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giovedì 22 gennaio 2015

Vento che soffia da Ovest a Est




Nessun dolore, fino a quel momento, gli era mai sembrato cosi grande. La sensazione terribile di perderla, in maniera irreversibile, si irradiava dal petto in ondate sempre più rapide, seguendo il ritmo di un respiro accelerato e affranto. Per il momento, non poteva fare altro che tenerla tra le braccia, non riusciva a fare altro che stringerla. Come se rinsaldare la presa su quel corpo martoriato servisse a tenerla li, con lui. Se Neal avesse saputo come fare si sarebbe legato l'anima di Kim addosso. Un pò come si fa con i palloncini, quando si annodano i fili ai polsi dei bambini, affinchè possano fluttuare liberi nel cielo senza, però, disperdersi in esso.

- - -


"E' delizioso" 

Si era ritrovata a pensarlo quasi d'un tratto, senza neppure sapere come. Pensava, e già questo era un ottimo segno. Se  fosse davvero morta non avrebbe pensato, giusto? In realtà non ne era molto certa, come non era certa che quello che stava ascoltando fosse davvero il rumore dell'acqua. Acqua in una caverna, il tintinnare lieve delle gocce che, attraversando la superficie ruvida e salina delle stalattiti, precipitavano in punta verso una pozza buia e scura. Era un suono talmente confortante, e rilassante, che Kim non poteva fare a meno di pensare nuovamente che fosse 

"Delizioso. La cosa più deliziosa del mondo"

Dov'era, però, quella grotta? L'acqua, la stalattite...dove si trovavano? Intorno a lei c'era un buio talmente fitto che era impossibile distinguere cosa vi fosse a meno di un palmo dal suo naso. Eppure, stranamente, non sentiva nessun tipo di paura. Erano le tenebre più rassicuranti in cui si fosse mai addentrata. E, una volta tanto, non voleva uscirne.

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Le ferite del corpo stavano guarendo. L'ingresso nell' Hoogan era proibito ai più, e persino i familiari di di Neal dovevano chiedere permesso, prima di entrare a visitarla. Il mannaro non era in condizione d'animo di sopportare persone, domande, parole di conforto che non placavano quella rabbia sorda e quel senso di impotenza che gli faceva compagnia dal giorno dello scontro. Odiava tutti, ciascuno per un motivo diverso e - nei suoi pensieri - validissimo. Odiava suo padre, per averlo trascinato in quella faccenda, odiava sua madre per non essere stata li al momento giusto. Odiava i fratelli, per aver organizzato la missione, e gli indiani della tribù per non aver combattuto abbastanza. E odiava sua moglie, per non essere rimasta al sicuro dentro la casa, per aver voluto combattere. Era un odio egoistico, che si mescolava all'ammirazione verso quella cosetta cosi piccola e fragile. Sapeva che aveva agito da madre, e da membro della comunità. Lui, però, agiva da marito. Aria era una delle poche persone autorizzate a starle vicino, bambini a parte. Si era presentata quasi subito, non esitando a somministrarle il suo sangue, rivelandosi disponibile a qualsiasi cosa Neal avesse in mente, persino accudire i bambini. Già...i bambini. Aveva aspettato che Kim fosse un pò più presentabile, preoccupandosi lui stesso di fare cose come lavarle di dosso il sangue, o pettinarle i capelli, prima di portare i cuccioli nel letto a trovarla. Entrambi sentivano enormemente la mancanza della madre, e non riuscivano ad accettare del tutto che "dormisse". Specie Davon, si era impegnato più volte a farle carezze e a darle bacini, chiamandola ripetutamente. Ma lei immobile era, ed immobile era rimasta. Queste scene, per il mannaro, erano due volte più penose perchè accusava il proprio dolore e quello dei figli. Tuttavia pensava fosse importante che capissero che non era morta, che stava solo riposando. E in cuor suo credeva che lei potesse sentirli, un pò com'era stato per Moonie durante il coma. Quando Nastas o Aria non c'erano, nei paraggi, lui poggiava il viso sul cuscino e la fissava intensamente, non osando neppure toccarla. Gli sembrava bella anche in quel momento, persino adesso che era in bilico tra la vita e la morte, in un posto in cui lui non poteva raggiungerla. Una bellezza struggente e dolorosa, malinconica, ora che il bagliore degli occhi, il rossore delle guance e il sorriso ampio non si affacciavano più su quel viso. Ogni tanto, allungava la lingua a leccarle la spalla, in un gesto animale di conforto che si trasformava il più delle volte in un lugubre uggiolato per concludersi, singhiozzante, in un sospiro

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Aveva trovato l'acqua, e l'aveva usata per lavarsi il viso. La goccia era diventata cascata, e la cascata mare. Kim rideva, avvolta dalle bolle bianche di un'oceano blu. Non sentiva freddo o caldo, non avvertiva neppure il bruciore tipico causato dalla mancanza d'aria nei polmoni. Era semplicemente parte del proprio elemento e si sentiva leggera, priva di pesi che legassero il proprio corpo ad una dimensione piuttosto che a un'altra. Apprezzava una libertà mai sperimentata prima, qualcosa in grado di renderla euforica quanto una colossale ubriacatura, pur senza avere gli svantaggi della sbornia. In un certo senso, era come se i contorni del suo corpo non esistessero più. Lei respirava acqua, lei era acqua. Aveva dato un colpo di piedi, felice, risalendo verso l'alto a rincorrere l'ossigeno che le scivolava via dalla bocca, ordinato, in colonne di perle d'argento. La luce del cielo diveniva sempre più chiara, e luminosa, intensa al punto da ferire gli occhi. Nell'attimo in cui il bagliore era divenuto d'un bianco accecante aveva chiuso gli occhi, continuando a sorridere. 



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Superficialmente, stava meglio. Le varie lacerazioni si erano rimarginate, i gonfiori delle percosse attenuati, i lividi da viola erano scoloriti in un pallido giallo. Ma, ancora, non si svegliava. Le pozioni di Nastas, il sangue di Aria, sembravano non essere uno stimolo sufficiente a strapparla dal sonno. Neal si era rifiutato, categoricamente, di mandarla in un' ospedale anche quando si era bisbigliata al suo orecchio la possibilità che una perdita di sangue all'altezza del cervello avesse compromesso funzioni vitali non monitorabili da una semplice occhiata. Non poteva, essere cosi, non doveva essere cosi. Dunque si affidava a quanto assicuratogli da Nastas. L'arcistregone era convinto che il corpo di Kim stesse completamente guarendo, probabilmente era l'anima di lei ad aver bisogno di riposo. Per un lupo, l'idea che la propria compagna volesse prendersi una "pausa" da lui e dalla loro famiglia era inconcepibile. Doveva esserci qualcos'altro dietro, ne era sicuro. Ma col passare dei giorni, la sua mancanza si era fatta accesa. Alla preoccupazione sulla sua salute si era mescolata la stizza, perchè lei continuava a rimanere muta, immobile. Aveva bisogno di distrarsi, di pensare ad altro. E c'erano affari urgenti, che l'avrebbero aiutato in questo.
Da tempo era stato scoperto chi aveva cospirato contro il branco, e una decina di mannari sopravvissuti alla mattanza attendevano nelle prigioni di Las Nubes di sapere cosa ne sarebbe stato di loro. Nel pomeriggio Neal aveva lasciato la stanza della moglie per dirigersi all'Arena. I due traditori, due membri del branco da sempre in polemica con la famiglia Saunders, erano stati incatenati a due pali. Il branco e la tribù erano riuniti, a formare un circolo, e indossavano i paramenti delle cerimonie solenni. Il sole stava tramontando in quella che sembrava una pozza di sangue, quasi fosse lui stesso intimorito dalla scena che stava per consumarsi sotto quei cieli. Lateralmente, il gruppetto di prigionieri era stato fatto sedere in terra, sorvegliato a vista da cinque mannari ben poco raccomandabili. Alla vista di Neal, i due Desert legati ai pali avevano cominciato a sciorinare una serie di spiegazioni, richieste di perdono, suppliche. Lamenti che si erano dissolti in gemiti, e nel raccapricciante rumore della carne che si lacera, quando il lupo aveva trasformato le proprie mani in artigli, conficcando le dita nei loro sterni per strappare, ad entrambi, il cuore. Le braccia avevano guizzato, possenti, e nel momento dello strappo il viso non tradiva il benchè minimo scrupolo. Gli occhi, accesi di una sfumatura dorata, erano rimasti impassibili per qualche istante a  guardare i due muscoli palpitare, ancora per qualche secondo, nei propri palmi mentre fiotti di sangue scuro scivolavano via dalle ferite, insozzando il pavimento. Se ne era sbarazzato poco dopo, consegnandoli a due Negromanti li accanto. Urla di guerra avevano fatto da preludio all'intensa serata di riti, per maledire le loro anime, che avrebbe accompagnato l'attività della congrega. Poi Neal aveva liberato i corpi dai pali, e assicurato le loro caviglie a due cavalli pezzati, condotti li da Lapu. Si era girato verso il proprio branco, la voce limpida  e feroce nel silenzio surreale che si era creato

"Chi vive nel disonore, non merita una morte onorevole. Niente sepoltura, nè luogo in terra per conoscere la pace. Cosi è stabilito, e cosi verrà fatto"

Aveva poi dato due pacche sulla schiena ai cavalli che, spaventati, erano corsi via trascinandosi i corpi. Ci avrebbe pensato il deserto, le rocce dell'Arizona, gli animali ed il tempo a consumarne i corpi. Si era dunque girato verso il gruppo di prigionieri, qualcuno di loro tremava, altri avevano cominciato a piangere. I cinque mannari si erano mossi, prendendoli a pedate quanto bastava per costringerli ad alzarsi. Neal aveva steso il braccio, puntando l'indice verso l'orizzonte

"Se riuscite a superare la roccia a forma di mano, allora siete liberi"

Sbigottiti, gli uomini e le donne si erano guardati tra di loro, confusi prima di adocchiare il punto da lui indicato. Poi avevano cominciato a correre, alcuni di loro in forma umana, altri evocando frettolosamente la loro natura. Neal se l'era presa con calma, concedendo loro il vantaggio che un predatore esperto vuol dare alla preda, per far durare più a lungo la caccia e godere a fondo della paura dell'avversario, prima di trasformarsi a sua volta.

Il mattino dopo i dieci corpi privi di vita, orribilmente mutilati, vennero impalati ai confini del territorio, come monito agli altri branchi, lezione di vita per le generazioni future, cibo per i rapaci della zona. 



- - - 

Aveva riaperto gli occhi risvegliandosi in un luogo privo di confini, di orizzonti, di riferimenti. Era un punto di colore in un universo di bianco, e seppure non vi fosse niente da guardare sentì che le pupille si riempivano di bellezza, e perfezione. Fluttuava, una brezza leggera a carezzarle la pelle, sussurri e bisbigli di vento tra i rami come sottofondo di quel breve momento. Finchè non aveva girato la testa, e nello sguardo non era inciampata la figura di un'altra donna. Capelli scuri, lunghissimi, e occhi neri come carbone. Più bassa di lei, ma dalle forme armoniose, esaltate dalla carnagione olivastra. Aveva gli zigomi alti, e le labbra carnose, ed era teneramente familiare. Kim si schiarì la bocca, in un tossire lieve, prima di lasciare che il battito del suo cuore si azzardasse a formulare la domanda che le era balzata in mente:

"Mamma?"
"Si"

- - -

Era sporco di sangue dalla testa ai piedi quando si era sdraiato nel letto dove Kim continuava a dormire. La caccia lo aveva fatto sfogare, ma non era stata in grado di riempire il vuoto che la sua assenza gli scavava dentro. La mano sinistra aveva cominciato a carezzarle il viso, con delicatezza, incurante di macchiarle di sangue le labbra  mentre vi passava sopra il pollice

"C'è il sangue dei tuoi nemici, qui. Lo senti, bambolina? Ho ucciso per te, e punito chi ti ha fatto del male. So che avresti apprezzato, apprezzavi sempre questo genere di cose."

