle degli altri, e in breve la battaglia era iniziata. Il branco di lupi si era avventato sulle case come una massa compatta, e scura, una nube di violenza che aveva circondato gli hoogan e tentato di catturarne gli abitanti. I latrati erano ben presto stati seguiti dalle grida alte degli indiani, e un fiorire di incantesimi e magie aveva rischiarato ulteriormente la notte. Durante tutta la sua corsa Kim aveva avvertito la presenza di due grossi lupi, dietro di lei, farsi sempre più incalzanti. Essere inseguita da un lupo era un'esperienza che aveva già provato, e sapeva quanto fosse importante agire rapidamente. La sua priorità era quella di allontanare il più possibile il nemico dalla capanna dei bambini, offrendo loro un bersaglio facile. I piccoli, protetti dall'incantesimo, sarebbero stati al sicuro. Al momento giusto si era girata lasciando che due lastre di ghiaccio scattassero assieme al movimento del proprio braccio, impalettando entrambi gli animali che erano ricaduti a terra, in un rantolo. Solo allora si era resa conto del numero impressionante di mannari che circondava l'accampamento. Le era venuto in mente un discorso, fatto con Neal, risalente a qualche tempo prima. Quando, tutta fiera, gli aveva chiesto di darle un calcio per mostrargli il modo in cui l'aura si compattava attorno al suo corpo, per proteggerla. E lui le aveva fatto capire che una simile protezione, per quanto utile, sarebbe stata del tutto insufficiente nel caso in cui i nemici fossero stati in parecchi.
Un grido di dolore l'aveva strappata dai propri ricordi, e girandosi aveva visto un ragazzo della tribù venire trascinato via alle gambe da un mannaro grigio. Puntava le mani a terra, cercando di resistere, e la sua voce era cosi acuta che la strega socchiuse gli occhi dal fastidio, per un'istante. Sentendo la scarica elettrica prepararsi, sul palmo della propria mano, Kim aveva preso un bel respiro ed era corsa loro incontro. Sufficiente o meno, lei non si sarebbe tirata indietro.




- - -

Ha le gambe spezzate. Lo capisce dai dolori che arrivano poco sotto le ginocchia e che risalgono violenti lungo la spina dorsale. E tuttavia continua a trascinarsi, per come può, strisciando sugli avambracci. Il braccio destro ha una lacerazione profonda, e il sangue sgorga copioso macchiandole tutta la parte laterale di un corpo che non è altro che un ammasso di tagli, escorazioni e lividi di diverse entità. Ne ha fatti fuori in parecchi, finchè non è stata accerchiata. Da quel momento in poi non è diventata che un pupazzo di pezza per i loro giochi. Come un gatto col topo, l'avevano pestata talmente tanto che lei stessa faticava a ricordare i colpi, e l'ordine in cui erano stati ricevuti. C'era stata anche l'idea di violentarla, quando uno di loro si era trasformato in forma umana. Ma il fulmine che lei aveva lanciato contro il pisello al vento di quest'ultimo li aveva scoraggiati su quel fronte, e inferociti dall'altro. L'osservavano muoversi con pazienza, mentre si trascinava verso la parete più vicina tentando di mettersi seduta, consapevoli che fosse troppo debole e stanca per rappresentare ancora un pericolo. Battere la schiena contro al muro le aveva procurato una nuova fitta, e il sapore metallico di sangue, guadagnato dal labbro spaccato, contribuiva a rendere più forte la nausea che sentiva. Di fronte a lei, un grosso lupo si stava avvicinando, ringhiando sommessamente. Ma lei non aveva paura, non più ormai, e continuava a fissarlo. Gli occhi ridotti a due fessure, tra i lividi delle botte prese, il corpo che non rispondeva se non con nuovi dolori e tormenti. Eppure non abbassava la cresta. Se doveva morire, voleva farlo bene. E quando il mannaro scattò in avanti lei non chiuse gli occhi. Ebbe dunque tutto il tempo di vedere il marito, in forma animale, lanciarsi contro al lupo, atterrarlo di lato e affondare i denti nella sua gola. Solo allora, le palpebre le si chiusero