Aveva sospirato, sfinito, poggiando la fronte contro la sua tempia e dandole una breve lappata. Ad occhi chiusi, senza rendersene conto, cominciò a parlare

"Torna da me, e avrai tutto ciò che il tuo sciocco cuore desidera. Ogni orribile vestito scosciato, ogni vacanza strampalata. Tutti gli inutili accessori da cucina, e gli anelli, e le collane. Torna...e ti darò più tempo e attenzione di quanto non abbia mai fatto. Andremo di nuovo a caccia insieme, e vedremo quelle serie televisive del cazzo. Torneremo in quel puzzolente negozio di frocetti, e potrai dipingere di rosa anche il cesso. Ti compro un'intera distilleria, e ti ci faccio fare il bagno. Kim...Non...farmi fare la figura del gay, ti prego. Non puoi aver dimenticato tutta la nostra vita, e la felicità che respiravi. Non puoi non voler vedere i tuoi figli crescere, e smettere di dividere le tue notti con me. Mi appartieni, siamo una cosa sola. Se muori tu, io muoio con te. Avevi già tutto, avevi ogni cosa. Ma, se torni, ti darò di più. Kim..."

- - -

Aveva passeggiato a lungo con la madre, mano nella mano. Luminitza era più giovane di lei, ma la cosa non pareva turbarla visto che si sentiva comunque una bambina, ed era felice di aver ritrovato il suo ricordo. Era stata la nonna materna  a cancellare dalla sua mente quell' orribile notte. Ma gli incantesimi sulla memoria non sono tanto precisi e infallibili, e presentano ampi margini di incertezze. Baba aveva sradicato anche tutti i ricordi che legavano Kim alla madre, facendole dimenticare le fattezze del volto, il suono della sua voce, il profumo della sua pelle. Il tempo aveva fatto il resto, accumulando nella sua testa altre emozioni, altri suoni, altri odori e togliendo spazio a quel briciolo che rimaneva. Erano rimaste insieme, senza dirsi niente a parole, lasciando che fosse il loro abbraccio o il loro sguardo a parlare a parlare. Dal nulla, un letto aveva fatto la sua comparsa. Lumi aveva raccolto tra le braccia una Kim sempre più piccola, mettendola tra le lenzuola colorato e rimboccandole le coperte al mento

"Vuoi restare con me, per sempre?"

La bambina ci aveva pensato su, socchiudendo gli occhioni per qualche minuto, prima di rispondere

"Sono madre anche io, ora. Vorrei tornare dai miei figli, e da mio marito"

Lumi aveva sorriso, e annuito, chinandosi a poggiarle un bacio sulla fronte proprio mentre Kim le sussurrava

"Mamma, chi è mio padre?"
"Il suo nome è Stellan Larsenn. Cercalo, Kim. Lui non sa che tu esisti"

Poi c'era stato il bacio, il più tiepido e dolce che lei avesse mai ricevuto. Una lacrima era scappata via, dalle proprie ciglia, e si era fermata addosso alla guancia di Neal che le dormiva sul petto. Aveva un terribile sapore metallico, in bocca, e duecento chili di marito a gravarle addosso

"Mhhh.."

Le prime parole, dopo tantissimo tempo, suonavano strane alle sue orecchie ed erano come l'acqua nel deserto, per il mannaro. Nel sonno, aveva mosso appena le orecchie, svegliandosi del tutto qualche secondo dopo e drizzando la testa di scatto. Una scarica di adrenalina gli era risalita lungo la spina dorsale, quando invece che le solite palpebre abbassate si era specchiato negli occhi azzurri della moglie.

"Kim!"
"..Te...quila..." 

L'aveva scandito con semplicità disarmante, indicandosi la bocca, mentre una smorfia schifata le si dipingeva sul viso. A Neal si erano annacquati gli occhi mentre la prima grossa, liberatoria, risata dopo settimane di malinconia si faceva largo nei suoi polmoni. Rideva, mentre il suo corpo dava il benvenuto al sollievo, e la sua bocca si chinava a sfiorarle le guance, le tempie, la fronte. Le lacrime gocciolavano addosso a Kim, che sorrideva ancora assonnata. In preda a quelle feste, aveva sollevato le mani a carezzargli le braccia, umettandosi le labbra per gracchiare, ancora, profondamente rilassata

"Ti..amo.."

Phoenix - 14 Giugno 2015

Si era ripresa, definitivamente, ma un pò come durante i primi mesi della gravidanza non riusciva a scrollarsi Neal di dosso. Le stava attaccato, concentrato su di lei in maniera a tratti morbosa e ossessiva. La strega non ricordava una premura simile, se non nei primi mesi della gravidanza dei bambini. Eppure, anche in quel frangente, lui era comunque meno ossessivo. In tutta franchezza, avere un marito che ti vizia tutto il giorno, tutti i giorni, è piacevole. Avere un marito mannaro che ringhia a chiunque, secondo il SUO metro di giudizio, ti causi dello stress...è un pò meno piacevole. Era dunque con incredibile scazzo e rassegnazione che, all'alba di un giorno qualsiasi, lei aveva poggiato le chiappe sull'auto. Assonnata, un caffè bollente in mano, non aveva ottenuto dal marito che qualche grugnito alla propria richiesta di spiegazioni. Sospirando, aveva poggiato il caffè nel cruscotto, e si era risistemate meglio nel sedile, socchiudendo le palpebre solo per "riposare gli occhi".
Un paio d'ore dopo, quando le aveva riaperte, si trovava all'aeroporto di Tucson. Un Neal tesissimo stava scaricando due grosse valigie, e lei era scivolata giù dall'auto con l'aria spaesata di chi stentava ad afferrare il senso di tutto.

"...Che ci facciamo qui?"
"Partiamo" 
"...Partiamo?"
"Si, Kim, è quando due persone vanno da un posto all'altro"
"...E dove cazzo stiamo andando?"
"A fare la luna di miele, in Italia"

Se il cuore della strega si era perso un paio di battiti, tanto da costringerla ad allungare una mano verso lo sportello posteriore della jeep, ed appoggiarcisi contro, il cuore del mannaro batteva tutt'altro ritmo. Non è che non volesse partire, dopotutto l'aveva organizzato lui quel viaggio, era che l'idea di stare per ore ed ore ed ore in un piccolissimo abitacolo sospeso nel vuoto gli metteva addosso una scarica di nervosismo e di frustrazione tale da impedirgli di stare fermo in un unico punto per più di una manciata di secondi. 

"Ma...e i bambini?"
"Te li ho fatti salutare! Staranno coi miei, e staranno benissimo"
"Ma...Dio è...una cosa cosi...bella e..."

Si era avvicinato a Kim, alla fine, afferrandola dalle braccia per ottenerne l'attenzione, e riportare il suo sguardo nel proprio.

"Si si, tesoro, è tutto molto romantico e bellissimo. Adesso ascoltami però. Ho con me dei sonniferi, devi darmeli subito dopo che siamo saliti eh..tu l'hai già fatto no? Spiegami cosa mi...fanno, prima di entrare nell'aereo. E un'altra cosa...dovresti fare quel magicabula, di cui mi parlavi. Sai, quello che consente all'aereo di non cadere. Bada, Kim. Goditela. Perchè le prossime vacanze che faremo saranno tutte a portata di auto, ok?"

Lei non sentiva. Era troppo felice, troppo contenta. Stava già pensando a loro due, in Italia, lontano dai problemi e dagli affanni. E per tutta risposta si era alzata sulle punte, lo aveva abbracciato al collo ed era andata a stampargli un bacio in bocca con un'intensità erotica tale da far fare il segno della croce ad una vecchina che stava passando loro accanto. 

- - -



Abbiamo camminato sotto al sole, e nell'aria fresca delle prime ore del mattino. Camminato la sera, tra le luci di palazzi antichi e di piccoli ristoranti sparpagliati lungo le coste. Siamo stati in giro come piccoli vagabondi, senza altro pensiero che non fosse rincorrere la nostra felicità, senza altra voglia che quella di goderci un istante alla volta. La mia pelle si è colorata, e quella di Neal ha assunto nuovi odori. Ho il sapore del sale, sulla mia lingua, ogni qualvolta mi attardo sul suo corpo. E l'odore del cibo buono, del tempo lento, del sesso sfrenato senza pannolini da cambiare, pianti da placare, demoni da combattere. Ha scattato mille foto, ed io ne ho altrettante ben impresse nella mia mente. I riflessi della sua barba, inzuppata dall'acqua di mare, mentre emerge piano dalle onde per tirarmi dai piedi, a sè. Il suono della sua risata, mentre litigo con una tizia al mercato di Porta Portese, contrattando per il prezzo di una borsa. E il silenzio tra noi due, mentre stiamo col naso all'insù, a fissare un cielo macchiato di stelle su una Napoli bellissima e notturna, affacciati dalla terrazza del Vomero. La pizza, buona come in nessun altro posto al mondo, sottile e croccante, traboccante mozzarella. Rubata, per gioco, dalla sua bocca e fautrice da una lotta acerrima su a chi debba spettare l'ultimo morso. I dolci di Roma, la voluttuosità di un tiramisù portato sino in camera, spalmato addosso, leccato via, morso e poi imboccato. Sospiri che sanno di cacao, caffè, e della voglia che il pomeriggio non finisca cosi presto. E poi il mare. Scosso dal vento, impiastricciato d'onde, azzurro e caldo, di una trasparenza surreale. Mare nei miei occhi, e nei suoi, mentre rimaniamo sulla spiaggia anche quando tutti se ne sono andati, e scende l'umidità della sera. La sabbia si raffredda, sotto ai nostri corpi, ma io non sento più il gelo da quando c'è lui che mi abbraccia. Abbiamo fatto tutto a modo nostro, al solito. Preferendo, ai ristoranti di turno, chioschi fritti e rifritti di cibo da strada. Birra al posto dello champagne, e parchi al posto delle gallerie d'arte. E' stata la nostra vacanza, anche nei dettagli. In Neal che ringhia quando qualcuno mi fissa il culo, in me che faccio "accidentalmente" combaciare la pallina di gelato al naso della ragazza che lo leccava ammiccando a Neal
In un punto remoto, delle nostre coscienze, c'è un sottile senso di colpa per aver lasciato a casa i bambini. Molto, remoto. E' una sensazione che si mescola a quella prepotente della nostalgia, specie quando la sera ci colleghiamo al pc per vederli. Poi però tiriamo le somme, e concludiamo che una vacanza da tutto, e da tutti, ci serviva. Per parlare un pò degli ultimi mesi, del futuro. Ed anche del passato

- - -

Sono sul letto, ben accoccolati l'uno all'altra, niente posizioni erotiche a condire la serata. Neal sta accarezzando la spalla di Kim, e lei tiene gli occhi puntati sulla terrazza, e sullo scorcio di mare notturno che gli sta regalando. Si chiacchiera, da qualche minuto, dei momenti belli e degli imprevisti di quei giorni spensierati, in un clima pacioso che è il preludio al sonno. Quando il cuore di Kim vira direzione, battendo nel petto del mannaro rintocchi un pò più sentiti

"Sai...quando ero in coma? Ho...visto mia madre"

Non è mai stata molto abile, nei giri di parole, ed ha sempre preferito dirgli le cose nella loro interezza, e nel modo più diretto possibile

"Mi ha parlato di alcune cose e...mi ha detto il nome di mio padre" lo sussurra, pigiando la bocca sul suo pettorale, prima di risollevare il mento per guardarlo. Neal non si scompone, distogliendo gli occhi dal soffitto per cercare quelli della moglie

"...dunque, inizierai a cercarlo?"
"Se non hai nulla in contrario, si"
"Sai come la penso a riguardo. Per me è una cazzata. Ma se è una cosa che ti aiuta a stare bene..."

Si prende una pausa di silenzio, spostando la mano tra i suoi capelli, senza smettere di carezzarla

"Devo...dirti una cosa anche io. C'entra sempre un padre"

Si umetta le labbra, inspirando a fondo

"Il vecchio vuole dimettersi, e gestire il branco come braccio e non più come mente. E' stanco. Ha combattuto troppo, dice. Vuole godersi  i nipoti, e la vita. Ed ha figli a sufficienza per farlo serenamente"

Fino ad allora, non avevano mai parlato di cosa sarebbe loro successo quando la faccenda di Norwood sarebbe finita. Al solito, si preoccupavano dei problemi quando si presentavano. Kim leggeva, negli occhi del mannaro, qualcos'altro. Un dubbio, un pensiero, un desiderio che stentava a condividere con lei. E solo in fondo, alla fine, aveva intuito che la ragione di quel tentennamento fosse il timore che la moglie non potesse prenderla bene. Si era spostata, dunque, scivolando con garbo su di lui  fino a sfiorargli le labbra, con un bacio

"Vuole che tu resti a casa, vero?"
"...Si. Quanto a te...sei mia moglie, non ti manderanno di certo via. Specie dopo gli ultimi avvenimenti. Ma...tu..cioè...a te?"

Lei aveva continuato a baciarlo, scivolando sulle guance, in una moina che sapeva di affetto, prima di tornare a fissarlo negli occhi. Sorrideva

"Vendi la casa  a BonTemps. E trasferiamoci, definitivamente. Casa mia è dove sei tu. I bei ricordi che abbiamo li, ce li portiamo dentro...sono una zingara, ricordi? Le nostre radici non crescono mai troppo a fondo in un posto"

L'aveva stretto più forte, la voce che diventava a poco a poco un bisbiglio

"Casa è dove ci sei tu, e dove portiamo i bambini. Non conta nient'altro. L'Arizona è un posto bellissimo dove vivere, finchè ci andrà. Phoenix è la nostra nuova casa, Neal"


venerdì 14 novembre 2014

Genitori e figli




Se c'era una cosa che Kim aveva appreso in fretta, nonostante fosse al mondo relativamente da poco tempo, era che quando Ivan entrava sbraitando era più prudente stare zitta e dare nell'occhio il meno possibile. Quell'uomo non le piaceva, e se lui non le aveva mai dimostrato apertamente affetto o apprezzamento la bambina, di suo, si rivelava particolarmente diffidente e per niente entusiasta nei suoi confronti. Ogni volta che la prendeva in braccio piagnucolava e cercava di sgusciare via e ritornare tra le braccia accoglienti di Luminitza. La nascita di una femmina non era stata accolta con entusiasmo dallo zingaro, e gli atteggiamenti della piccola non aiutavano a fargliela benvolere. Più lei cresceva, inoltre, più spiccavano caratteristiche somatiche che non appartenevano alla moglie o al suo ramo familiare. C'era qualcosa di nordico, in lei, nel taglio e nel colore degli occhi cosi come nell'espressione del viso. Ivan non aveva perso tempo e. intenzionato ad avere un maschio, si era da subito messo d'impegno con la moglie per cercare di metterla incinta, di nuovo. Era passato oltre un anno e di nuovi concepimenti non c'era traccia. Mese dopo mese, un insieme di piccoli dettagli aveva instillato nell'anima ignorante e gretta dell'uomo un sospetto sottile quanto fastidioso. Un tarlo continuava a ticchettare, nella sua mente, ma non sapeva bene definire cosa lo mettesse in agitazione. Nessuno seppe mai come gli venne in testa di fare un test della fertilità. Forse parlando con qualche altro zingaro, o magari prendendo spunto da un film visto in televisione. Fatto sta che quel giorno le grida dei coniugi erano particolarmente alte, interrotte solo dal brillare tumultuoso dei tuoni e dal rumore di cocci gettati a terra, alla rinfusa. All'interno il plico dell'ospedale giaceva in terra, dimenticato nel caos che l'accesa discussione aveva degenerato. Kim stava in piedi, nella sua culla, aggrappata alle sbarre di legno teneva gli occhioni fissi sulla madre. Non piangeva nè frignava, abbiamo detto, ma la guardava con aria supplicante comprendendone il dolore. Luminitza era riversa a terra, il peso del corpo sostenuto con la mano destra mentra la sinistra si tamponava il viso. Sul mento gocciolava il sangue che l'ultimo pugno di Ivan aveva fatto schizzare via dal naso. Lo stesso sangue che, dalle nocche dell'uomo che stava in piedi di fronte a lei, cadeva in terra sul pavimento a ricongiungersi con l'altro. Aveva alzato il piede, per sferrarle un poderoso calcio lungo lo stomaco, continuando e inveire contro di lei. Un gemito aveva accolto l'impatto. E Luminitza si era stesa a terra, dolorante. Raccolse le forze quanto bastava per piegare il collo e vedere il volto di Kim per quella che comprendeva sarebbe stata l'ultima volta. E poi, sfrontata, la testa si era girata di scatto per fronteggiare - per quanto possibile da quella posizione - il marito.

"Si, Si, si, SI! Ti ho tradito! L'ho fatto, e molte volte. Perchè ero stanca di accoppiarmi con un'animale, con un grosso ubriacone sfaticato che non sa fare altro che grugnire  come il peggiore dei porci. E mi è piaciuto, e lo rifarei. E lei non è figlia tua, perchè non sei neppure buono a mettere incinte le donne. Non hai onore, non hai ricchezza...non vali un cazzo, Ivan Cocek!"

Aveva urlato, ponendo in quello sfogo tutto il dolore e la rabbia accumulata nel corso degli anni. Ivan, non abituato a sentirla rispondere, si era per un pò fermato ad osservarlo stupito e ottuso. L'attimo dopo aveva abbassato la mano a raccogliere tra le dita il collo sottile ed elegante della zingara. L'aveva sollevata in aria come se pesasse nulla e a niente era valso lo scalciare di lei. L'urlo gli era morto in bocca, mentre lui rendeva la presa più stretta, fissando la vita scivolare via dagli occhi di lei. D'istinto, nel sentirsi soffocare, aveva portato le mani attorno alla gola conficcandogli le unghie nelle carne. Ma, ahimè, non era bastato. E quelle stesse braccia ricadevano, adesso, inerti ai fianchi della donna. Se la pazzia aveva, nell'attimo stesso dell'omicidio, preso il sopravvento era con estrema lucidità che aveva lasciato ricadere a terra il corpo inerte della moglie, preso tutti i soldi presenti in casa, dato un ultimo sguardo alla bambina e - in un guizzo finale di cattiveria - chiuso persino la luce prima di sparire nella bufera. Forse neppure il cielo, a giudicare dall'enorme quantità d'acqua che riversava sulla terra, approvava quanto appena avvenuto. E Kim? Al buio, rimaneva aggrappata alle sbarre della propria culla, non riuscendo a comprendere cosa fosse successo alla madre. Un lampo, di tanto in tanto, illuminava il corpo della donna facendo poi ripiombare nel buio la stanza. Il cuore le batteva talmente forte, nel petto, da superare in fragore persino la pioggia

"Mama?"

Aveva quel modo particolare, di chiamare la madre, non riuscendo a pronunciare a dovere la doppia emme della parola mamma. A mano a mano che i minuti passavano, senza che risposta giungesse, ansia e paura prendevano piede nel cuore della bambina. Che, ora si, cominciava a singhiozzare. Il pianto si levò alto e forte, riecheggiando nelle tenebre in cui era piombato il camper. Kim scuoteva forte le manine, attorno alla culla, infastidita da quella prigione che la teneva lontana dalla madre, continuando a invocarne il nome. Un terrore cosi forte da manifestare i primi segni di ciò che sarebbe diventata, un giorno. Spinta da un'energia invisibile, puramente magica, la culla si era ribaltata in avanti. E lei aveva gattonato fuori, sul pavimento, raggiungendo Luminitza.Quando la nonna era arrivata, qualche ora più tardi, aveva trovato la bambina distesa accanto al corpo materno. Non piangeva più e continuava senza sosta a carezzare il viso della donna, incurante del sangue che le impiastricciava le manine, neanche volesse rassicurarla che andava tutto bene, e che tutto si sarebbe sistemato. 



Selene ha detto la sua prima parola. Ed è stata "Papà". Niente tentennamenti o imprecisioni, l'ha detto proprio bene, con un sorriso sbrodolante amore e dolcezza, pieno di assoluta fiducia nei confronti di quella manona che andava a stringerla. Un momento davvero toccante, dunque. Se non fosse che poi Neal è andato in giro a vantarsene per una settimana, rimediando una serie impressionante di giri di birra gratis dagli amici del Lou Pine's e beccandosi una fitta sequela di insulti da parte mia ogni qual volta mi prendeva per il culo sottolineando come non fossi al centro dei suoi pensieri. Contro ogni previsione, inoltre, Davon non pare più handicappato. Adesso dorme molto di meno, e pare tutto impegnato a curiosare in giro per caso. Mette in bocca qualsiasi cosa gli capiti a tiro, e quando il sapore non lo convince allora tenta di romperlo. E poi lo riassaggia. Mi pare logico. Certe volte, però, i risultati ottenuti non lo entusiasmano. Come quando ha messo in bocca quell'uovo, e poi l'ha buttato sul tavolo, assaggiandone il contenuto. Sono entrambi piuttosto forti, piuttosto pesanti, e piuttosto belli. E fanno strage di cuori qua e la per il mondo. Tra le loro ultime conquiste anche Juniper. Una biondina davvero simpatica che hanno rimorchiato (mio dio, che cosa figa, hanno si e no un anno e già rimorchiano i miei figli) al supermercato. Ci siamo tenute in contatto, in questi ultimi giorni, ed è passata in negozio per portarmi dei regali per i bambini e raccontarmi di quanto, ultimamente, si senta stressata. Ci credo, è diventata lupa. Dev'essere l'autunno, a scatenare simili cambiamenti. Ricordo che Neal divenne lupo proprio in questo periodo dell'anno. Rompeva tutto, gli ho dovuto comprare i piatti di metallo, perchè non calibrava bene la forza. E ogni piccolo rumore gli dava al culo. E aveva sempre voglia di scopare. In realtà, ora che ci penso, non è che sia cambiato molto rispetto ai primi tempi. No, scherzi a parte, quando vuole sa essere estremamente delicato. Lo vedo quando si approccia ai bambini, con cautela, quasi temesse di poterli acciaccare con un respiro un pò più forte degli altri. Sono certissima che potrebbe farlo. L'autunno, inoltre, ha portato tutta una serie di novità. Il MoonGoddess ora è di proprietà di Chalice, Joy si è trasferita, e devo ammettere che mi manca molto. C'è un nuovo stregone interessante, in città. Seth. Ci siamo visti una volta sola e mi sembrava piuttosto talentuoso, sebbene ancora molto spaventato. Vedremo come si evolveranno i nostri rapporti, in futuro. 



Neal se ne stava seduto su una roccia, all'interno della grotta in cui aveva trovato riparo, incurante della polvere rossastra che gli si aggrappava sui vestiti, sfoggiando l'espressione imbronciata di chi è consapevole di aver subito una grave ingiustizia e vuole renderlo ben presente al mondo. Aveva dodici anni, ed i muscoli erano ancora un miraggio cosi come la barba nonostante, stando alle cronache del tempo, provasse ogni mattina a farsi la barba con il padre e controllasse minuziosamente petto e ascelle nella speranza di avvistare un virilissimo segno di peluria da qualche parte. Al momento, però, a turbare i propri pensieri non era la virilità quanto il fatto che qualcosa, in lui, doveva essere andato storto. Anzi, no. Il problema non erano lui...ma i genitori. Com'era di fatti possibili che entrambi i gemelli, di un paio d'anni più piccoli, si fossero trasformati in lupi...e lui no? La prima muta era avvenuta ormai da una settimana. Inizialmente Neal era contento e si aspettava che anche lui, di li a poco, avrebbe manifestato certi segni. L'attesa, però, si era rivelata vana. A questo punto, invece che disperarsi, lui si era incazzato. Ben deciso a non fargliela passare liscia, se n'era andato via di casa dopo aver fatto fagotto e lasciato, in cucina, la seguente lettera

Cari genitori, anzi EX genitori.
Mi pare CHIARO che dal momento che io sono il più bello dei vostri figli avete pensato bene di premiare Dak e Ben facendoli diventare lupi cosi potevano essere un pò fighi quanto me. A me però non pare giusto. Meritavo anche io un simile regalo, e dovreste vergognarvi per non avermi affatto considerato. Sarei stato un lupo fighissimo e fortissimo, ma siccome voi siete cattivi e a me non ci pensate avere preferito dare a loro questa possibilità. Sono molto arrabbiato con voi. Arrabbiatissimo. Beh, cari EX genitori, sapete cosa vi dico? Che se a me non pensa nessuno vorrà dire che a me ci penserò io. Non ho bisogno di voi nè dei miei fratelli nè delle mie stupide cose