- - -

"KIM, KIM!"

aveva ripreso, blandamente, conoscenza, e c'era Neal a guardarla. Addosso lo sguardo più preoccupato, arrabbiato e disperato che gli avesse mai visto. Ma lei non riusciva a parlare. C'era qualcosa che glielo impediva, un blocco untuoso che le avvolgeva la gola e schermava le parole. Raccogliendo le forze che le erano rimaste era riuscita a sussurrare, in un rantolo penoso, sillabe  e niente più.

"Ba...bam...bi..nh.."

Un fiotto di sangue era scivolato via, sporcandole il mento, e Neal aveva uggiolato furiosamente. Ovvio che non ce l'avesse con lei, quanto era ovvio che il vederla ridotta in quel modo gli strappava il cuore dal petto.

"Stanno bene. Zitta. Non...parlare e...merda, Kim. Tu...resta con me"

L'aveva stretta più forte, ma Kim non riusciva più a dire nulla. Provava a sorridere, e la bocca non rispondeva ai suoi comandi, troppo gonfia per ubbidire ai suoi nervi. Gli occhi si erano inumiditi, mentre la mano di lui le carezzava i capelli impiastricciati di sangue e polvere. Era riuscita a spostare il polso, quel tanto che bastava per consentire alla mano di aggrapparsi alla collanina che Neal portava al petto. Aveva stretto l'anello nel palmo, come se volesse rassicurarlo sul fatto che sarebbe rimasta sempre, con lui, in un modo o nell'altro. Poi aveva chiuso gli occhi. Di nuovo. 



- - - 

Ciò che ora dico, me l'hanno raccontato. Perchè io non c'ero, stavo altrove. Di un altrove di cui vi parlerò in seguito. Mi hanno spiegato che Neal è come...impazzito. Aria ci aveva lasciato del "V", ma sapeva che le ferite erano troppo profonde perchè bastasse a farmi guarire, ed io troppo vicina alla morte per potermi trascinare indietro, il corpo troppo rovinato per ripetere l'esperimento fatto col padre. La disperazione aveva preso la mano, e a quanto ho saputo ci sono voluti due giorni per lavare via dal Pueblo il sangue che macchiava  il pavimento in pietra delle strade. A prescindere dai feriti, gran parte di quella graziosa tinta era attribuile a ciò che Neal aveva fatto ai superstiti. Se cosi possiamo chiamarli, insomma. Dei sovversivi, non sono rimaste neppure le ossa. Quanto a me...il "V" è bastato per mantenermi in vita il tempo necessario a far venire Aria. Ma a quanto so Neal già parlava di procurarsi un altro vampiro, di ucciderlo e darmi da bere. Insomma, l'ho già detto che era un pò sconvolto, no? Non si è mai mosso dal mio letto, e sono rimasta in...coma, credo, per circa un mese.Chiamiamolo coma, si. Ha quasi smesso di mangiare, e il suo unico pensiero oltre me erano i bambini, che comunque si faceva portare al mio capezzale, non osando allontanarsi. Troppo "V" mi avrebbe resa dipendente, dunque non so bene come mi abbiano curato. Credo c'entri anche Nastas. Quando mi sono risvegliata, comunque, ero ancora tra le sue braccia. E se contiamo la volta in cui gli avevo mostrato nel video il sesso dei bambini, e il giorno del parto, quella era la terza volta in tutto il tempo diviso assieme che vedevo mio marito piangere di gioia.



sabato 6 dicembre 2014

Va avanti, non fermarti

Gli era bastata un'occhiata, per capire che qualcosa non andava. C'era quel certo non so che, nel suo viso, che preoccupava e rattristava insieme. Tanto che, istintivamente, Kim aveva allungato la mano verso lo schienale della poltrona, quasi temesse di sentire notizie talmente brutte da necessitare di un sostegno, in previsione di un futuro mancamento.

"Mio padre è morto"

Eccolo li, il colpo al cuore, e l'improvvisa quanto dolorosa sensazione che ti abbiano bucato le vene e il tuo sangue stia defluendo via, per sempre, dal tuo corpo lasciandoti le arterie aride come il letto di un fiume prosciugato dalla siccità. Se ne stava li a fissare il marito, sconvolta, al punto che persino l'aura si era fermata, cristallizzata in infine spine di ghiaccio addosso al corpo della strega

"Ma...come..."
"L'hanno ucciso stamattina"

La quiete era durata poco. Lungo quelle stesse vene aride di poco prima si era sollevata impetuosa la corrente della rabbia. Spazzava via ogni buonsenso e logica, impazzita come un torrente in piena. Aveva piegato le dita della mano, finendo con l'artigliare il divano e stringerlo saldamente

"Chi è stato?"
"Non lo so, ma dobbiamo partire. Subito"
"Ma..."
"Ma, ma, ma...non sai dire altro?! Smettila di chiedere le cose, non ho tempo per rispondere alle tue fottute domande, ti ho detto che dobbiamo partire  quindi non rompere il cazzo e muoviti"

Si era arrabbiato cosi tanto che aveva preso una sedia e l'aveva lanciata contro al muro. Non gli era costato nulla,  l'aveva fatto con la stessa noncuranza con la quale una vecchina getteva a terra i fazzolettini usati. E aveva alzato la voce, finendo con l'urlarle contro, e stemperando la frase in un ringhio incattivito. Ma bastava guardarlo negli occhi, per comprendere che non era lei nè le sue domande il vero problema. Per quanto ci fosse rimasta male, Kim aveva fatto un passo indietro, e girato il viso verso la culla. Li vicino Davon, svegliato dalle urla del padre e dal rumore della sedia, aveva cominciato a piangere. Neal si stava passando le mani sul viso, spalmandosi addosso esasperatezza e dolore. A parte il pianto del bambino, il silenzio tra loro due regnava sovrano. Alla fine era stato lui a concludere il discorso

"Partiamo stasera, sistemo delle cose col lavoro e torno a prendervi"

Non le si era avvicinato, nè aveva detto altro, girandogli le spalle e uscendo fuori. Kim era rimasta ferma al divano, ma l'aura si era proiettata in avanti. Mentre lui scivolava oltre la porta Offa si era sciolta in un tripudio d'acque commosse, finendo per avvilupparne il corpo. Lo abbracciava, disperatamente, riflettendo la disperazione di Kim. Che avrebbe volentieri assorbito un pò del suo dolore, e del suo tormento. Se solo fosse esistito un incantesimo simile, lei l'avrebbe praticato. Ma non c'era, oppure era lei a non conoscerlo. Fatto sta che Neal se n'era andato sbattendo la porta, e a lei non era rimasto che indossare il costume da brava moglie gipsy e fare ciò che ci si aspettava in questi casi da una come lei: ubbidire al marito.