Ps il Nintendo me lo porto, perchè era un regalo di compleanno e quello non conta.
Firmato
Neal il Solitario
Il vostro ex figlio

Quando Norwood e Cassandra erano rientrati, oltre alla dichiarazione piena di errori grammaticali, avevano anche trovato i letti di Ben e Dakota ricoperti da uno spesso strato di letame.  Dopo qualche ora, una cucciola di lupo aveva fatto la sua comparsa. Neal aveva accolto la sua sorella gridandogli contro 

"Va via, ho detto! Non voglio vedere nessuno!" E per rimarcare il concetto si era persino sprecato a lanciarle un sasso contro, badando bene di mancarla. 
La Resistenza, era durata per tre giorni interi. Lo stomaco gli brontolava terribilmente, a quel punto, e si era reso conto che portare dietro il Nintendo e non avere una scorta extra di batterie non era stata una furbata. Inconsapevole di essere sorvegliato a vista, dai genitori, il mattino dopo aver passato l'ennesima notte al freddo si era risvegliato con di fronte la sagoma imponente di un lupo nero. 
Aveva battuto le palpebre, incerto. Cassandra, nella sua forma animale, non si era però preoccupata di badare troppo ai convenevoli chinandosi a lappargli la faccia in un gesto materno, colmo di affetto. E Neal, inizialmente scettico, si era ritrovato a ridere per il solletico di quelle carezze. Accertatasi che il suo cucciolo stesse bene, la lupa aveva fatto qualche passo, muovendo il capo per esortarlo a seguirla. Si tornava a casa.
Di fronte alla porta, com'era prevedibile, c'era Norwood. Braccia conserte, sguardo tutt'altro che rincuorante, attendeva l'arrivo del primogenito diviso tra l'impulso di spaccargli la testa con un pugno e l'orgoglio di saperlo cosi coraggioso e resistente, sebbene umano.
Si erano fronteggiati, occhi negli occhi, e il mannaro aveva parlato per primo 

"La prossima volta che combini la casa in quel modo te la faccio ripulire con la lingua. E dal momento che tu hai fatto il danno, tocca a te rimediare. Troverai tutta la merda che hai lasciato sul tuo letto. E ti conviene darci dentro se stasera vuoi usarlo per dormirci. Di cos'è un lupo e di cosa rende un uomo un vero lupo ne parliamo quando avrai la testa di un uomo, e non di un ragazzino frignone e capriccioso. Puoi andare" aveva concluso cosi il suo terribile discorso. Neal si era limitato a stringere i pugni, e a sostenerne lo sguardo, avviandosi solo quando congedato.

"Ah, Neal..." Norwood ne aveva richiamato di nuovo l'attenzione, attendendo che lui si fermasse e girasse prima di stendere il braccio e aprire la mano "Il tuo Nintendo, prego".
Questo perchè, secondo il mannaro, una punizione andava fatta bene, altrimenti era inutile farla. 


Arizona - Settembre 2033

Il rumore del pestello del mortaio è solo uno dei tanti di contorno all'attività febbrile che sta avendo luogo in quel piccolo e curato laboratorio. Davon, diciassette anni, è chino sul proprio lavoro e di tanto in tanto si ferma a controllare sul Grimorio che ha aperto davanti se sta procedendo bene. Il tono muscolare non eccessivamente sviluppato è l'unica cosa che non ha in comune col padre, data la spiccata somiglianza. Magia a parte, ovviamente. La sua aura è un rincorrersi incessante di piccole fiammelle. Scivolano addosso a lui, in un moto continuo, e di tanto in tanto si spargono sul tavolo curioso e allegre. Sul piano di cottura diverse pentole sono attualmente impiegate nella cottura di tipologie differenti di preparati. Kim è li accanto, seduta su una sedia a dondolo, e sta sferruzzando qualcosa a maglia. La sua aura rimane accanto a quella del figlio, in una veglia continua che si interrompe solo quando è il ragazzo a richiamarne l'attenzione

"Dovrei aver finito, mamma"
"Arrivo"
"No, aspetta. Non devi sforzarti"
"Non osare dirlo, sai? Non sono mica vecchia" borbotta la Strega, accantonando il lavoro e rialzandosi. Poggia entrambe le mani sui braccioli e si issa su con una certa fatica. Il vestito in tessuto colorato che indossa evidenzia le curve di un corpo da neo quarantenne. E mette in risalto quanto, se non vecchia, sia inevitabilmente incinta. Molto incinta. Il pancione viene accarezzato da diverse collanine lunghe, e lei lo sostiene con la mano sinistra mentre si avvicina al tavolo. Esamina, con attenzione, il preparato messo su dal ragazzo. Davon, dal canto suo, trattiene un pò il fiato durante l'osservazione in attesa del giudizio materno. Che si condensa in uno sciogliersi dello sguardo serio, e in un sorriso che non nasconde nè l'orgoglio nè la tenerezza per quel suo primogenito

"E' perfetto. Adesso puoi metterlo a..."

Un tonfo, in lontananza, e grida di differenti tonalità pongono fine alle effusioni tra madre e figlio

"Cos'è stato?"  chiede Davon, mentre Kim già scivola oltre la stanza per dirigersi verso l'ingresso
"Ci risiamo" sospira Kim, svoltando l'angolo e fermandosi all'altezza delle scale. Neal e Selene se ne stanno urlando di tutti i tipi, a qualche centimetro l'uno dall'altro. Lei indossa una minigonna piuttosto corta, piena di monetine all'altezza dell'orlo, e un giubotto di pelle nero sopra una canotta scura. Lui, sebbene presenti qua e la qualche filo bianco tra barba e capelli, è il classico burbero e minaccioso lupo di sempre

"Non osare uscire mai più in queste condizioni!" è l'ultima cosa che le urla.
"Si può sapere che succede?" la voce di Kim spezza il duetto di voci.
"Mamma papà mi ha umiliato, di fronte a tutti i miei amici. E' venuto a..prendermi e si è messo a..."
"Tua figlia...no, dico, l'hai vista?! E' col culo di fuori! E per di più faceva la scema con uno smidollato.."
"Non parlare cosi di Rick! E' il mio ragazzo?"
"CHE COSA?! Da quando hai un ragazzo? E che cazzo di nome è Rick?! Nessuno chiama i figli cosi!"
"Papà"
"Neal..."
"Niente papà. Va a levarti quella gonna, e fila in camera tua. Sei in punizione"
"Ma non è giusto!"
"Niente è giusto nella vita, prima lo impari meglio è"

Selene ringhia, non tradendo affatto la propria natura. Poi gira sui tacchi, correndo su per le scale. In cima, si volta, e tira un pugno al pomello di legno che sormonta il culmine della scala, rompendolo di netto, prima di procedere verso la sua stanza seguita a ruota dal fratello.

"SELENE, TORNA SUBIT..."
"Neal, basta, lasciala andare"
"Ma ti rendi conto!?"
"No, tu non ti rendi conto. E' normale che faccia cosi. Ha diciassette anni, non puoi pretendere che non esca"

Kim è scesa lungo le scale, piazzandoglisi di fronte per evitare che salga su a sculacciare la bambina. Che bambina più non è

"Hai rotto un fottio di porte i primi mesi da lupo, hai già dimenticato? Andiamo in cucina, ti preparo un panino" cerca di calmarlo, poggiandogli le mani sulle braccia e guardandolo negli occhi
"E poi..il modo di vestire. Non ti ricordi più?"
"Cosa?"
"Quella gonna, era la mia" L'ha detto con un tono intenerito e commosso, da madre orgogliosa della bellezza della figlia.
"Dunque, siccome la gonna era tua, ti pare normale che mia figlia vada in giro vestita da zoccola?"
Neal si pente subito dopo aver detto quella cattiveria. Si pente quando vede il sorriso di Kim svanire e la faccia alterarsi. Quando sente le mani staccarsi dalle braccia e il tono di lei farsi duro

"Ah ecco. Dunque io sarei andata in giro vestita da zoccola?"
"Kim, non ti alterare. Il dottore ha detto che fa male al bambino"
"No, tu fai male a me ed ai miei nervi"
"Ehi, è ancora valida l'offerta del panino? Sai, ho una fame..."

No, non è valida. Kim gli ha girato le spalle, risalendo verso le scale. Lasciandolo li fermo, mentre una nuvola nera si condensa sopra la sua testa. Una scarica di pioggia e grandine si abbatte sul patrono di casa Saunders. E mentre la Strega richiude la porta della camera della figlia si sente tuonare un.

"MOLTO MATURO, KIMBERLY, DAVVERO MOLTO MATURO".

---

E' sera. Selene è stata coccolata dalla madre, viziata dal fratello. Al momento lei e Davon sono a giocare ai videogiochi in salotto. Kim, invece, ha finito di mettere a letto i gemelli. I piccoli, di cinque anni, si sono appisolati abbracciati nella culla che era stata di Davon e Selene durante l'infanzia. Al momento lei si trova nel letto, un libro aperto davanti al pancione, fasciato dalla seta color crema della camicia da notte. Accanto a lei, sul comodino, una ciotola formato maxi ricolma di popcorn dalla quale mangia con appetito. Quando sente Neal rincasare si affretta a chiudere libro e luce, ed a mettersi girata sul fianco dando l'impressione che stia li a dormire da ore. Lui ha una serie di tappe, prima di passare in camera da letto, lo sente camminare lungo il piano inferiore, dirigersi in soggiorno. Un piccolo incantesimo agitato in punta di dita le consente di ascoltare meglio i discorsi che vengono fatti al piano superiore

"Selene, spegni quel coso. Dobbiamo parlare"
"...Si, papà."
"Domani c'è Luna piena, quindi per i prossimi tre giorni saremo occupati. Dopodichè..."
"...dopodichè?"
"..."
"..."
"...porta quel culo moscio a casa. Lo voglio conoscere"
"Oh certo, cosi mi lascia in tronco"
"...No, facciamo che...ci parla pure tua madre. Con lui. In senso. Sta con noi"
"...Davvero lo vuoi conoscere?"
"Si. Però facciamo che le gonne cosi corte le metti solo più in la"
"Ok"
"Verso i quaranta"
"Papà!"
"Trenta"
"..."
"Vieni a darmi un bacio"

Si sente Selene correre, ed emettere i suoni tipici di una cucciola in festa, prima di un sonoro schiocco. Poi Neal si rivolge a Davon

"Che hai fatto tu oggi?"
"Mi sono visto con il figlio di Lapu, abbiamo giocato a basket. E poi mamma mi ha insegnato due nuove pozioni"
"Ah si?"
"Si, una in particolare è fighissima. Ti fa contorcere tra atroci tormenti"
"Mh. Immagino di sapere chi le abbia ispirato una simile chicca"

Le labbra di Kim tremolano, trattenendo a stento un sorriso. Ascolta Neal dare la buonanotte ai ragazzi, salire sopra e fermarsi nella camera dei piccoli. Da un bacio ad entrambi, ma è alla femminuccia che rivolge qualche coccola in più, e che pare essersi svegliata qualche istante

"Facciamo un patto con papà, Katniss, vuoi? Tu rimani sempre piccola, e non indossi mai quella cosa orribile chiamata minigonna. E papà ti compra tutte le bambole che vuoi. Anche quelle rosa. Non trovi sia conveniente? Io dico proprio di si...Non sbadigliare, è un discorso serio"

Quando Neal entra in camera, Kim chiude gli occhi, ma non può spegnere il sorriso che le incurva le labbra. Lo ascolta spogliarsi, e farlo piano. Finchè la voce roca e bassa dell'uomo non scivola dentro la stanza

"Era la gonna che hai messo il giorno che siamo andati al lago, e abbiamo fatto pace. Mi piaceva il modo in cui le monetine riflettevano la luce, quando ci giocavo con le dita. E' stato il giorno che mi hai detto che non mi avresti perdonato, perchè non avevo nulla da farmi perdonare. Quello in cui, dopo parecchi mesi, sono tornato a respirare e ho smesso di trattenere il fiato all'idea che tu potessi andartene"

Riapre le palpebre, ma ancora non si gira. Lo sente scivolare nel letto, accanto a lei, la mano appropriarsi del suo posto preferito sul pancione, la bocca perdersi lungo una scia di baci sul suo collo.