- - -

Modestamente parlando, posso dire che ieri è stato uno dei pomeriggi più merdosi della mia intera vita. Se  la batte col pomeriggio del giorno in cui è morta mia nonna e quello in cui Neal mi ha raccontato del tradimento. Si, direi che fa parte della pole position. Siamo stati catapultati dalla tranquillità al casino nel giro di poche ore. Com'è che la sera prima guardavamo Wall-e con i bambini, e la sera dopo eravamo in viaggio per l'Arizona? Non si sa. O meglio, si sa. Quando Neal soffre è impossibile stargli vicino e parlarci, è bene attendere che sia lui a cercarti e a dimostrare di essere pronto. Tende a chiudersi a riccio e a sbroccare molto più facilmente del solito. Dunque, una volta fatta volare via la sedia e aver traumatizzato Davon a vita, una volta allontanatosi per sistemare il necessario alla partenza, ho attaccato mio figlio al capezzolo e preso al telefono. E' stata Dakota a spiegarmi meglio quanto accaduto. Brevemente, mi ha raccontato di un clan rivale, di continui assalti negli ultimi mesi, dell'idea di Norwood di tenere il figlio all'oscuro di tutto per non farlo preoccupare più di quanto non lo fosse già per il proprio branco. Infine l'omicidio, nella mattinata, il cadavere trovato impiccato di fronte alla porta di casa, Cassandra svenuta per il dolore. Servivamo li, la famiglia serve a questo. Quando ho riattaccato mi sentivo più vecchia di trent'anni, e  Davon mi guardava come se potesse riprendere a piangere da un momento all'altro. Delle volte è cosi empatico che mi spaventa. Percepisce i sentimenti altrui con una spontaneità e un'esattezza impressionanti. Morale: ho dovuto metterlo in marsupio, e occuparmi delle cose della casa con lui addosso. Selene non mi ha dato problemi, ma lui è voluto rimanere vicino a me, alla sua mamma. Che poi è un pò quello che vorrebbe fare anche  Neal al momento. 

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Lui era ritornato in serata, con addosso una marea di orribili sensazioni. Cercava di non pensare al padre morto, di contenere la rabbia, di riflettere con lucidità. Ma faceva fatica a contenere quel nodo che si ingrossava sempre di più in gola,  di ora in ora. Gli affari erano sistemati, ed aveva persino trovato il tempo di vedersi con Jackson. Paccate sulle spalle, da veri uomini, una birra e dimostrazioni di solidarietà gli avevano sottolineato ulteriormente quanto fosse prezioso quel lupo come amico, compagno, fratello. Le luci accese delle casa erano riuscite, in parte, a lenire il suo dolore. In un modo o nell'altro era sempre bello tornare dalla moglie e dai bambini, sebbene la sua uscita pomeridana non fosse poi stata cosi gentile. Aveva sentito ridacchiare da dentro il camper, che era chiuso a chiave. I bambini erano li dentro, e le luci del mezzo erano accese. Kim, invece, l'aveva trovata in salotto. Il tavolo era totalmente sgombero, fatta eccezione per alcune sacche. La casa sapeva di pulito, e lei indossava un paio di jeans, una felpa nera, scarpe da ginnastica e l'espressione efficiente che mostrava in simili situazioni. Era intenta a stringere i nodi di alcune buste, che faceva poi sparire dentro un grosso cestino, quando lui era entrato. Gli aveva sorriso, come se fosse tutto apposto, come gli sorrideva ogni sera quando rientrava da casa

"Allora. Qui è tutto ok, sono pronta. Ho preso le ferie da lavoro, a tempo indeterminato. Ho chiesto ad Aria di passare a controllare la casa, di tanto in tanto. Preparato i bagagli per me, te e i bambini, e caricato tutto sul camper. Ai bambini ho messo anche un amuleto della calma in tasca, a ciascuno, cosi non faranno capricci durante il viaggio. Ho pensato che è meglio muoversi con quello, piuttosto che con la Jeep, perchè è più comodo per loro. Ma se preferisci muoverti in Jeep allora possiamo..."

Si era avvicinato, e l'aveva abbracciata. Senza dire niente l'aveva stretta a sè, e qualcosa tra loro due si era sciolto. Il riepilogo della situazione era stato accantonato, confuso nell'abbraccio e nei baci che si erano scambiati. La commozione si era fatta palpabile quando entrambi, spontaneamente, avevano iniziato a piangere. Sarebbero stati giorni difficili, e lo sapevano. Sapevano che sarebbero rimasti in Arizona per molto, molto tempo, e che li aspettavano numerose difficoltà. Che sarebbe stato chiesto loro di mantenersi forti e saldi, perchè avevano bisogno del loro aiuto e non di altri due da consolare, aiutare a loro volta. Ma, per il momento, erano ancora Neal e Kim. Nella loro casa, lontana dalle cattiverie del mondo. Erano semplicemente lì, l'uno per l'altra, e potevano mostrarsi senza temere di essere giudicati, additati, pesati, scartati. Erano scivolati a terra, ma il sesso questa volta non c'entrava. Per un tempo che a Kim parve infinito, rimasero li sul parquet rannicchiati, a cullarsi a vicenda, a sussurrarsi parole di cui non avrebbero ricordato il significato nè la consistenza ma che, in quel momento, erano balsamo per le loro ferite. Quando si erano rialzati, asciugandosi gli occhi, dandosi un ultimo bacio con tanto di schiocco a stampo come due adolescenti. si sentivano di nuovo padroni. Delle loro emozioni, di loro stessi, della propria vita. Uscirono di casa insieme, senza guardarsi indietro, senza crogiolarsi in rimorsi o rimpianti. Neal si era messo al volante, e lei aveva poggiato la mano sulla sua, ferma sulla leva del cambio. Si erano guardati, e avevano trovato la forza di sorridersi. Erano pronti per un altro viaggio, per una nuova guerra, per un nuovo inizio. Qualunque cosa li aspettasse loro erano insieme e si sentivano forti. Il resto era solo polvere, che nell'avanzare del camper andava ad attaccarsi al parabrezza, sporcandolo di ricordi e di addii.



- - -




Cha'tima, che nel linguaggio comune si traduce con "Colui che chiama" era il Negromante più potente che Kim avesse mai conosciuto. Persino Maya, a confronto, non era che una novellina. La sua aura si scindeva in una moltitudine inquietanti di corvi neri. Volteggiavano, intorno a lui, e occupavano il cielo fin quasi ad oscurarlo. Ne era rimasta cosi impressionata ed era talmente visibile il proprio sgomento che, istintivamente, Neal si era spostato in modo tale da coprirla in parte col proprio corpo e mettersi a scudo tra lei e l'uomo. Erano arrivati da appena un'ora, ed una donna del branco si stava prendendo cura dei gemelli dando modo loro di occuparsi del cadavere di Norwood custodito in una sala della tenuta. In quel momento, la stanza era affollata. Cassandra era stravolta dal dolore, e Dakota la sorreggeva al fianco destro, mentre Ben si manteneva al sinistro. Alla vista del padre privo di vita il marito era impallidito, ma non si era lasciato andare in lacrime o disperazioni varie. Sfoggiava un dolore composto, preferendo concentrarsi sui vivi piuttosto che sui morti, e dedicandosi alla madre e ai fratelli. Per lo meno finchè Nastas non era giunto, accompagnato da una piccola delegazione. Tra questi c'era il Negromante. Dakota traduceva per Kim la discussione che stavano tenendo in lingua Navajo

"Ashkii, il mio cuore piange col tuo. Ma non è ancora tempo che tuo padre si unisca al Grande Spirito. Siamo qui per aiutarti"
"Secondo la legge del branco quando un capobranco muore il cadavere va reso al fuoco, e alla polvere del deserto"
"Si, quando muore in uno scontro, e quando ciò avviene con onore. O quando il suo tempo nella terra è finito. Ma tuo padre è stato tradito, Ashkii, e se non vuoi che il suo Spirito vaghi in cerca di vendetta dobbiamo riportarlo tra noi"

A questo punto era stato Cha'tima a parlare. Fino ad ora non aveva dato neppure un'occhiata a Kim, rimanendo concentrato su Nastas e Neal