"Selene ti somiglia tanto, ed io sono geloso. Almeno quanto lo ero di te. Lo sono di te. Ed ogni tanto parlo troppo. Certo, però, se voi donne Saunders aveste la decenza di coprirvi..."

A questo punto lei ride, e gira il viso a guardarlo. Nella penombra, gli occhi della strega scintillano piano.

"Se avessi avuto la decenza di coprirmi non avremmo quattro figli, al momento"
"Cinque, prego. Ti ho messo incinta cinque volte, e se continui a sbattermi in faccia quel tuo culo da zingara non escludo che possa finire col metterti incinta una sesta volta"

Le proteste di lui si spengono sulla bocca della moglie. E mentre la bacia afferra un sacchetto, dietro la propria schiena, e va a spostarlo dal lato di Kim

"Sai di popcorn. Lo sapevo che ti sarebbero venute le voglie, ma sappiamo entrambi cosa vorresti realmente adesso"
"Uhm...il tuo pisello?"
"No, amore, le ciambelle."
"Ah. Oh! Me le hai prese?"
"Si"
"Oddio, anche quelle col cioccolato?"
"Si"
"Le hai assaggiate?"
"No"
"Neal..."
"Quasi"
"Oddio, che buone"
"...dicevi sul serio prima?"
"A proposito di che?"
"A proposito del fatto che ti va il mio pisello"
"Mhmh"
"Adesso?"
"Dopo la ciambella"
"Stupida strega golosa"
"Zitto, sciocco lupo linguacciuto. E se proprio devi tenere quella spelonca aperta infilaci questa"

Un pezzo di ciambella sparisce, dentro le fauci di Neal, allo stesso modo in cui sparisce la stizza e lo scazzo di poco prima. Tra il rumore di dolci, e qualcos'altro di dolce, consumato di li a poco.

mercoledì 1 ottobre 2014

Ti ringrazio, mia Dea



I miei figli stanno crescendo. Mi sono ritrovata a  pensarlo, per la prima volta, quando Selene ha tirato su la schiena, decretando che era il momento di stare seduta autonomamente. Poco importa che, poco dopo, sia capicollata all'indietro. E' stato il suo primo atto di indipendenza, dalle mie braccia, e la scarica di orgoglio che ho avvertito ha fatto seguito ad una nuova consapevolezza. Stavano diventando grandi. Presto non sarebbero stati più bebè, ma bambini. I miei bambini. E di Neal, ovviamente, che continua a spupazzarseli con nonscialans aberrante, muovendoli come fossero due wurstel piuttosto che due creature vive. Le vesti di padre gli si addicono particolarmente. Non è il classico papà, quello in giacca e cravatta che va a prendere i figli a scuola nell'auto di lusso.
 Ma è quello che se li carica sul petto, entrambi, tra quelle sue enormi braccia colorate come un album di acquarelli e che racconta loro favole strampalate, metà indiane e metà vissute da lui o da suo padre in persona. Alcune storie le conosco già, ed è buffo come ritocchi un pò le cose per sembrare ancora più forte e cattivo di quanto realmente non sia. Sicuramente i cuccioli cresceranno con una spiccata predilizione per i racconti horror e splatter. Quanto meno non avranno paura di qualche film visto in notturna, il che dal mio punto di vista è un bene.
E' il padre che si vanta, con i suoi amici, di quanto siano cazzuti. E dipinge loro finti tatuaggi sulle braccia, se li porta a spasso mostrandoli con orgoglio e parlando di prodezze a modo suo. Tipo che Devon ama i capezzoli. Pare essere qualcosa che lo rende infinitamente fiero di lui.
Il padre che si accerta, quando torna tardi la notte, che siano al caldo e dormano tranquilli prima di accoccolarsi vicino a loro, ed a me, nel lettone.
Quello che ringhia se, nel sonno, li sente tirare via come se li volessero rapire. Trovo estremamente rassicurante, questa sua ferocia, perchè parte anche della mia cultura. Per quale motivo dovresti vivere se ti viene in mente di toccare qualcosa di mio?
E' un padre tremendamente innamorato della dolcezza della figlia femmina, e scioccamente contento di quanto gli somigli il maschio, nell'aspetto quanto nei comportamenti. E' un buon padre, insomma.

Com'è, invece, mio padre? Me lo chiedo sempre più spesso, mentre guardo Neal prendersi cura dei bambini. Sarebbe stato buono con me, se mi avesse avuto vicino? Chissà. Forse ha la barba come quella del mio uomo, ed anche a me sarebbe piaciuto tirargliela. Oppure no. Magari le sue guance sono lisce e sbarbate di fresco, profumate di tabacco e erbe di campo. Le sue camice odorano come certe giornate estive: di cielo, di vento e di pulito. Forse è  uno stregone, ed io ho ereditato anche un pizzico dei suoi poteri. Oppure un semplice umano, e sarebbe stato sconvolto dalle cose che sua figlia è in grado di fare. Forse. Non ho certezze, in merito. Vorrei tanto che, tutti questi tempi al condizionale, divenissero presente indicativo. Vorrei tanto sapere qualcosa in più di lui, che vada oltre le mie supposizioni, oltre i miei sogni di bambina. Tutto questo potere che mi pulsa dentro, legato al mio sangue, potrebbe essermi utile in tal senso? Secondo Jeanne vale la pena provare. Ma...non mi sentirò un pò una deficiente a chiamare qualcuno "papà" alla mia età? Dopotutto non sono più una bambina. Ok, Neal mi da della bambina cattiva di tanto in tanto ma...ecco, è un contesto totalmente diverso il nostro.

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Boston - 1985

Ne era attratto, e non sapeva neppure bene perchè. Certo, era bella. Ma quante belle donne c'erano, nel mondo? No, assolutamente. Quello che gli piaceva, in Luminitza, non aveva solo a che fare con la bellezza. Leggeva la sorte all'angolo della strada, e si era fatto leggere la mano in cambio di qualche dollaro solo perchè lei aveva insistito, spiegandogli che non accettava l'elemosina. Lei aveva mani forti, ruvide di lavoro, ma anche terribilmente ospitali. Il gelo di Boston rendeva quelle lisce ed eleganti di Stellan perennemente confinate nelle tasche. Certo, non era paragonabile ai climi della Svezia, ma lui era sempre stato di salute piuttosto cagionevole. Incontrare la mano di Luminitza, però, si era tramutato in una sorta di toccasana. Giorno dopo giorno, quel contatto fugace si era rivelato - per il giovane medico - una sorta di rituale del buongiorno. Qualcosa con cui iniziare bene la propria, faticosa, giornata ed il pretesto ideale per continuare a sondare in quegli occhi scuri e neri, macchiati di tristezza, terribilmente in contrasto con quella bocca che conosceva tanto bene il sorriso. Insomma, ogni qualvolta lei gli prendeva la mano, tra le sue, a Stellan sembrava che il proprio arto fosse una nave che, dopo una lunga e burrascosa tempesta, trovava finalmente riparo in un porto sicuro.

"Cosa significa, Stellan?"
"Significa tranquillo. E Luminitza, invece?"
"Luminosa"
"Trovo che ti stia molto bene, come nome"
"Perchè indosso sempre molti gioielli?"
"Perchè...è come se brillassi. Da dentro. Di tanto in tanto ti accendi"

E la mano di lui, lentamente, era scivolata dal palmo al polso di lei, carezzando la pelle olivastra e avvertendo, sotto la pressione lieve dei polpastrelli, l'aumentare leggero del battito cardiaco. Pulsazione dopo pulsazione, quella fragilità nascosta sotto strati di abiti colorati e chiassosi, sembrava affascinarlo sempre di più. Come una maledizione o, ancora meglio, come un potente incantesimo. Luminitza emanava magia, pur essendo sprovvista di Aura, ogni suo gesto era pregno di una forza nascosta eppure allettante, potente. Persino l'aura di Stellan, se n'era accorta, sviluppando nei confronti della donna una propria personale predilizione e ritrovandosi spesso a far fioccare, sui suoi capelli scuri, una fitta pioggia di fiocchi di neve che lei, ovviamente, non poteva vedere.

"Ogni tanto mi ricordi l'inverno"
"Perchè mai?"
"Perchè io amo, l'inverno"





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"Sporcaccione"
"Non sai quanto.. stavo giusto pensando ad un incontro ravvicinato con quel bel culo che hai avuto la premura di sbattermi sotto gli occhi"
"Non sporcaccione in quel senso. Nell'altro. Però, magari, se un bravo padre mette i cuccioli a dormire, una brava madre potrebbe sbattere di nuovo il culo, dove le pare»
"Sono sicuro che i bambini sapranno come dormire da soli. Una ciucciata di birra a loro, un’altra di altro genere a te e vi prometto che vi mando tutti a dormire contenti e sfiniti "

Lui caccia, anche mentre scopa con me. Lo fa come se sfogasse un bisogno istintivo, animale, come se non potesse fare a meno di prendermi e di farlo in un modo tale da sottomettermi per sempre. Oh si, giocare gli piace, ed è alquanto compiaciuto quando sono io a prendere l'iniziativa, a condurre i tempi standogli addosso. Ma queste non sono che parentesi, in un continuo dove è lui a comandare. E' il maschio, della coppia, e neanche dei più tranquilli. Al punto che non si accontenta di spogliarmi, e si limita a seguire l'istinto, strappando via i vestiti, timbrandomi la pelle con lo schiacciapugni, prima di schiacciarmi con altro. Esiste qualcosa di più deliziosamente penoso, del peso del suo corpo contro al mio? Dentro, al mio? Il cuore mi batte talmente forte, nello sterno, che quando afferra il seno nel suo palmo è un pò come se mi stringesse il cuore tra le mani. Non c'è che uno strato sottile di carne tenera e pelle odorosa a separare la sua stretta dal lavorare incessante dei ventricoli. E la sua pelle è cosi calda, cosi profumata, cosi saporita che è un pò come una rara malattia africana. Mi infetta il cervello, e mi ritrovo la bocca riarsa, mi ritrovo a delirare, ad avere caldo, ad avere freddo. Sono malata di lui, eppure lui è la mia cura. Una cura che scivola verso il basso, con la bocca, e lo fa con una lentezza tale da farmi soffrire


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Un anno fa, circa, i miei poteri venivano a galla. In un bosco popolato da presenze mistiche di ogni sorta, tra driadi danzanti e satiri brilli, lo spirito dell'Aria mi veniva incontro e liberava l'energia che ora mi scorre dentro, in un fiume impetuoso di elettricità e vento. E' stata un'esplosione, come quei documentari sui gayser, dove la pressione dell'acqua e del vapore arriva a spezzare la crosta terrestre con la stessa facilità con cui io rompo il guscio di un uovo alla coque, col cucchiaino. Un anno fa, Santiago entrava nella mia vita in un ruolo nuovo, e con lui Melissa. La cicatrice sulla mano pulsa, maledettamente, ma penso sia solo suggestione. E' necessariamente cosi. Dei tanti tradimenti, subiti nella mia corta vita, e delle ingiustizie sopportate quello della Coven non sarà di certo l'ultimo degli esempi. Eppure mi chiedo possa esser capitato, di cosi terribile, da compromettere il sano e rendere guasto il puro. Sono dubbi che mi sfiorano, di tanto in tanto, con la stessa leggerezza con cui la brezza fuori casa mi mescola i capelli. Il vento sta cambiando, le foglie del bosco accanto si stanno macchiando di oro e arancione, come la prima volta che ho messo piede qui.
Ero un mucchietto di stracci colorati, una giacca da uomo a coprirmi le spalle, lo stomaco quasi mai pieno e le ossa infreddolite fino al midollo. Non avevo altra aspettativa che arrivare al giorno dopo, e il giorno dopo arrivare a quello ancora seguente.  Ma ero libera. Infinitamente libera. Di fare, dire, prendere e volere quello che più mi pareva. Adesso, mi rendo conto, è tutto molto diverso. Non posso buttare due stracci in un borsone e spostarmi in un altro punto, a me più congeniale, sulla cartina. Ho i cuccioli, a cui badare, e Neal. Non so bene se siano o meno due mannari, due streghe, due ibridi o chissà cosa...ma chiamarli cuccioli mi piace sempre un sacco. Mi da l'idea che debbano essere maggiormente protetti, e accuditi. Comunque, dicevo, non posso muovermi cosi, come se nulla fosse. E devo ammettere che l'altro giorno, quando ho visto scivolare via verso l'orizzonte della stataleun'ordinata carovana di camper, ho sentito un morso al cuore che conosco bene. Non sono mai stata tanto a lungo in un posto, e sebbene mi piaccia Bon Temps certe volte mi sembra di impazzire nel vedere le solite facce, i soliti muri, le solite cose. Certe volte il desiderio di prendere la mia famiglia e andare via, anche per un pò, si fa cosi disperatamente intenso da farmi bruciare la gola. Ma non ho cuore di parlarne con Neal, non dopo quello che sta passando il suo branco ultimamente. Non se ne andrebbe mai da Bon Temps in una situazione cosi delicata qual è quella attuale. Sarebbe da vigliacchi, da parte sua. E lui non è codardo, Dio solo sa quanto. Cosi mi faccio forza, inghiotto la prepotenza con lui la libertà viene a sussurrare al mio orecchio, e mi dedico alle piccole cose di ogni giorno. Ai bambini, certamente, a lui. Alle mie amiche. Ad Aria. Al negozio. E quando il vento torna a fischiare, prepotentemente, e sbatte addosso alle imposte della mia casa gridandomi di dissolvermi con lui, di andare via a provare il mondo, io giro il viso dell'altra parte, e do ascolto all'Acqua dentro di me. Acqua che nasce dalla roccia, che si crea in un punto preciso. Poi, però, penso che anche l'acqua scorre via. E allora, per distrarmi, mi metto a fare qualcosa in cui sono tremendamente poco brava. Sbuccio patate. Le pelo davvero di merda, e farlo mi richiede una concentrazione tale da farmi dimenticare il desiderio di vagabondare. Almeno per un pò.