"C'è un rituale, molto delicato e piuttosto difficile da portare avanti, che consente ai Non Vivi di ritornare tali. Ma dobbiamo agire in fretta, prima che il corpo si decomponga. E ci vorrà del tempo, anche dopo"
"Dopo cosa?"
"Quando Norwood tornerà in vita, se mai tornerà in vita, non ricorderà niente per molto tempo e sarà troppo debole per poter fare il capo. Esattamente come un neonato, dovrete prendervi cura di lui. Inoltre..."
"Inoltre?"
"Abbiamo bisogno di un pegno. Un sacrificio. Qualcuno da uccidere e consacrare alla Morte per riscattare l'anima di tuo padre. Sappiamo che avete catturato degli uomini, legati al suo omicidio. Uno di loro, uno qualsiasi, sarà più che sufficiente"

Nella voce di Cha'tima c'era un tono talmente inquietante che, di nuovo, l'aura di Kim si era increspata manifestando un disagio crescente. C'era stato un rapido consultarsi di sguardi, tra  i membri della famiglia Saunders. Alla fine era stato di nuovo Neal a decidere.

"Va bene. Avrete tutto ciò che vi occorre. Andiamo"
"Tu non potrai con noi"
"Io vado dovunque vada il suo corpo"

Un ringhio sommesso aveva accompagnato le parole di Neal, e Nastas era intervenuto.

"La cerimonia va fatta nel Cerchio di Pietre ai piedi della Devil's Tower. Sai bene che non è consentito l'accesso ai comuni mortali"
"Io non sono un comune mortale"
"Sei un lupo, Neal. Lo siete tutti. Nessuno di voi può venire"
"No, non nessuno. Lei può"

Cha'tima stava puntando gli occhi su Kim, e d'improvviso si erano girati tutti a guardarla. Un brivido leggero era corso lungo la schiena della donna, ma era stato nuovamente il mannaro a rispondere

"Lei non va da nessuna parte"
"Sarebbe una buona idea, Ashkii, tua moglie è forte, e farebbe comodo un viso caro a tuo padre che lo guidi tra le ombre"
"Non hai sentito vecchio!? Lei non farà nessuna fottutissima cerimonia.."
"Neal..."

Era la voce della strega, assieme alla sua mano posata sul braccio del marito, ad attirarne l'attenzione

"Lascia che io vada"
"No. Ha detto che è rischioso"
"No. E' rischioso per il morto, non per chi è vivo. Non correrò alcun pericolo"
"Kim..."
"C'è Nastas con me. E Lapu. Non mi succederà niente"

Venti minuti dopo il corteo funebre si era allontanato in una processione silenziosa che aveva come meta ultima il deserto. Kim era con loro

 - - -

Abbiamo mentito, abbiamo mentito tutti. Non ho mai fatto un rito del genere, ma ho letto spesso di queste pratiche nei grimori negromantici dei Nash. E ricordo benissimo che in tutti accennavano alla possibilità che gli officianti perdessero la vita. O qualche arto. O qualche funzione fondamentale. Ho avuto conferma della faccenda quando Nastas mi ha bisbigliato in spagnolo se ero incinta. No, non lo sono. Ma con Neal si pensava di ampliare la famiglia, un giorno, dunque gradirei che il mio utero non diventasse la culla di Lucifero, grazie. Oddio. Pensavamo anche di andare a fare un giro al lago, domenica...ed eccoci qui. Eccomi qui. Sono scalza, ho il corpo dipinto da segni indiani, fa un freddo boia e la pelle di daino che mi avvolge non è calda abbastanza. Il tizio che il branco ha rapito se ne sta appeso su un palo, di fronte all'altare sul quale giace il corpo di Norwood. Cha'tima sta tracciando un pentacolo sul sale che ricopre il suolo, con quello che a conti fatti mi sembra del sangue. Ci troviamo in una grande distesa completamente bianca, ai piedi della roccia che viene identificata come Devil's Tower e che ci fa da sfondo, un chiarore dovuto al sale che increspa la superficie. E' notte, ma la luce di numerose torce ci consente di vedere tutto perfettamente. Cha'tima sta bisbigliando antiche parole, ed io al momento sono l'addetta alle erbe. Sto mantenendo vivi tre fuochi, dove arde legna di melo, e su richiesta del Negromante getto su ognuno di essi la mistura di erbe preparate ogni qual volta ripete una parola precisa. Salvia, Assenzio, Tasso. Ogni manciata fa sollevare un fumo denso, e sprazzi di luci rossastre. Siamo in tredici, con me inclusa, e ognuno ha qualcosa di diverso da fare. Finchè non è l'anziano a chiamarci a raccolta, e a farci disporre in cerchio. Nastas mi sta vicino, e mi chiede se ho paura. Un sentimento che vedo riflesso negli occhi di parecchi dei presenti. Non tutti sono negromanti, non tutti sono allievi di Cha'tima. Se mi concentro sento ancora il tepore della labbra di Neal premute sulla mia tempia, quando ci siamo salutati. Gli rispondo che con due gemelli e un marito mannaro non ho il tempo di avere paura. Lui ride, un sorriso sdentato che sa di tabacco, di anziano, di magia. Il Negromante inizia a parlare.

Ata'halne, principe della morte.
Tu che eternamente dimori nelle immensità dello spazio,
mio signore, mio demone
i cui tratti somigliano a quelli di un cane,
Custodisce i canali del Lago di Fuoco;
divori i cadaveri dei trapassati;
squarti i loro cuori e spezzi le loro anime
pur rimanendo invisibile.
O tu, che potentemente regni sulle Due Terre,
Signore dei Rossi Demoni!
Io so che tu domini sui luoghi delle esecuzioni
e che gli intestini dei morti sono il tuo cibo preferito.
Scostati da me! Spalanca per me le porte dell'Inferno, ho uno scambio da offrirti


Se tutto questo non fosse abbastanza inquietante, il terreno ha davvero cominciato a creparsi. E davvero l'inferno si è svelato, sotto i nostri piedi. Il tizio al palo urla, mentre dalle profondità del sottosuolo, attingendo al fumo dei fuochi, si plasma sotto ai nostri occhi la figura antropomorfa di un demone. Le nostre aure si fanno più intense, si stringono intorno a quella del Negromante. E il demone parla, con un tono che di umano non ha niente. Pensandoci, non riesco a descriverlo. Ricordo solo un suono talmente orribile, talmente angosciante, da far salire in gola il più remoto dei singhiozzi, e rinforzare anche la più piccina delle paure. Suppongo gli stia chiedendo dello scambio, dal momento che  Cha'tima indica Norwood, e infine si avvicina al palo. Tira fuori dalla tasca un athame, e senza troppi preamboli va a conficcarlo nel petto del sacrifico. Uno zampillo di sangue scroscia in avanti, colpisce il corpo del mannaro, e sembra fomentare il demone. D'improvviso, le fiamme si fanno più intense, e salgono in alto come colonne di fuoco a sostegno del cielo. L'energia che avverto è spaventosa, cosi come spaventoso è ciò che vedo. Il demone si avvicina al corpo, spalanca la bocca e strappa via l'anima a morsi, divorandola. Dice altre cose orribili, e infine sprofonda di nuovo nel terreno. Norwood rimane immobile e inerte, ed io non capisco. E' Cha'tima a farmi segno di avvicinarmi. Il buco nel terreno non si è rimarginato, l'energia è intatta nell'aria, le colonne di fuoco continuano a imperversare. Il Negromante mi fa segno di poggiare la mano sul petto del mannaro, e si preoccupa di tingermi il viso col sangue del sacrificio

"Va a riprenderlo, se ci riesci"


L'attimo dopo,  ho la sensazione di essere risucchiata via dall'interno. Una fitta dolorosa e il buio chiudono lo spazio dei miei ricordi.