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"Volevo mostrarti il mio nuovo potere ma..."
"Fammi diventare il cazzo ancora più duro. Consideriamolo con un vecchio potere" 

Stronzo. Giuro, glielo strapperei dalla faccia quel sorriso da stronzo che ha, sollevando un vento cosi forte da scorticargli la pelle. Questa prepotenza, e questi modi bruschi. Stronzo. Dio, non voglio che smetta. Non adesso. Ora che mi è di nuovo dentro, e che la sua natura si scontra con la mia, mentre altro di noi due si scontra. E lo fa talmente bene che sembra essere stato fatto apposta per scoparmi. E lo fa cosi divinamente che non importa quante volte capiti, da quando stiamo insieme, in ognuna riesce a levarmi il respiro, e la voglia di andare a godere altrove.

"Hai voglia di scopare sotto i fulmini, Neal?"
"Puoi parlare, puoi gridare, puoi concentrarti e scagliarmi tutti i cazzo di fulmini che vuoi...non smetterei comunque di fotterti "

Ha la voce rauca, impastata ad un ringhiare dannatamente eccitante, che non ha nulla di umano. Cosi come non ha niente di umano la pioggia che comincia, silenziosamente, a scivolare addosso a noi due. Gli ho scritto il mio nome sulla schiena, con le unghie, fino a sentire il sangue sui polpastrelli mentre la pelle si rimargina, Adoro il modo in cui geme, in cui lo faccio gemere. Adoro lo scintillio dorato che assumono i suoi occhi. Lui è un lupo, e me lo dimostra ogni volta. Ma io sono una Strega. Il piacere si condensa in gocce che cadono, una dopo l'altra, sulla nostra pelle accaldata, tra le bocche aperte, nell'incrocio tra i sessi. Piove, e lo sto facendo accadere io. Piove perchè mi ha provocato, eccitato, preso, rivendicato. Piove ed il mio corpo esulta, pago dei brividi che l'acqua mi fa sentire. Si impiglia tra i capelli, scivola sulle curve del mio corpo rendendole lucide e accattivanti allo sguardo. Lui mi gira, ed io semplicemente smetto di pensare. A quattro zampe, come gli animali, a questo punto è troppo tardi per entrambi. Nessuno dei due ha pensato di infilarsi su un pò di ragione, figuriamoci un preservativo.

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Io ti ringrazio, Dea, per quello che mi hai dato. Ti ringrazio vestita d'oro, nel tepore della mia casa, tra la luce di candele marroni e il fumo denso di mirra e di pino. Con una tavola ricca dei tuoi frutti...e di quanto comprato alla tavola calda. Grazie. Mai, come quest'anno, il mio raccolto era mai stato cosi ricco. E tra le mie messi, ho due splendidi bambini, e un marito che mi toglie il fiato. Selene è bella come la luna, le sere d'estate, ogni suo sorriso mi ricorda l'immensità dell'astro, il candore con cui illumina la notte. Va matta per il calore, per l'odore del padre, ed è d'indole abbastanza impulsiva. Lei è la mia piccola esploratrice, irrequieta quanto solo uno spirito libero può esserlo. Ha i miei lineamenti, i miei colori. Chiamarla principessina mi sembra offensivo, noi non siamo tipe da tutù e merletti. Ci vestiamo di sorrisi, e ricopriamo il nostro corpo di magia. Ci sarà altro per lei che un tenue pizzo a renderla accattivante agli occhi altrui. Devon è il mio piccolo uomo, pacato come i laghi d'estate, come le mattinate tra i ghiacci. Mantiene sempre la calma, ma sento che è solo apparenza e che dentro di lui scorre l'impetuosità dei fiumi, la forza degli uragani. Odia l'acqua, intensamente, e fargli il bagno è una tragedia. Ed ama le tette, visceralmente. Quando non ci sta attaccato con la bocca le palpa senza alcun pudore. Mi guarda e tutto ciò che ho intorno si dissolve, perchè riesce a riportarmi indietro nel tempo. Alla prima volta in cui suo padre mi ha sorriso, con quell'aria saccente da sbruffone, e i modi nervosi di una bestiaccia. Lui è il mio piccolo sole, e come tale riesce a dissipare le nebbie di stanchezza che delle volte avvolgono le mie giornate. Neal. Neal è...beh. E' quando hai troppo da dire, e ti accorgi che le parole si incastrano con le corde vocali, annodandocisi. Formano un groppo che non va nè su e nè giù, se ne sta li a fare compagnia alla scarica di emozioni che senti. Lui profuma di adrenalina, di sangue, terra e amore. Si. Se un giorno i miei figli dovessero chiedermi se l'amore ha un nome, io risponderei che si. Che ha l'odore di lui. Ha l'odore del cuscino, quando la mattina si sveglia per andare a farsi la barba e mi lascia li la sua impronta, tiepida e assonnata. Aly tempo fa mi ha detto che Neal nel branco è temuto da tutti. Ma è pur sempre lo stesso uomo che quando mi vede tornare distrutta, da lavoro, mi porta a cena fuori. Solo io e lui. Ti ringrazio, Dea, per questo raccolto.
E ti ringrazio per Jeanne. Per Joy. Per Rahsan. Ognuna di loro è un piccolo mondo, un piccolo universo. Ognuna di loro fa parte della mia fortunata e ricca stagione. Tutti loro, sono la mia luce


"Nel mese del passaggio, nel difficile varco fra i mondi, ci diamo qui oggi l'augurio di custodire, mentre il buio avanza, la memoria della luce"



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Assieme ai miei gemiti, assieme al piacere, cresce qualcos'altro. Finchè la passione non diventa talmente spiccata da abbattere gli argini. E se Neal mi prende, di nuovo, sono io adesso a lasciar defluire via una parte di me.

"Cazzo!"
"Si proprio quello che ti sto’ dando. Fallo ancora…"

Il rumore del fulmine caduto a un passo da noi fa ancora fischiare le orecchie. Espressione palpabile della violenza che mi fa scorrere dentro. I discorsi si fanno sconnessi e non sono che richiami rochi e gutturali. I miei gemiti cercano i suoi, in una corsa sfrenata vicino a un capolinea che conosciamo cosi bene. Sta facendo l'amore con me, con tutta me. Con i miei poteri, con le mie emozioni, con la mia testa. Mi scuce di bocca volgarità e moine, carezze e schiaffi. Ho la schiena  a pezzi,  il corpo mi fa male, e la testa martella violentemente. Ho il suo odore, e i suoi umori addosso, assieme a lividi e graffi che mi sono cercata. Ci sono dolori di cui non potrei mai fare a meno. Ci sono momenti che vorrei portare con me per sempre. Belli e terribili, come il lampo di un fulmine, lo schioccare della saetta. Belli e dolorosi, come un fiume che spezza via gli argini, e la grandine sui vetri, l'uragano tra le assi di una vecchia casa

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Kim sorride, soddisfatta, mentre rivede sul cellulare la foto di Jeanne. L'ha scattata qualche sera prima, la stessa in cui hanno fatto il rito di protezione a cui ha partecipato un ospite inatteso. Gabriel Blanchard. <Pallone gonfiato> Kim lo borbotta, guardando la foto dopo, che ritrae tutti loro intenti a bere vino. Le piace e non le piace. Un pò le sta sul culo un pò...pure. Sta al parco, attende che Neal la raggiunga per fare insieme una passeggiata coi bambini. Rimette il cellulare in tasca, e si china per prendere il pezzo smontabile dell'ovetto e sistemarlo sulle ruote, quando si sente afferrare da dietro. Spaventata, si gira, raddolcendosi quando gli occhi di Neal le sorridono sbarazzini. Con una mano ha afferrato il passeggino, come fosse una bustina di carta velina, sistemando l'ovetto al posto giusto. L'altra mano ha preso Kim dalla vita, scivolando sicura lungo la schiena e fermandosi sul culo. Che sprimaccia, tirandosela vicina

"Ciao, Djali. Qualcuno qui era nostalgico oggi?"
"Ciao BigFoot"

C'è un bacio, una di quelli poco mansueti, eppure sorprendentemente dolci, delicati, sul finale. E poi si spostano, verso le giostrine. L'uomo al chioschetto osserva, interessato. Se avesse una memoria migliore, ricorderebbe. Quella ragazza sporca, che dormiva nel tubo vicino alle altalene dove ora - la stessa ragazza - si diverte a dondolare i bambini. E quel ragazzo sbruffone, che le ha messo una mano sul collo non appena lei si è avvicinata a pulirgli il mento dalla maionese. Ricorderebbe come si guardavano, con diffidenza, e noterebbe quanto diversi siano adesso. Erano arrivati li, un anno fa, ognuno per fatti suoi, con i propri problemi, la propria vita, le proprie tristezze. Adesso erano ancora li, non come singoli ma come famiglia. Altri problemi, altri fattacci, altri tristezze. Ma, stavolta, li affrontavano insieme. In due. In quattro, se ci infiliamo dentro pure i due blablavendoli che si portavano dietro.


sabato 12 luglio 2014

Per ogni giù, c'è sempre un su.


Ho cercato la parola "piacevole" sul dizionario, per essere certa del significato che l'uso comune gli attribuisce. E, sempre secondo il dizionario, si definisce cosi qualcosa che provoca piacere di varia natura o che comunque stimola un senso di benessere. Si, decisamente, la serata di qualche giorno fa è stata piacevole. Nonostante la casa di Gwendolyn fosse piena zeppa di orride piantacce - maledette Rahsan e Melissa e il loro terroso senso dell'addobbo - e nonostante a un certo punto ho davvero creduto che Neal stesse per rompere il braccio a Melissa in quell'assurdo braccio di ferro. E tralasciando il fatto che, Jeanne, a tratti si rabbuiava, specie quando io e Mel le abbiamo passato entrambe contemporaneamente da bere e, scherzosamente, abbiamo fatto una battutina sui riti. Santiago è ancora molto lontano, nella Coven tutto è incerto, ma ieri sera ho respirato aria di casa. Quando ci sono i compleanni non posso fare a meno di pensare a quelli festeggiati con la nonna e, inevitabilmente, mi viene da sorridere. Lo decidevamo noi, il giorno, ed io festeggiavo quando mi pareva. Gwendolyn sembrava commossa...e felice. E Neal ha portato l'alcol, talmente tanto che alla fine brindavamo ognuno con la propria bottiglia. Jeanne gli sta simpatica, lo si vede dal modo in cui la punzecchiava. Ma penso che Melissa e il suo "caratterino" siano ciò che gli va più a genio. Unica pecca...il mio stomaco. Il giorno dopo ho rimesso anche l'anima, eppure non ho bevuto troppo. Tanto. Insomma, al solito. Ho fatto di peggio. Inizio a pensare di avere qualche merdoso virus, di quelli che ti regalano scagazza per dieci giorni. Ma ho paura che Neal si ripresenti con qualcuna delle sue tisane all'aglio, mefistofeliche. Per cui mi terrò il dissesto di budella e amen...passerà. Ne sono passate tante. Spero solo che in futuro ci siano più serate del genere, spensierate e rilassate. Voglio dire, sono pronta a sopportare un pò di diarrea per questo.

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Settembre 2008 - San Diego

Baba era morta da un giorno. E Kim stava sdraiata sul letto, a fissare il vuoto. Il tramonto era passato da un pezzo, e l'interno del carrozzone si tingeva di un nero che sembrava abbinarsi bene all'umore dell'appena ventenne zingarella. Si sentiva incredibilmente sola, adesso. Ora che la nonna era morta, che era stata seppellita, non gli restava che quel carrozzone e la propria carcassa a farle compagnia. Sapeva che d'ora in avanti, quando avrebbe aperto la porta, non ci sarebbe stato il suo sorriso ad accoglierla. Che quelle mani sempre piacevolmente calde non le avrebbero più riservato carezze, e che avrebbe dovuto fare a meno del suo profumo, del battito del suo cuore che ne aveva cullato i sogni da bambina. Con la morte di sua nonna qualcosa di tremendamente importante era finito, ed iniziava per lei un salto nel vuoto da un'altezza considerevole. D'ora in avanti non ci sarebbero stati consigli, rimproveri, divieti, concessioni. D'ora in avanti c'era solo lei, la propria intraprendenza, tutto ciò che le era stato insegnato ed un sano quanto radicato spirito di sopravvivenza. Era immersa in quel denso e freddo torpore che avvolge le persone dopo un lutto, quando gli uomini erano entrati. Prima ancora che potesse rendersene conto l'avevano afferrata e trascinata fuori. A nulla erano valse le urla, le proteste. Kim sembrava una gattina selvatica, a cui avessero bloccato le zampe. Soffiava, rizzava il pelo, miagolava disperata...ma era assolutamente impotente. Una volta fuori, c'era Gaspar ad attenderla, e un circolo di uomini a fare da schermo al resto del campo. Lei era nel mezzo, e si dibatteva selvaggiamente, mentre il capo continuava a parlare

"La morte di tua nonna è stata una liberazione. Non vogliamo figlie del demonio, tra di noi, e se l'abbiamo tollerata in questi anni è stato solo perchè..."
"TU! Avevi paura di lei!"
"...solo perchè era anziana. Tutto qui. Ma non è il tuo caso. Sei giovane e potrai andare dove ti pare. Senza, ovviamente, il carrozzone. Che resta a noi"

Kim era impallidita. La sua casa, la sua splendida piccola casa. Il suo mondo fatto di ricordi felici, di risate, di coccole, di affetto. Aveva scosso la testa, in segno negativo, incapace di parlare, convinta che fosse semplicemente un incubo, che davvero non le stavano togliendo anche l'ultima cosa cara che le era rimasta. A dispetto delle sue convinzioni, però, gli uomini avevano cominciato ad entrare all'interno dell'abitazione mobile. Sentiva il rumore di vetri rotti, cassetti che venivano aperti, cose gettate all'aria, sporcati da un contorno di risate maschili, imprecazioni, commenti. A quel punto, l'ultimo barlume di ragione nella testa della ragazza si era dissolto. E aveva puntato gli occhi azzurri su Gaspar, schiudendo con sdegno la bocca

"Io ti maledico Gaspar Joyce. Che il marchio della Scimmia ti brilli sulla fronte, ti spunti la sua coda, e tu ne abbia la risata. Ti maledico, scimmia, figlia di scimmie, procreatrice di scimmie!"

E nel concludere la frase aveva raccolto la saliva in bocca, arcuato la schiena sfruttando il fatto che due uomini la tenessero tra le braccia per prendere maggior slancio, come fosse lei stessa una fionda, e finendo col colpire il viso di Gaspar col proprio sputo. Lei non era ancora una Strega, i suoi poteri rimanevano ben celati in quel corpicino fragile e delicato. Ma i romanichal erano un popolo molto, molto, molto superstizioso. Nelle credenze comuni, la Scimmia era un animale immondo, grande portatore di sfortuna, e neppure l'uomo più coraggioso usava pronunciarne il nome. Lo sputo, inoltre, sanciva qualsiasi tipo di maledizione. Dunque, le parole di Kim, non erano affatto leggere e sottovalutate, non in una comunità dove l'ignoranza e la ristrettezza mentale dilagavano. Gaspar era rimasto a fissarla, in parte terrorizzato, in parte arrabbiato. Poi si era allontanato, ripulendosi col dorso della mano il viso, e quando era tornato dalla ragazza stringeva, tra le mani, un frustino da cavallo. Se si concentrava, a distanza di anni, lei ricordava ancora il sibilare della frusta nell'aria, e il dolore lancinante che ogni impatto le causava sulla schiena. Se quello era un gruppo, una famiglia, lei era felice di essere rimasta da sola


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Da dove comincio? Da Melissa che mi dice che io non so cosa sia una famiglia, da Reverie che ripete davanti a lei e Santiago che mi ucciderebbe se non fossi un membro della Coven? Da Santiago,  che attribuisce tutte le mie preoccupazioni riguardo quella vecchia a scazzi tra donne mestruate? Non c'è un inizio, in realtà, perchè non c'è neppure una fine. E' tutto un guazzabuglio confuso di cose inspiegabili. Come si può difendere qualcuno che conosci da appena un mese inculando chi  ti è stato vicino durante battaglie importanti, nei momenti del bisogno prima ancora che in quelli allegri? Che logica c'è nel voler aver accanto qualcuno che ammazza chi gli sta sul culo, minaccia random, oppure giustifica lo stupro come l'inevitabile conseguenza in cui imbatte un uomo tremendamente sexy?

Non ho dormito. Ho provato a dare un senso a tutto questo, più e più volte. A pensare che dev'esserci un motivo se Santiago ha agito cosi, che non può essere vero, che davvero non possono essere tutti impazziti come se - improvvisamente -si fossero messi d'accordo. Magari in un'altra vita, un'altra dimensione. Poi, però, ho capito che non c'era da capire. Probabilmente Reverie, a giudicare da tutti quei vezzeggiativi, da come calcava spesso quanto fosse amica di Santiago, e da come la sua aura gli si strusciava addosso, è stata una sua trombamica. O lo è ancora. Qualcosa del genere, insomma.
E Melissa...Melissa. A lei ha offerto un posto di lavoro, e a quanto pare vede del buono in quell'inutile coglione che ha provato a farsi Rahsan dopo lo scoppio del potere. Ha delirato, al granaio, e quando le ho chiesto se lei avrebbe dato modo a un pazzo armato di accetta di farle vedere quanto fosse brava ad utilizzarla ha detto che se il pazzo era lui...si. L'avrebbe fatto. 

Che dire? Se metti tanti psicopatici in un'unico posto non hai una Coven. Hai un manicomio. Ed io, con gente del genere, non voglio avere niente a che fare. Ho lasciato il gruppo, senza alcun rimpianto se non quello di aver aspettato mesi nel ritorno del Messia-Santiago, credendo ciecamente nel suo raziocinio. A sapere, che era già tutto deciso, tutto prestabilito, tutto architettato, avrei semplicemente fatto prima questo passo.
Jeanne e Joy se ne sono andate via, con me, ognuna per le proprie ragioni. Chi semina vento raccoglie tempesta, e se loro seminano teste di minchia, si ritroveranno con un gruppo di cazzoni in mano. Dunque...eccoli accontentati.

Di nuovo, mi sento sola. E delusa, e tradita, e sfiduciata nel concetto di gruppo. Di nuovo, mi sento schifata da persone che credevo a me vicine, e che si sono rivelate false, volta gabbana, bandiere esposte al volere del vento. Domani starò meglio, lo so già. Domani è un giorno diverso, ed io sono abituata ai cambiamenti. Ma oggi...oggi non posso fare a meno che sentirmi sola. Ho sempre Neal, Aria...i miei amici. Ma questo è un tipo di solitudine diversa. E' il tipo di vuoto che ti crea l'idea di non rivedere più Maya, il granaio, di non sedermi più su quel divano a stupideggiare. Tanti angolini di quel posto sono pregni di ricordi. Gli allenamenti con Heikki, le chiacchierate con Rebecca, la prima pozione insegnata da Santiago. L'attacco di Enoch, la cerimonia d'iniziazione. Rivedo ogni momento, come un mosaico fatto di minuscole e colorate tesserine. Finchè non arriva il vandalo di turno, che afferra il primo martello utile, e rompe l'armonia dell'insieme. Del mosaico, non resta che la polvere.
Cosa fa, un'Elementale d'Aria, di fronte a un mucchietto di polvere vecchia e maleodorante? Soffia. Soffia forte. Finchè ogni minima traccia non è andata via, altrove, disseminata in un posto lontano.
Rimboccati le maniche, Kim. E' ora di ricominciare. Se solo questa stupida nausea volesse andare via...



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"E' tutta questa notte che sento una cosa strana su di te. Mentre dormivi ti ho annusata piu e piu' volte, non saprei dire cosa..Hai il mio odore. Ok, hai quasi sempre il mio odore ma questa volta e' diverso. L'odore non profiene dalla tua pelle, esternamente. Come quando ti tocco, e' come se tu avessi oltre al profumo della tua carne, anche il mio. E' una cosa davvero molto, molto strana."


"E'...un modo carino, per dirmi che sto per morire? Boh...io non sento niente. Forse dipende dal fatto che ieri, sotto la doccia, ci hai dato dentro nel venire, no? Buh. Devo...preoccuparmi?"

"Non e' la prima volta che ti vengo dentro in un certo modo, e poi non parlo dell'odore del mio sperma dentro le tue gambe. Parlo della mia traccia olfattiva dentro la tua traccia olfattiva, non so come spiegarti. E' come..se il profumo del cioccolato non fosse piu corrispondente solo al cioccolato ma diventasse cioccolato e vaniglia senza che vi sia traccia di vaniglia. Piu o meno.. Comunque non e' il mio naso che fa' le bizze, sta mattina ti ho annusata di nuovo. Ad ogni modo non puo' essere nulla di male..si tratta di odori e si tratta del mio odore, non c'e' da preoccuparsi. E' che non era mai capitato, magari sta sera gia non c'e' piu"

"Forse a furia di tenere la vaniglia appiccicata al cioccolato si sono impregnati. Tu non hai il mio odore, dentro? Cioè, è una cosa che hai notato solo su di me, non anche su di te? Si, magari..magari tutti quei cazzo di fiori ieri hanno fatto qualcosa ai nostri odori. Li ha fatti Melissa, magari erano stregati e ci hanno confuso la pelle. Non lo so. Io comunque sto bene, a parte i postumi da sbornia."

"No, io ho solo il mio odore addosso..in realta' tutti hanno solo il proprio odore. In piu sul proprio odore possono avere di deposito quello di qualsiasi altra cosa, ma ognuno ha un solo ed unico odore..distinguibile da tutto il resto del mondo. E' questo quello che mi confonde. E' impossibile averne due. Tu hai il tuo ed il mio. Si tratta della tua pelle, non c'entrano nulla i fiori. L'aroma che traspira dalla tua pelle e' il tuo. Comunque non so' che dirti..magari il mio naso  che fa' le bizze."

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Kim ha intenzione di starsene sdraiata tutto il giorno a crogiolarsi al sole estivo,ed al momento se ne sta in piedi, in cucina, vicino alla penisola. La gamba destra sostiene il peso del corpo, la sinistra è lievemente piegata, e lei è intenta a farsi una limonata. No, non parliamo di effusioni di bocca, quanto del rimescolare dello zenzero dentro un bicchiere colmo di succo di limone con un cucchiaino. Si è di nuovo svegliata con un fastidioso senso di nausea, e comincia ad essere certa di aver preso un bel virus intestinale alla cena da Gwendolyn.