 - - - 

Kim si risveglia a casa Saunders. E' fuori, Norwood è seduto nel portico al suo solito posto, e lei è li accanto a lui. E' una splendida giornata estiva, il sole sta tramontando e neppure una nuvola inquina il cielo. L'uomo, che sta sorseggiando una birra,  la guarda stupito.

"Cosa ci fai tu, qui?"

"...Dove siamo?"
"Siamo nel Paradiso"
"Sarebbe questo, il Paradiso?"
"Ognuno se lo costruisce come vuole. Io l'ho costruito cosi"

La Strega sente un dolorino, allo stomaco, e quando abbassa gli occhi c'è il pancione ad attenderla.

"Il tuo paradiso prevede che io sia incinta, Norwood?"
"Ovvio. Mi piace essere nonno. Specie delle femmine. Selene è davvero carina"

Da un altro sorso alla birra, mentre Kim gli si avvicina, poggiandogli una mano sulla spalla.

"Ricordi cos'è successo?"
"Si. Tutto quanto. E sapevo che sareste venuti a prendermi, ne avevo parlato con Nastas. Non mi aspettavo che venissi tu, però"
"Non me l'aspettavo neanch'io"
"Neal mi ucciderà di nuovo, pensando che tu sei venuta nell'Oltretomba per me"
"Neal ci ucciderà entrambi. Dunque, fossi in te, per la seconda volta amplierei un pò di più le scorte di birra"

Il mannaro ride, alzandosi in piedi e lasciando perdere la bottiglia. La supera di parecchio in altezza, proprio come Neal.

"Sei una nuora in gamba, piccola"
"E tu un suocero troppo giovane e cazzuto per morire cosi presto. Torniamo a casa"

Le poggia le mani sulle braccia, e stringe con delicatezza la presa, annuendo. Kim chiude gli occhi, e recita il resto del rituale. 

Tu che sei l'Oggi, lo  Ieri, il Domani.
Possa il nostro cuore fisico ritrovarsi al suo posto!
Possa il nostro cuore cosciente ritrovarsi al suo posto!
Che le nostre gambe ci siano restituite,
affinchè noi possiamo camminare tra i vivi.
Che ci siano ridate le braccia, affinchè possiamo abbattere i nostri nemici!
 Facci attraversare le porte che hai schiuso per noi.
Riportaci a casa.






- - -



"Se continui a stringermi cosi mi uccidi"
"Non ti permettere di parlare di morte dopo ieri, Kimberly. Se ti muovi da questo fottuto letto ti uccido sul serio. Finisco quello che ho cominciato in Messico, quant'è vero che mi chiamo Neal. Sta buona, e fatti imboccare"
"Ma posso mangiare da sol...vabbè, non c'è bisogno che mi guardi cosi. Imboccami"

Norwood è di la, sta subendo lo stesso trattamento da parte di Cassandra. E' debolissimo, e non  si ricorda di nessuno. Poco importa, tutti ricordano chi sia lui. E la moglie è ben determinata a fargli tornare la memoria. Neal, invece, pare intenzionato a non lasciare andare Kim più lontano del bordo del loro letto matrimoniale. C'è un pò più di serenità, adesso, in casa loro. La situazione è ancora critica, e delicata. Ma il capo branco è vivo. E loro sono insieme.

"Neal.."
"Che vuoi.."
"...Ti amo"
"...io no. Mi da solo al cazzo che la mia roba muoia, senza il mio permesso"
"..."
"...altro chili?"
"Si, grazie"
"Sei molto stanca?"
"No, ora sto meglio, perchè?"
"Mh...perchè magari dopo ti imbocco altro"
"Mh...perchè aspettare?"

Gli è salita addosso, ridendo, non badando al suo blando protestare di quanto non possa fare troppi sforzi. Qualcosa che gli è balzato via di mente quando lei si è sfilata le mutande, poco prima di scansare i boxer di lui. Ben intenzionata a fargli vedere che è ancora viva. Decisamente viva.