"Stupidi compleanni. Ecco perchè non lo festeggio" -  Ieri ha rimesso parecchie volte, ma aveva attribuito la cosa ad un attacco di nervi per la vicenda del granaio. Non ha detto nulla a Neal, che però non avrà faticato a sentire odore di bile nel bagno, nonostante le pulizie di lei

"Neal, hai visto le mie sigarette?!"

Non le trova da ieri sera, eppure era certa che il pacchetto fosse pieno e di averlo lasciato in questa stanza. Non urla, perchè sa che lui può sentirla tranquillamente anche se al momento si trova in giardino a parlare col padre, al telefono. «In questa cazzo di casa le mie cose sembrano avere i piedi» brontola, mentre l'altra mano si sposta a carezzarsi lo stomaco. Dalla finestra che da  proprio verso quello squarcio di terreno li di fuori per lei è possibile vederlo, seduto su una sdraio a tracannare la prima bottiglia di birra della giornata e a parlare al telefono con il padre anche se d'un tratto ha cambiato letteralmente espressione. E' saltato in piedi con la bocca aperta, neanche qualcuno gli stesse dicendo che ha appena vinto alla lotteria. Poi ha iniziato a fare avanti ed indietro piu e piu volte blaterando al telefono.Blocca finalmente da quell' andirivieni in giardino e poi fa un enorme sorrisone buttando successivamente tutta la bottiglia di Birra in gola, neanche ci si volesse affogare. Attacca il telefono e lo getta sulla sdraio, neanche volesse assicurarsi che stia zitto, non per niente si ritrova a fissarlo e passarsi le mani sulla faccia piu e piu volte. In tutto ciò lui Kim la sente, l'ascolta sempre. La sente blaterare di compleanni ma soprattutto di sigarette. Corre in casa con l' aria stralunata di chi non ci sta capendo nulla, sniffa l' odore del tabacco e senza troppi preamboli stritola il pacchetto fra le mani e lo butta nel cesto "No non le ho viste.." la osserva aspirando nuovamente il suo odore, il loro odore, poi ci si avvicina non sapendo bene come fare o cosa dire. 
"Hey..ciao.."
"Bene. Mi dai le tue? Pomeriggio le vado a comprare"  L'odore dell'uomo lo precede, mentre le si affianca, e quando solleva lo sguardo da lui al giornale se lo ritrova stralunato e...salutante. Batte le palpebre
"Ciao, come stai? Ci siamo visti meno di dieci minuti fa, ma...ehi, quanto tempo"
Lo prende in giro, per quel saluto, poco prima che lui tenti di prenderla per le mani e di metterla seduta 

"Mettiti a sedere, non dovresti affaticarti..ci penso io stai buona tu.." inizia gia con le premure, anche se ora parrebbero tanto insensate. " Evita lo sgabello potresti cadere..mangiamo in sala.."  Lei ha provato a fare una debole protesta, dal momento in cui l'ha afferrata dalle braccia facendola sedere, lanciando un'occhiata scettica alle  proprie gambe. Gambe chilometriche, che anche da seduta arrivano ampiamente a toccare il suolo, azzerando la possibilità che lei cada da li facendosi male. Neal si umetta le labbra e poi si gira verso la zona cucina iniziando a prendere un pò di roba, tra cui i piatti ma sarà un pò l'emozione o l'enfasi del momento riesce perfino a spaccarli fra le dita facendo rovinosamente cadere i cocci. " Cazzo"  borbotta, poi ritorna a parlare ad alta voce " Nulla..questi stupidi piatti sono cosi..fragili..ora sistemo io rimani li eh "Kim sposta, su di lui, uno sguardo preoccupato. Che si accentua nel sentire il rumore di piatti rotti. Offa allunga due tentacoli. Con uno scherma gli occhi di Kim, con l'altro si picchia addosso come in un facepalm "Tesoro..."  lei tenta di intavolarci un dialogo, osservandolo con una lieve apprensione "Guarda che se Trotto Arrapato ha perso non fa niente eh...ci rifaremo. Di quanto siamo sotto?" Crede che sia quello, a renderlo cosi nervoso e confuso, una scommessa ai cavalli andata male. Neal, nel frattempo, inizia totalmente a sclerare, ma sempre cercando di camuffare un po’ l’agitazione perche nel suo mondo giocoso lui sta’ facendo quello che fa’ al solito eh. " Si si, sono contento per il trotto arrapato, chissa quanti figli avra’ con tutta quella foga.." da’ le spalle a Kim, e si morde la lingua per costringersi ad un silenzio orripilante, perche e’ ovvio che la sua testa al momento sia proiettata solamente verso certi tipi di discorso. Si posa con ambo le mani sul lavandino, schiena curvata e sguardo fisso sul porcaio che ha lasciato a colazione all’interno, cercando di fare un po’ di training autogeno. Grandi respiri e rilascio d’aria dalle labbra e questo per piu’ volte. "Bambolina lascia stare trotto arrapato va’ tutto bene, non ansiarti. I soldi vanno e vengono , l’importante e’ che ora ti rilassi.." A questo punto le salta un'altra idea in mente. Forse quelle premure sono dovute ad altro. Al fatto che sia stata depressa, nei giorni precedenti. Si affretta, dunque, a rassicurarlo "Mi sono ripresa, sai? Non sono più triste" la bocca va a sorridergli, compiaciuti di quel suo modo di trattarla "Però dovrei essere triste un pò più spesso" adocchia, nel suo trafficare, del cibo oltre alle suppellettili. "Non devi essere triste, ci sono io con te ad aiutarti..imparero’ a fare la spesa ed a cucinare.." Lei lo guarda, schiudendo la bocca in una "o"di sgomento. "Imparerai a fare la spesa e a cucinare" Ripete, interdetta. Qualcosa non va, è evidente. D'improvviso, il cuore comincia ad accelerare "Neal? Che hai fatto?" Una scena simile di caos, anche se meno buffa, l'ha vissuta quando le ha parlato del tradimento. Il cuore vacilla, per un attimo, all'idea di nuove corna sulla sua testolina. Un'idea che viene scacciata con forza, dal pensiero di quanto siano felici ultimamente.  A proposito di cucinare... Le sue omelette stanno andando a fuoco in pratica, si sono carbonizzate. E poi parla tanto male delle doti culinarie della moglie. Le rigira di corsa e poi le mette sul piatto buttandoci un po’ di formaggio e delle salcicce trafugate dal frigorifero, continuando a parlare."Poi ti accompagno io ovunque, con la macchina..la bicicletta e’ pericolosa". 

Kim fissa, con orrore, quella cosa carbonizzata che lui vorrebbe farle trangugiare. Lo stomaco si fa sentire, di nuovo, lei ci porta una mano sopra "No, Neal, ti prego. Io oggi non mangio. Niente burritos, niente tacos...ho preso il succo di limone, con lo zenzero, va bene cosi" E poi si trova ad ammettere, riluttante "Sai, mi sa che ho preso di nuovo quel virus intestinale. E il dottore diceva di evitare di mangiare certe cose" Neal si ritrova a voltarsi con il viso verso di lei, corruga la fronte e ritorna poi sul piatto appena cucinato. Piatto che trasporta fin sopra il bidone della spazzatura, che viene fatto aprire con il pedale prima di buttare tutto all'interno. Richiude le labbra, e lo fissa "Sei sicuro che fuori non ti abbia punto un insetto?"» Chiede, cominciando a sospettare che lui sia vittima uno shock anafilattico in corso. Neal, nel frattempo, parla ancora di cibo "Va bene non mangiamo..queste cose cancerogene…mangiamo cose salutari..tipo..» tipo? Non sa’ bene quali cose siano salutari. Ma il formaggio gli pare una buona idea, infatti prende il tagliere, il coltello e la forma portandolo sul tavolo vicino a lei. "Almeno mangia un po di questo..e’ fatto con il latte, il latte..» oddio il latte. "Delle mucche. Oddio che cosa orribile, prendono il latte delle mamme mucche. Amore, non mangeremo piu formaggio" pausa "Dopo questo pranzo. Ho fame". Quando lui parte con quella filosofia sul latte lei scosta le chiappe dallo sgabello "No ok, ora chiamo Moonie" Evidentemente, vuole ricoverarlo. Non fa in tempo a recuperare il cellulare, però, si sente acciuffare dal collo e carezzare delicatamente, prima di vederlo chinarsi e darle un bacio. Uno di quelli dolci, stranamente delicati che pian piano si dilungano in qualcosa di sentito, sensuale, ricercando la lingua dell’altra con lappate lente. " Amore è sempre bello rivederti, sei bellissinma. Ti amo..tu non sai quanto" 

Kim si spinge verso di lui, sentendo sciogliere l'ansia da dosso, le mani che risalgono lungo le spalle dell'uomo, si intrecciano dietro il suo collo. Si scosta a guardarlo, facendo naso naso con lui, colpita da quel contatto "Marito, calmati. Qualsiasi cosa è successo, la risolviamo, ok?" Richiama a sè il proprio potere, quel tanto che basta per inumidirsi i palmi delle mani. L'acqua si forma sull'epidermide morbida della Precettrice, e lei sposta le mani a carezzargli il viso e il collo, con dolcezza, rinfrescandolo "Se hai perso soldi, li recuperiamo. Se hai perso la casa, vivremo dove ci capita. Se hai scopato con un'altra, te la uccido davanti prima di farti morire con atroci tormenti" bisbiglia, calma, quasi snocciolasse la lista della spesa, con un sorriso lieve sulla bocca. Gli occhi chiari rimangono fissi su quelli della moglie, lasciando quel corpo poderoso alla merce’ delle cure dell’altra " Non c’e’ niente da risolvere..davvero nulla " sente il potere dell’altra rinfrescargli la pelle, lasciandosi qualche istante a godere di quel tocco umido sulla pelle bollente. Emette perfino un mugugno compiaciuto mentre scivola con il viso contro quello della strega, in una carezza ruvida e sorniona, docile cosi solamente con lei. "Non dire sciocchezze..io non perdo mai soldi, la casa e’ nostra e rimarra’ nostra e non hai bisogno di uccidere proprio nessuno..." le da’ tre baci lungo la linea del collo, lenti e succhiati prima di tornare a guardarla in viso. Kim fa un pò più seria, dopo, fissando gli occhi nei suoi "Dunque? Che c'è?"

E lui è felice, maledettamente felice, e poi e’ preoccupato stupidamente preoccupato ed e’evidente che in tutto questo sia anche agitato. Non ha neanche pensato di andare li e dirlo a Kim tanto e’ preso dai propri pensieri, perche gia si vede con un figlio e si sta facendo tutti i filmini del caso, perche questo figlio non e’ nulla di improvviso e di non voluto, anzi sono mesi che ne avevano gia discusso, il suo arrivo oltre ad essere una notizia bella e’ qualcosa che lo fa’ andare su di giri. "Stavo solo cucinando..."  risponde a quella domanda sul cosa lui avrebbe o meno fatto, perche effettivamente gli pare la risposta piu sensata dal momento che oltre a quello non ha fatto davvero un bel niente. " Per te." aggiunge poco dopo quella piccola postilla, qualcosa di estremamente strano dato che lui non si mette ai fornelli neanche a spararlo. L' ha fatto giusto un paio di volte e per occasioni speciali, ed ovviamente sempre per lei. Nel sentirne il contatto con le labbra sembra essersi un poco tranquillizzato, tant’e’ che lo prolunga quel tanto da lasciarsi andare in un sospiro piacevole quando le due labbra schioccano poco prima di scivolare via l’une dalle altre.  " Beh.." come dirlo? Solitamente sono le madri a dire ai padri che sono incinte, mica il contrario. "Io e mio padre..crediamo che tu.." ok meglio non mettere di mezzo il padre, non e’ carino in quel momento no? Si umetta le labbra grattandosi un poco la barba all’altezza della mascella. " Diciamo..amore..aspettiamo un bambino.." plurale? " cioe’ tu aspetti un bambino ma io sono il padre, per cui..."

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Per cui siamo incinti. Sono incinta. C'è un cucciolo in arrivo.
E improvvisamente, un raggio di sole arrivò d'improvviso a spazzare via il grigiore dei miei pensieri, luce densa che spunta a riempire il vuoto creato da altri. Si, è vero. Probabilmente non sapevo ancora bene cosa fosse, una famiglia. Ma adesso...adesso lo so.